Dopo una vita lavorativa trascorsa in giro per il mondo nel gotha della finanza, il teramano Luigi Marini, ex numero uno della Banca d’Italia a Londra, è tornato nel suo Abruzzo da pensionato eccellente. Ma non poteva restare inattivo ed ecco il suo nuovo impegno: delegato provinciale dell’Accademia Italiana della Cucina.
Chi è Luigi Marini? Nato a Teramo, studi a Roma e Cambridge, poi la carriera universitaria e nel ‘61 Bankitalia, come collaboratore di Ciampi. Inizia quindi la carriera all’estero: Washington al Fondo Monetario, Parigi all’OCSE, New York come Capo Delegazione della Banca d’Italia, infine Londra come numero uno della nostra Banca e con numerosi altri prestigiosi incarichi. Marini, Gigi per gli amici, è uno dei precursori di quella nuova generazione di italiani che sono andati all’estero non più come emigranti, ma come professionisti altamente qualificati e prestigiosi rappresentanti del nostro paese.
Nel corso di tutti questi anni trascorsi in giro per il mondo, a contatto con culture assai diverse, come è cambiato il suo rapporto con la cultura della sua terra natale? Le è diventata stretta come accade a molti?
Proprio questo contatto con culture diverse e variamente articolate mi ha abituato a mantenere rapporti coerenti con tutta la realtà esterna, compresa quella della mia terra d’origine. Voglio dire che se l’Italia fosse rimasta quella che era al tempo in cui l’ho lasciata, la mia reintegrazione sarebbe stata altrettanto agevole. Non credo che si possa misurare la cultura con le implicazioni economiche e con gli impatti sociali e antropologici legati alle mode, agli sviluppi degli usi e dei costumi.
E dalle sue scrivanie di New York, e poi di Londra, come ha visto cambiare l’Abruzzo, soprattutto in termini culturali?
Ho visto l’Abruzzo cambiare così come ho visto cambiare l’Italia ed il resto del mondo in rapporto ai nuovi tempi, alle nuove realtà economiche, politiche e sociali, nonché ai fenomeni di globalizzazione nella loro rapidissima evoluzione.
Dall’osservatorio privilegiato della sua invidiabile esperienza: dove sta andando culturalmente l’Abruzzo? Di cosa avrebbe davvero bisogno e di cosa deve assolutamente fare a meno?
Non sta a me dirlo. Né sta a me ipotizzare bisogni e indicare carenze per un territorio che ha portato avanti, con coraggio e determinazione, il coerente rapporto con i tempi che cambiano in evoluzione rapidissima e inarrestabile. L’Abruzzo non si è mai smentito in questo impegno.
Avendo deciso di tornarci da pensionato eccellente, ci è facile intuire che il legame con l’Abruzzo sia davvero forte. Qual è oggi il suo impegno culturale per la nostra terra?
Sempre uguale. Il mio legame con l’Abruzzo non si è mai affievolito e il mio impegno culturale per la mia terra è rimasto inalterato; anzi, oggi, una volta rientrato, posso considerarlo più diretto e più intenso.
Dalla finanza alla cultura del cibo: cosa l’ha spinta ad impegnarsi in questo settore così apparentemente distante dalla propria realtà professionale?
La lunga permanenza in paesi anglosassoni ha creato delle abitudini nel mio normale sistema di vita, cui oggi, una volta fuori e anche se completamente riadattato alle radici, mi è difficile rinunciare. Gli hobbies per gli americani, ad esempio, sono parentesi necessarie le cui attività devono scandire sistematicamente la struttura stessa dei ritmi lavorativi, ancor più efficaci se i loro contenuti si allontanano dalla sfera culturale del lavoro stesso. La cucina non è mai stata una passione per me che ho sempre mangiato per vivere…nè un hobby nel senso proprio del termine, dal momento che non ho mai avuto dimestichezza coi fornelli. Diciamo che ho sempre nutrito interesse e curiosità per la scienza dell’alimentazione e di essermi accostato, soprattutto quando ero a Londra, a certi risvolti culturali del mondo enogastronomico. Diventato Accademico (dell’Accademia della Cucina ndr.) in Inghilterra, ho accettato volentieri l’invito a presiedere una Delegazione italiana con l’intento di trasformarne alcuni presupposti. Mi sono accorto di divertirmi nel gestire managerialmente una struttura che, a tutti gli effetti, è oggi annoverata tra gli Enti culturali italiani e mi diverte ancor di più creare una rete di relazioni sociali, anche intercontinentali, partendo da un minimo comune denominatore: la riscoperta delle tradizioni in genere, l’arte della buona tavola come base di nuovi sistemi educativi, la cultura e la ricerca delle nostre radici. Al di là dei pantagruelici convivi e delle pur piacevoli sbicchierate che hanno poco o niente a che vedere con l’Accademia della Cucina.
