
Claudio Di Lorenzo: il rombo verticale della vita. Questo il titolo dalla mostra personale che lo scultore atriano terrà all’Auditorium S. Agostino della sua città dal 24 luglio al 3 agosto 2009. Alla cerimonia inaugurale, cui parteciperanno il sindaco G. Astolfi e l’assessore alla cultura A. De Lauretis, sono previste relazioni dei critici Leo Strozzieri di Pescara e J. L. Montanè, membro dell’Associazione Internazionale d’arte di Madrid.
Si tratta di uno scultore abruzzese relativamente giovane impegnato in una ricerca plastica di solide basi estetiche e formali con un tema dominante, quello femminile trattato con perizia stilnovistica visto il processo di smaterializzazione a cui sono sottoposte le esili e verticali figurine di indubbio fascino spirituale.
Con la magia degli artisti di talento Di Lorenzo esalta l’innocenza di questa creatura, liberando così il mondo femminile dalle futilità pubblicitarie frustranti la sua dignità certamente non legata ad istinti sensuali. Corpi i suoi che non hanno più la malizia del mondo dei lustrini e della moda e il seducente artificio delle star televisive. Il loro vuoto interiore è in lui colmato dal sogno di una vita perfetta, ideale e, perché no, surreale, ovvero raccontata in situazioni oniriche.
Di Lorenzo non è un outsider dell’arte, avendone studiato il corso storico, i ritmi, le cadenze, i collegamenti, gli impulsi reconditi in grado di suscitare pause ed accelerazioni; in definitiva al nostro artista non manca l’acculturazione, anzi, il desiderio di conoscenza è per lui febbrile. Grazie ad essa è dato riscontrare, come vedremo, l’interazione tra passato e contemporaneità.
Visionando le sue opere stilizzate vengono alla mente le sculture di Giacometti che però erano documentazione drammatica dell’umanità contemporanea; mentre in Di Lorenzo una esclamata reminiscenza neoclassica quasi purifica dal male originario le figure trattate. Non che a lui manchi la forza creatrice in grado di significare anche i drammi: basti citare alcuni bronzi (si veda Veli al vento) ove vengono riportati i segni caratteristici di quel territorio teramano ove sappiamo essere stata costituita nel 1995 la Riserva naturale guidata Calanchi di Atri. I calanchi sono tipiche morfologie di terreno su versanti collinari senza coperture vegetali protettive, causate dall’erosione di acque piovane particolarmente aggressive. Si hanno quindi sul terreno le caratteristiche incisioni separate da costoni. A queste visioni paesaggistiche s’ispira l’autore in alcuni lavori soprattutto in bronzo, materiale che usa insieme alla terracotta, al legno, alla pietra.
Tornando alle prospettive ermeneutiche della sua scultura, è doveroso dare una giustificazione al titolo della mostra. Si parla di rombo verticale della vita per l’immediatezza sorprendente con la quale è documentata l’autoreferenzialità vitalistica ovviamente in slancio dinamico ascensionale verso la spiritualizzazione in un empito di levitazione.
E siccome è pacificamente accettata la tesi che l’arte è nutrimento dello spirito, proprio questo processo di smaterializzazione che mirabilmente si attua nella ricerca plastica di Claudio Di Lorenzo diviene cifra della sua grandezza. Opere di questo genere potrebbero a buon diritto essere definite opere di arte sacra, in quanto pervengono a quel perimetro empatico con i principi costitutivi dell’Assoluto, come possono essere la trascendenza e la purezza.
A questo proposito non è fuori luogo una terminologia desunta dalla letteratura dell’’800, intendo riferirmi al Purismo con il quale indicare sì una componente stilistica, ma ancor più un conato etico, inteso come ricerca appunto dell’Assoluto. Fanno da accoliti a questo impianto che definirei neoclassico per l’apologia della morbidezza delle superfici levigate, le posture dei suoi personaggi in ieratica ed assorta contemplazione, ignari come sono dell’ambientazione ove sono inseriti: una sorta di metafisica sospensione che non esiterei a paragonare con l’atmosfera propria delle notissime Piazze d’Italia dechirichiane.
Parlando di posture corre l’obbligo di citare alcune opere raffiguranti ecclesiastici in sobria meditazione che nulla hanno da invidiare per essenzialità stilistica ai noti cardinali di Giacomo Manzù, o per citare un pittore, a quelli memorabili del bolognese Aldo Borgonzoni, facenti parte dello stupendo ciclo pittorico dedicato al Concilio Vaticano II.
Si vedano ad esempio le due terrecotte L’inquisitore e Il predicatore ove l’utilizzazione delle rotondità del corpo genera un notevolissimo contrasto con l’esile forma del capo mitriato ad accentuare quasi la dialettica tra il potere e la corporeità quotidiana.
Una mostra che consegna al pubblico ed alla critica un artista di rilevantissima originalità che molto farà parlare di sé nel prosieguo della sua carriera. Uma mostra quindi da non perdere anche perché si colloca nell’ambito del I Festival del Reportage alla cui direzione è stato chiamato il noto giornalista Toni Capuozzo, vice direttore del tg5 ed editorialista del Foglio. Festival che vedrà la partecipazione di fotografi di livello internazionale.
ho visto le sue bellissime sculture se mi vuole contattare per un possibile rapporto di lavoro.
Complimenti
Laura Adreani