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Remo Rapino: “Un cortile di parole”. Intervista di Simone Gambacorta

pubblicato il 18 settembre 2007 alle 17:12
scritto da S. G.

Remo Rapino parla di sè e del romanzo “Un cortile di parole” edito dalla casa Editrice Carabba.

Remo Rapino viva a Lanciano, in Abruzzo. Scrittore, poeta e saggista, ha da poco ha pubblicato con la Casa Editrice Carabba (www.editricecarabba.it) lo splendido romanzo “Un cortile di parole”, dove con una straordinaria dolcezza e con una scrittura mirabile racconta una storia ambientata in Brasile, quella del manovale semianalfabeta Aureliano, che un giorno scopre un libro e s’innamora delle voci di carta. “Un cortile di parole” prende le mosse dalla vicenda vera «di un muratore di Rio de Janeiro, Evando dos Santos, che da semianalfabeta, preso da una passione per la lettura, realizza nel tempo una biblioteca di oltre 40.000 volumi». “Un cortile di parole” è senz’altro fra i migliori romanzi pubblicati negli ultimi anni in Italia. Da un po’ di tempo corre voce di una possibile traduzione in portoghese. In quest’intervista, Remo Rapino parla del suo libro e del personaggio che ne è l’anima.

Come mai hai deciso di confrontarti col genere del romanzo?

«Dando ascolto ad una voce d’istinto. All’inizio la storia si raccoglieva in circa 20 cartelle: un racconto. In seguito ripensando e rileggendo mi sembrava che il personaggio, i luoghi, le vicende, meritassero, via via, il diritto ad una più larga spazialità. Ho cominciato, così, a costruire altre storie intorno al plot iniziale, quasi che ogni parola ne richiamasse, inevitabilmente, altre ancora. Comunque l’idea di un romanzo la covavo da tempo, da sempre privilegiando la poesia-racconto (penso a Pavese, a Masters), da sempre coltivando il senso di una parola che dicesse di storie semplicemente umane, senza forzature e sperimentalismi, che andasse al di là della sterile solipsistica confessione interiore Dalla poesia al racconto al romanzo: quasi un tracciato obbligato. Una questione di pazienza, di saper aspettare il momento, di saper ascoltare»

“Un cortile di parole” prende le mosse da una storia vera: vogliamo parlarne?

«Sì, una notizia scoperta per caso in una cronaca della rivista “Poesia” (Crocetti, nov. 2002). Una storia curiosa: quella di un muratore di Rio de Janeiro, Evando dos Santos, che da semianalfabeta, preso da una passione per la lettura, realizza nel tempo una biblioteca di oltre 40.000 volumi. Il progetto di Oscar Niemeyer, l’architetto di Brasilia, è finanziato dal ministero dell’Educazione. Fin qui la notizia. E da qui in poi “Un cortile di parole”»

All’inizio, quindi, una suggestione, forse anche un’emozione. Ma quanta poesia hai colto nella storia che ha dato origine al romanzo?

«Tanta, grande e vera. Il fatto che un uomo semplice sogni e poi realizzi il suo sogno rappresenta una grande occasione di riflessione, emotiva e razionale nello stesso tempo. La poesia è nelle cose prima ancora che nelle parole. Raccogliere libri, accatastarli in un cortile, curarli, metterli a disposizione di altre persone semplici, la biblioteca. Mi pare la scansione di un poema, un’epica della modernità. Ho inventato una storia reale. Paradossale ma così!»

Il romanzo è ambientato in Brasile. Da un punto di vista tecnico (luoghi, zone, usi, costumi), come ti sei regolato?

«La scrittura è stata preceduta da un intenso e lungo lavoro di ricerca: i luoghi appunto (la città, la sua struttura, la sua storia, le mappe) e poi tutte le notizie utili per camminarci dentro (mentalità, usanze, credenze, musica, gastronomia, l’amore per il calcio). Un lavoro faticoso come se dovessi girare un film senza sapere nulla, o quasi, del personaggio, dell’ambiente. Come se uno scrittore brasiliano facesse la stessa operazione, non so, su una vicenda analoga ambientata a Roma»

Passiamo alla lingua: mi sembra tu ti sia orientato verso una parola piuttosto lirica, dove è sempre riconoscibile il tocco del poeta.

«Questo appare evidente anche da una lettura immediata. Così è infatti. Confesso di aver utilizzato molte immagini tratte dalle mie poesie per costruire situazioni, descrizioni e psicologie. Una per tutte: la morte del cane Dinà nasce come traduzione in prosa di una poesia sulla morte di un cane. O anche i pensieri interni del personaggio Aureliano, la descrizione della luna, il mare e così via»

Ho l’impressine che in “Un cortile di parole” tema e stile trovino un punto di fusione nella dolcezza. Dico male?