L’aver vissuto a lungo in nazioni che mancano di una radicata tradizione enogastronomica ha influenzato la sua posizione nei confronti della cultura del cibo che caratterizza invece il nostro paese?
Mi sento in dovere di precisare che le nazioni in cui sono vissuto non hanno, è vero, una forte e radicata tradizione enogastronomica in senso proprio ed univoco; ma è indubbia la forte azione elaborativa che la cultura di quei paesi ha dimostrato nei confronti delle mille “culture” del cibo con cui si sono trovati a contatto. Oggi in Italia si mangia bene e si discute bene sulla civiltà della propria tavola; in America si mangia bene e si discute altrettanto bene sulla civiltà della tavola di mille altri paesi.
Quali sono i progetti e le finalità del suo impegno a favore dell’Accademia della Cucina?
L’Accademia Italiana della Cucina è diventata, lo sanno tutti, Istituzione Culturale della Repubblica Italiana. I miei progetti e le finalità del mio impegno sono in perfetta linea con quelli della Presidenza nazionale, in rapporto ad ogni implicazione culturale che riguardi lo sviluppo dell’Istituzione stessa. Abbiamo iniziato con il convegno di Teramo su “diete e sapori”, tenutosi in una data ormai simbolica: l’11 settembre 2004. È seguito poi un evento di grande rilevanza, primo convegno a livello mondiale realizzato all’estero dall’Accademia, che ha avuto luogo a New York al primi di maggio 2006 ed ha visto il sottoscritto in veste di moderatore. Obiettivo di questa convention, brillantemente raggiunto a giudicare dal successo di pubblico e dalle recensioni sulla stampa, è stato promuovere la conoscenza diretta dello status della cucina italiana nella “Grande Mela” attraverso tre riunioni conviviali in altrettanti antichi e famosi ristoranti italiani di New York: l’Osteria del Circo (dependance del celebre Le Cirque), il Barbetta e il San Domenico. L’evento ha visto riuniti Delegati e Accademici della costa orientale degli States e del Canada.
Il 14 ottobre di quest’anno dovrebbe essere dato ufficialmente il via all’accordo tra l’Accademia Italiana della Cucina e l’Università di Teramo, firmato a suo tempo dal nostro Presidente Nazionale, il prof. Giuseppe Dell’Osso, ed il Magnifico Rettore, prof. Mauro Mattioli. L’accordo prevede l’istituzione di un Master in comunicazione enogastronomica con tutti i risvolti, le implicazioni e gli sviluppi che ne potranno derivare. È questo il secondo accordo a livello mondiale, dopo quello con l’Università di Parma.
l’Accademia Italiana della Cucina
L’Accademia Italiana della Cucina è sorta negli anni ‘50 come risposta al grido lanciato da Orio Vergani “La cucina italiana muore!”. Alcuni italiani scoprirono così che spettava loro il compito di salvaguardare un importante patrimonio culturale: quel costume gastronomico che è la storia, la tradizione e l’identità del nostro popolo. Nata ufficialmente a Milano nel ristorante dell’Hotel Diana, l’Accademia è stata definita “l’alfiere della civiltà della tavola”, unica istituzione che difende la vera cultura gastronomica in un mondo di commercializzazione del cibo e di ignoranza alimentare. Nel 2003 il Ministero per le Attività e i Beni Culturali le ha conferito il titolo di Istituzione Culturale, ponendola tra le più quotate realtà culturali italiane. È autofinanziata, senza scopi di lucro, indipendente e opera su basi volontaristiche, organizzata in delegazioni territoriali (205 in Italia e 67 all’estero) con oltre 7000 associati. Il suo scopo è proporre alle nuove generazioni la tradizione culinaria italiana come concetto positivo, frutto di innovazioni ma capace di mantenere saldi i principi della genuinità, della cura e la ricerca dei prodotti della nostra terra. Nel 1956 crea il mensile L’Accademia che nel 2004 prende il nome di Civiltà della tavola; nel 1961 nasce la Guida ai ristoranti che, grazie ad un accurato monitoraggio, fornisce un panorama utile e completo dello stato di salute della cucina sia in Italia che nel mondo, indirizzando verso quei locali e quegli operatori che hanno a cuore la sopravvivenza della più autentica tradizione gastronomica nazionale.
per saperne di più:
www.accademiaitalianacucina.it
Giovanni Lattanzi