Spingendosi lungo la statale 82, che da Avezzano sconfina nel Lazio raggiungendo Sora, tra gli ultimi comuni dell’Abruzzo, si incontra Balsorano. È diviso tra il paese moderno, ricostruito nella valle dopo il terremoto del 1915, e l’antico comune di Balsorano Vecchio situato più in alto sulla montagna. Arroccato su di uno sperone di roccia che domina sulla valle Roveto e sul fiume Liri, il borgo è sovrastato da una meraviglia che spicca imponente nel verde: il castello Piccolomini.
Nei percorsi di visita alle terre della Marsica capita spesso di imbattersi nel nome di questa nobile famiglia di origine toscana (si ricorda Enea Silvio, divenuto Papa col nome di Pio II), in quanto Antonio Piccolomini, fedelissimo della corona aragonese succeduta nel 1443 a quella angioina di re Renato, era divenuto nel 1463 conte di Celano e Viceré d’Abruzzo. Tra gli interventi militari a difesa della sua Contea, egli potenzierà soprattutto la sua sede feudale di Celano, e nel 1465 farà costruire il castello di Ortucchio.
Qui a Balsorano il nuovo feudatario, succeduto alla famiglia degli Acclozamora, intervenne su di una fortezza più antica, annessa già dal Trecento alla Contea di Celano dopo essere stato un possedimento della Contea d’Albe. Il castello rimase per secoli di proprietà dei Piccolomini, per poi passare tra Settecento e Ottocento prima ai Testa di Roma e poi ai Lefevre. Su di esso si abbatté la furia dal terremoto di Avezzano; nel 1930 i Fiastri Zanelli ne acquistarono i ruderi provvedendo a ricostruirlo per trasformarlo nella loro residenza gentilizia, dando luogo tuttavia ad un discutibile rifacimento “in stile”.
Purtroppo in quell’occasione non si pensò a ricostruire la torre centrale, a base quadrata, che sicuramente era molto più antica, ed è peraltro documentata in un disegno del 1659 di Horatio Torriani.
L’attuale aspetto del castello è molto diverso rispetto a quello originale, poiché è stato radicalmente modificato della pesante ricostruzione dei primi del Novecento. Ciò è evidente soprattutto negli ambienti interni arredati secondo il gusto del revival gotico. Gli architetti che ne hanno studiato la pianta hanno potuto comunque ricostruirne la struttura che doveva avere nel Quattrocento.
Confrontata con disegni precedenti, la pianta presenta infatti ancora la forma irregolare a cinque lati, con le classiche torri cilindriche agli angoli tipiche delle fortezze progettate alla metà del XV secolo. Come è stato notato anche per altri castelli abruzzesi, le basi delle torri potrebbero risalire addirittura ad una fortezza più antica; è stata infatti notata una certa continuità costruttiva nel passaggio dalle fortificazioni francesi a quelle spagnole di Alfonso I d’Aragona. Ironia della sorte, una volta che quest’ultimo riuscì a sconfiggere re Renato, da vincitore riutilizzò ed ampliò molti di quei castelli che erano stati approntati proprio contro di lui nella dura campagna di scontri tra le due fazioni.
Completa il sistema difensivo di Balsorano un’ulteriore cerchia di mura disposta verso nord. All’interno delle mura principali gli edifici si sviluppano attorno ad un suggestivo cortile a forma di L, nel quale si trova un pozzo con lo stemma dei Piccolomini, caratterizzato da una croce percorsa nei due bracci da mezze lune. Fa da sfondo al pozzo uno scenografico palazzo in pietra con un bel portico al piano terra e finestre a bifora al piano superiore.
Ma l’intero colle di Balsorano inoltre, il cui nome deriva da Vallis Sorana, costituiva anche in epoca più antica una strategica postazione militare per il controllo del confine; il borgo fortificato è infatti citato nei documenti antichi fin dal 1089, quando viene nominato come castrum, per divenire significativamente castellum nel secolo successivo.
Il sistema difensivo della valle prevedeva anche altre fortificazioni: nella valle ai piedi del castello, sulla riva del fiume Liri, in località Starza si trovano i resti ormai diroccati di due torri. Una è a base quadrata ma purtroppo del tutto ricoperta dalla vegetazione; fu riusata in un’epoca imprecisabile come mulino. La seconda, a forma circolare, è un po’ più visibile e venne recuperata nel medioevo per farne l’abside della chiesa trecentesca di Santa Maria delle Grazie; fu poi modificata nel Seicento, ma purtroppo oggi è anch’essa diroccata.
Nei pressi di Balsorano Nuovo sorge il convento di San Francesco, anch’esso distrutto dal terremoto del 1915 e ricostruito in forme moderne. Dalle fonti storiche risulta tuttavia rifondato, al posto di uno ancor più antico, nel 1303 per volere del papa Benedetto XII. Da una descrizione del 1650 si scopre che del convento, all’epoca, restava un solo braccio perpendicolare alla chiesa, mentre quest’ultima aveva navata unica con coro e cappella maggiore dalle belle volte a crociera.
Nonostante la ricostruzione moderna, conserva ancora un bell’altare maggiore del Settecento con un paliotto decorato da marmi intarsiati, dono dei Piccolomini, ed un Crocifisso in legno del 1725. Da Balsorano si può risalire il vallone Sant’Angelo per raggiungere un piccolo santuario sorto sul luogo dov’era il monastero benedettino di San Michele, soppresso nel 1296. Entrando nella grotta, l’antico rifugio dei monaci, si può ammirare un affresco del 1553 che raffigura la Madonna dello Spirito Santo.
Per chi volesse compiere delle escursioni ci sono itinerari di salita al monte Cornacchia, a 2003 metri di quota, e al Pizzo Deta, poco più alto, le belle vette della catena dei monti Ernici.
Giovanni Lattanzi