«No, anzi mi fa molto piacere questo rilievo. La “dolcezza” è un modo di guardare il mondo, in modo disincantato, ma anche con uno sguardo forte, di non rassegnazione. Aureliano ha molti aspetti in comune con chi, di fronte al male-essere della realtà, pur con voce sommessa, ha il coraggio di dire no (penso allo scrivano Bartleby di Melville: “I would prefer non to”…). Le parole che descrivono questa situazione assumono oggettivamente una veste lieve e costruiscono sentimenti, giorni dove la parola cuore non è mai una bestemmia, bensì una salvezza, una soluzione»

Raccontami come è nato e come si è sviluppato (da scrittore) il tuo rapporto col personaggio Aureliano Nemésio Veloso.

«Si è stabilito col personaggio una sorta di complicità e di relazione dialettica. Un po’ come accade con i personaggi dei film, dove l’attore si “perde” volutamente nella persona dell’altro. Progressivamente mi sono fatto Aureliano, seguendone i passi, le vicende, le modalità esistenziali quotidiane. Quello che avrei fatto io coincideva con quanto faceva Aureliano: il lavoro, la ricerca dei libri, l’innamoramento, il dolore, gli affetti, le amicizie. Lo lascio solo quando esco dal recinto della sua casa, come si legge nelle ultime pagine. In silenzio, con un gesto appena di saluto e l’augurio sincero di Boa sorte, a lui, a tutti gli Aureliano del mondo, ai lettori, a me stesso»

Se non sbaglio, c’è qualche parentela con “Cent’anni di solitudine”…

«Più che una parentela il grande romanzo di Garcia Marquez rappresenta un’occasione, un escamotage per iniziare il viaggio: scegliendo il nome di Aureliano per il personaggio, forse inconsciamente, avevo in mente il mondo fantastico di Macondo. Ci sono dei libri che ti restano dentro e “Cent’anni di solitudine” è uno di questi. O, forse, ancor più amici a cui potersi rivolgere nei momenti importanti. Sai che ci sono. I libri buoni hanno mani tese e parole giuste»

Ma nel complesso il tuo è un romanzo molto sudamericano. O no?

«Più in apparenza che in realtà. In effetti la storia s’ambienta in quei luoghi, ma avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi altro “cortile” del mondo. Ma l’ambientazione era quella, ché, ripeto, la storia nasce da un fatto di cronaca vera. Penso che il rapporto tra scrittura e territorio sia sempre molto stretto. In effetti vi sono molte espressioni (impalcatura alla sciacqua ros’e viv’agnese, chi vuole Dio se lo prega, altre ancora) che sono tipiche delle nostre terre. La ricerca dei dati, come dicevo, è stata condizionata dal luogo di svolgimento delle vicende. Ma il luogo esisteva già, non ho scelto io, ma il caso. Del resto c’è un solo luogo e questo luogo è il tempo»

Che rapporto hai con la letteratura dell’America Latina?

«Un rapporto intenso e lungo negli anni, una frequentazione mai venuta meno. Vale anche per la musica, l’amore per il calcio romanticamente inteso come metafora (penso a Soriano, a Galeano). Mi ha sempre attirato molto il mondo letterario sudamericano, per quell’intreccio inestricabile tra reale, fantastico ed immaginario. Un modo per dire cose reali attraverso cose che non esistono affatto. Eppure potrebbero essere, quindi in qualche modo esistono. Anche se oggi gli autori più recenti si rivoltano contro quel modello di scrittura che definiscono uno stereotipo che solo in parte rappresenta la complessità del pianeta sudamericano. A volte bisogna anche essere orfani di grandi padri per crescere. Ed io sono d’accordo»

Per te, come uomo e come scrittore, cosa ha significato raccontare questa storia?

«Mi sono entusiasmato e divertito nello stesso tempo. Man mano che la storia cresceva mi sentivo sempre più coinvolto, fino a desiderare di vivere la stessa vita di Aureliano. Una possibilità di sviluppare il mio rapporto con la parola e di riconfermare la necessità, anche politica, di pensare un mondo migliore. Perché possibile e necessario appunto»

Quanto tempo hai lavorato, materialmente parlando, al romanzo?

«Mettendo insieme tutti i tempi della ricerca, della stesura e delle varie riletture, direi circa tre anni»

Parliamo del rapporto tra realtà e invenzione, che in “Un cortile di parole” occupa un posto fondamentale.

