È in corso dal 6 marzo e resterà aperta fino al 29 giugno presso il Complesso del Vittoriano a Roma la mostra “Giotto e il Trecento. Il più Sovrano Maestro stato in dipintura”.
L’esposizione, che comprende centocinquanta opere provenienti dai musei di tutto il mondo e appartenenti ai più grandi nomi dell’arte italiana del XIV secolo (da Cimabue a Simone Martini, da Pietro Lorenzetti a Giovanni Pisano e Arnolfo di Cambio, solo per citarne alcuni), permette di ammirare venti preziosi capolavori di Giotto di Bondone, celebre e indiscusso maestro toscano della pittura del Trecento.
Se, a distanza di settecento anni, si sente ancora il bisogno di rendergli omaggio – insieme agli artisti con cui fu in contatto e che influirono sulla sua formazione – è perché egli ha attuato una vera rivoluzione non solo nella storia dell’arte, ma in tutta la cultura dell’epoca. Giotto è stato infatti colui che ha ricusato la tradizione bizantina (greca), ricollegandosi invece ad una fonte ‘latina’, basata sui concetti di ‘natura’ e ‘storia’.
Al di là delle singole opere conservate in Italia e all’estero, restano due importanti cicli pittorici a testimoniare la grandezza e la capacità inventiva di Giotto: le “Storie di San Francesco” dipinte nell’omonima chiesa ad Assisi e le “Storie della Vergine e di Cristo” affrescate nella Cappella degli Scrovegni a Padova.
Sulla presenza di Giotto ad Assisi a partire dal 1290 la critica è tuttora dibattuta, ma gli studiosi generalmente concordano nell’attribuirgli le “Storie di San Francesco” – ‘post’ 1296 – nella navata della basilica superiore. Rispetto all’analogo ciclo realizzato nella basilica inferiore, la serie giottesca (che, nella sua struttura a riquadri, anticipa la moderna illustrazione a fumetti) non segue un criterio biografico o agiografico. Il santo è descritto piuttosto da un punto di vista morale: i suoi gesti, prima ancora che miracolosi, sono fatti ‘storici’, cioè attuano un disegno divino. Nel compiersi degli eventi è allora rivelata tutta la realtà, e lo spazio – costruito come un cubo – assume nella raffigurazione “un valore costante, assoluto, universale” (Giulio Carlo Argan).
A Padova le “Storie della Vergine e di Cristo” (1303-05) ricoprono le pareti di un vano rettangolare, coperto a botte. Esse sono nude, prive di membrature architettoniche: la definizione dello spazio è dunque interamente affidata alla pittura. Le figurazioni sono incorniciate da un fregio piatto, monocromo, con piccoli medaglioni colorati. Il “Giudizio Universale” sulla controfacciata, le allegorie di “Vizi” e “Virtù” completano un quadro – nell’insieme unitario – che narra la storia dell’umanità, a cui la presenza reale del Cristo pone l’alternativa morale del bene e del male. Anche qui Giotto racconta il divino e l’umano, trasforma il ‘pathos’ bizantino in dramma composto, la fissità iconica in imponenza monumentale.
La ‘misura’ che si avverte nelle sue opere è quella morale: il sentimento non è mai esasperato, ma si traduce in gesto, dominato da un’armonia di colori e una purezza formale che rendono la pittura di Giotto ancora oggi ‘moderna’, paragonabile soltanto ai capolavori dell’arte classica.