«Forse mi ripeto. La vicenda è reale, l’invenzione ne è solo una conseguenza, un corollario. C’è una storia nella storia che spiega bene quanto voglio dire. Negli ultimi mesi, per una serie di fortunate e casuali coincidenze, ho avuto modo di entrare in contatto con Evando dos Santos, il personaggio storico che vive a Rio, che ha fondato una biblioteca (la Tobias Barreto), che ha fatto molte cose di quelle descritte nel romanzo. E che io non conoscevo, ma inventavo avendo a disposizione solo la notizia nuda e cruda. Ho parlato con lui per telefono e da questi contatti sta nascendo la possibilità di una traduzione in portoghese, di iniziative con l’Istituto di Cultura Italiana di Rio. Il mese scorso ho rilasciato un’intervista a Marina Goncalves de “O Globo”, proprio perché dos Santos mi ha citato più di una volta in suoi interventi. Evando dos Santos è figura molto nota in Brasile e la sua vita e quella di Aureliano spesso coincidono, come per miracolo. Una storia incredibile. Qualche giornale locale ne ha anche parlato e si possono prevedere anche altri inaspettati sviluppi. Il detto comune che la realtà superi a volte la fantasia qui si fa fortemente vero»

Il rapporto che Aureliano ha con la realtà coincide con quello che hai tu? Oppure in cosa differisce?

«Per diversi aspetti direi di sì. Oggi soprattutto, perse che sono state molte illusioni e spinte ad un impegno diretto verso le cose. Non tanto un riflusso nel privato quanto piuttosto una più quieta ricerca del fare, ma senza gridare, accontentandosi di perimetri meno ampi ma più sicuri. A piccoli passi si possono consumare lunghi cammini, ma sempre senza rinunciare alla sostanza. Cerco di fare bene il mio lavoro di insegnante ad esempio e di essere sincero nell’uso della parola. Insomma volare ma senza staccare i piedi dalla terra. Mi ha scritto Evando: la vita è una lettura e leggere è un modo di combattere. Cose che si possono fare tutti i giorni senza aspettare l’ora x»

E che mi dici dei sogni? Sono un’altra presenza importante, nel tuo libro.

«I sogni sono pur sempre un’espressione del pensiero. Come diceva Pasolini delle parole: sono impotenti ma pure devono servire a qualcosa. I pensieri costruiscono progetti e questi sono strumenti essenziali della prassi. Un’azione reale non può essere mai cieca. I sogni sono gli occhi per scrutare l’orizzonte e sorpassarlo verso più alti approdi»

Parole per raccontare la storia di un uomo che scopre le parole e così trova quelle per vivere più a fondo la propria vita. Credi si possa applicare questa “formula” al tuo romanzo?

«Mi pare una lettura giusta, la più vicina all’anima del libro. La parola racconta e il racconto è un modo per riconquistarsi, per tornare ad appartenersi. Vale per me, per Aureliano, per Evando, per tutti gli uomini, sotto ogni cielo. Le parole sono il nostro prossimo: vanno amate»

Ma c’è una sorta di mistica di parole?

«Nel senso prima detto credo di sì, se per mistica intendiamo non un’adesione acritica ed incondizionata ad una ideologia, ma una scelta ideale che porta ad agire per salvaguardare sempre la dignità dell’uomo, la sua libertà in senso molto largo, spirituale e materiale, voglio dire»

Sembra tu dica questo: le storie dei (e nei) libri raddoppiano la vita, le concedono uno spazio ulteriore. Aureliano, uomo di fatica, scopre nelle pagine un golfo d’esistenza…

«Per dirla con Wittgenstein: il linguaggio è il mio mondo; i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo. I libri sono i luoghi dei linguaggi. Una magnifica Babele per tentare l’assalto al cielo può riuscire a volte. Certo un golfo di esistenza ma anche la possibilità di sfidare il mare aperto»

Possiamo dire che il mestiere di vivere coincide con quello di resistere?

«Vivere è r-esistere. E resistere significa rompere le barriere della rassegnazione, rifiutare una logica dell’asservimento, dell’omologazione. Celebrare le nozze tra l’io e l’altro, tra l’io e il mondo. Affermare una logica dell’azione, di cui anche i sogni fanno parte»

Aureliano ha anche una sorta di religiosità. O per lo meno ne è avvolto, mi pare…

«In una immaginaria marcia di uomini e santi Aureliano potrebbe benissimo essere collocato alla testa del corteo con una sua bandiera. La religiosità assume infinite forme, spesso molto lontane da quelle tradizionalmente pensate. Dio è dentro di noi, scriveva Rousseau. Il resto è pura formalità»

Vorrei ti soffermassi su una delle pagine più commoventi del tuo romanzo: quella del pianto di Aureliano, che dopo aver letto “il primo libro della sua vita” non riesce – non sa, non può – trattenere le lacrime.

«Sì. Confesso che ho sentito una forte emozione nella stesura di quei passi. Sentivo che non vi era differenza tra me ed Aureliano in quei momenti. Accade di fronte a pagine coinvolgenti quando si scopre la bellezza della parola che dice in modo semplicemente umano. Quant’è bello a chiàgnere scriveva Eduardo nel chiudere la sua “Filumena Maturano”. Come il ridere, ma il pianto passa solo attraverso la solitudine, la sublima, le dà un senso. Nel pianto di Aureliano c’è una riconquistata felicità, un ritorno all’infanzia che fa diventare adulti: il piangere del protagonista rappresenta una improvvisa vittoria sul mondo che lo ha sempre sconfitto. Solo gli uomini che hanno vinto veramente piangono. Anche se sembrano ancora sconfitti. Il sussulto del pianto è una risposta alla violenza del mondo e l’inizio della riscossa. Bisogna farlo senza pudore, con amore»

Il primo libro che Aureliano trova è un libro di narrativa. Il secondo è uno di poesia. C’è una ragione dietro questa consequenzialità?

«Sapevo che Evando dos Santos coltivava sopra ogni cosa la poesia (infatti Tobias Barreto è un poeta del Sergipe, zona di origine del nostro). Non c’è una ragione particolare, anche se nella mia scrittura poesia e narrativa si rincorrono continuamente. Una ragione più personale che “ragionata”. Un modo per fare della ingenuità di Aureliano la molla di tutta la storia; infatti lui pensa che il libro, leggendo il nome del colonnello Buendia, possa in qualche modo riguardarlo e se ne innamora. Il resto va da sé»

Il respiro, il cuore che batte, una gamba malandata: in “Un cortile di parole” il corpo, l’idea di corpo è molto presente.

«Certo. La corporeità di Aureliano rimanda alla sua anima più profonda. Ogni avvenimento si traduce in sensazioni corporee. Il corpo è il luogo del destino, dei sentimenti, del rapporto con la vita terrena. Non solo per Aureliano, m anche per Oppiano, Ubaldo Ribeiro, per il cane Dinà, per Garrincha. Scherzando potremmo definirla una storia psicosomatica. Il corpo, i gesti, la carne e i nervi come chiave di lettura dello spirito che ci si porta dentro»

Trecentocinquanta pagine, anche piuttosto fitte, per raccontare la semplice nudità di una forma di felicità. Sei d’accordo?

«Senz’altro. La vicenda narrata è solo un esempio emblematico. Se questo libro ha un senso, questo va trovato nel pensare i sogni come realizzabili, almeno in parte: Il che vuol dire imparare a sognare, cosa non facile. Gli avvenimenti della nostra vita, forse, non sono mai casuali ed imprevedibili, quasi ci fosse un destino solo da noi costruito con il libero arbitrio, inteso come strumento per cogliere segnali, per capire quello che ci succede, per dargli un senso, un valore. Aureliano esalta la possibilità, per ognuno di noi, di farsi homo faber. In fondo la felicità è fatta di semplicità. Il problema è che questa, la semplicità appunto, è difficile a farsi in un mondo volutamente complicato ed ingannevole. Forse per non consentirci di essere felici»

Quante risposte e quante domande hai imparato a porti e a darti mentre ti addentravi nel tuo romanzo?

«Tante, forse riassumibili in una: che vale sempre la pena di vivere e di sognare. Per Schopenhauer erano fogli dello stesso libro. A dirla tutta le domande salgono più facilmente in superficie, le risposte costa spesso vane fatiche. Ma. a volte, la migliore risposta è già nel porsi domande. Nel corso del lavoro mi sono spesso chiesto se ne valesse la pena, ma poi continuavo: era quella la risposta. Del resto bisogna pur fare qualcosa. Era come cercare libri. Aureliano cercava libri ed io scrivevo di lui che cercava. Mi sentivo in buona compagnia. Il tempo era nostro in ogni caso. Questa la conquista, questa la risposta alle mille domande. Ecco, mille domande, una risposta»

Ma quando si lavora a un romanzo, con quel romanzo si coabita, si convive o si coesiste?

«Tutte queste cose ed altre ancora. La scrittura si fa casa comune, persona altra e se stessi contemporaneamente. Si respira insieme e non sempre è facile distinguere il respiro di chi pensa e scrive dal respiro di quanto è scritto e pensato. Ma, probabilmente, non serve a nulla fare questa distinzione. Come diceva Fortini: La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro. Ma scrivi. È quanto si è tentato di fare, quanto si tenta e si spera ancora di fare. Con umiltà, senza presunzione. Stare in un angolo di strada e guardare Aureliano passare, contento di poco, con un libro sotto il braccio. Forse questa capacità di guardare ci manca per essere felici. Un poco, almeno»

Intervista di Simone Gambacorta

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