“I ponti di Madison County” al Teatro Quirino di Roma
Scritto da Romano Maria Levante il 20 aprile 2009
La “love story”, con Paola Quattrini e Ray Lovelock, dal 15 aprile al 3 maggio 2009.
“Il rischio che vi chiedo di affrontare è questo: dimenticare il film, affidarsi totalmente alle parole, costringersi al ‘racconto’, rinunciare all’azione se non come eco lontana di immagini che riaffiorano alla memoria in automatico, nell’atto di rievocare e ripensare”, questo l’avvertimento rivolto agli attori da Lorenzo Salveti, adattatore e regista teatrale di “I ponti di Madison County”. Un avvertimento anche per gli spettatori, che si sentono portati a muoversi “in un luogo non luogo, in un tempo senza tempo, con leggerezza e pudore. Un esercizio difficile”, sempre nelle parole del regista.
Definizione appropriata, inquadra la messa in scena teatrale come meglio non si potrebbe. Perché ci si trova coinvolti in una specie di “oratorio”, affidato alla parola recitata verso il pubblico, gli attori sono per lo più rivolti agli spettatori piuttosto che immersi nell’azione scenica. Resa peraltro scarna ed essenziale dalla scenografia quanto mai spartana nell’unica ambientazione: un tavolo con qualche sedia, peraltro disertato, una piccola scrivania dove si rifugia la protagonista nelle sue riflessioni ad alta voce, un abbozzo di arredo, il tutto invariato per l’intero spettacolo; l’esterno viene evocato all’inizio facendo scorrere immagini di una strada polverosa che attraversa lo Iowa, in una landa desolata percorsa da un’auto solitaria altrettanto anonima.
In queste fuggevoli immagini c’è la solitudine e la noia, la “normalità” e la banalità dell’ambiente, quasi ad indicare che non vi è altro all’esterno da mostrare; tutto si svolge all’interno, e non tanto dell’abitazione, se ne mostra un solo vano, quanto nell’intimo dei protagonisti. Così anche gli spettatori hanno dovuto dimenticare il film, dopo l’inevitabile ricerca di somiglianze e diversità, l’attesa di un cambio di scena, il desiderio di rivedere almeno per un attimo i più famosi ponti del cinema, che nell’immaginario dei cineamatori hanno sostituito “L’ultimo ponte” della battaglia finale in Europa del 1945.
“Affidarsi totalmente alle parole”, dunque, “costringersi al racconto”, in un oratorio, una confessione pubblica e corale. E’ l’essenza ultima del teatro.
La Bottega teatrale di Gassman rivissuta al Quirino
E allora ci è tornato in mente Vittorio Gassman, l’ultimo spettacolo nel quale lo avevamo visto nello stesso teatro con la sua Bottega teatrale, il laboratorio di attori. Un ricordo nel quale non possiamo tacere la sorpresa che il grande artista, passato da mattatore a Maestro, regalò agli “aficionados” del Quirino.
Riconoscemmo sulla scena, mentre seguiva docile le sue direttive come gli altri giovani, una biondina che ci aveva accompagnato tante volte al posto come mascherina: era sul palcoscenico, diventata attrice. Il ricordo finisce qui e si vela di commozione ora che il teatro è intitolato a lui. Nel narratore che si appartava di tanto in tanto al lato della scena per rientrarvi proseguendo il racconto, abbiamo rivisto il grande Gassman di quella sera con la sua Bottega. Non per l’interpretazione ma per la scansione dei momenti dell’azione scenica, il dare l’avvio di volta in volta agli attori per la loro parte.
Gli attori, dunque. Dimenticato l’ambiente, a parte la fuggevole citazione filmica, è stato più facile dimenticare i mostri sacri che lo avevano occupato. Ma mentre Paola Quattrini era distante mille miglia da Meryl Streep, rimasta sulla strada polverosa che scorreva all’inizio sullo schermo, in Ray Lovelock, il fotoreporter di “National Geographic”, Robert, si faceva sentire l’assonanza con Clint Eastwood. Forse il fisico e il portamento, con la chioma grigia scomposta e la camicia trasandata, il viso segnato e l’espressione stanca, con la dizione cinematografica che porgeva le parole, non le recitava, tutto questo ci riportava a quello che avevamo appena accantonato.
La distanza di Paola Quattrini dall’attrice americana invece era in tutto, dai movimenti ai toni della voce, recitata come avviene a teatro con forzature tanto nei toni brillanti che in quelli drammatici. Forse da vera italiana meridionale , precisamente di Bari, come è Francesca, il personaggio principale. E i due giovani che compaiono alla fine non hanno nulla del tormento dei figli, che nel film viene proposto all’inizio, non c’è nulla del dramma di avere scoperto una madre diversa e di dover prendere una decisione inusitata per assecondarla, alla quale in un primo momento si oppongono per poi comprenderne i motivi e amarla ancora di più.
Il narratore, Ruben Rigillo, impersona lo stesso autore, Robert James Waller, all’inizio da solo in scena, poi con i due protagonisti, infine con tutti i personaggi, compresi i due figli che hanno un ruolo minore. Non appare neppure fuggevolmente il marito Richard, ed è una scelta appropriata nella riduzione teatrale, nel film compare per pochi attimi verso la fine; non è lui il problema, non viene proposto il “triangolo” amoroso e neppure il “quadrilatero” comprendendovi i figli, ma un tema più complesso che investe il rapporto di ciascuno con se stesso, il diritto di riprendersi la propria vita.
La “love story” che ha tanto appassionato
Molti conoscono la storia, basta richiamarne i momenti centrali: un prima, un durante e un dopo. Lo faremo rapidamente, le immagini riaffioreranno alla memoria ma non scopriremo la trama, come si diceva una volta, per non togliere agli spettatori che non la conoscono il gusto della sorpresa.
Il “prima”, l’inizio, nell’annoiata e polverosa località dello Iowa, è segnato dal caso, la richiesta di un’informazione banale, come avviene tutti i giorni, e un avvertimento: il destino è sempre dietro l’angolo quando abbiamo la guardia abbassata. La noia e la banalità, la quotidianità e la solitudine la fanno di certo abbassare, e allora l’opposto di noi, il giramondo con il fascino avventuroso del reporter fa presto a superare le difese, e anche lui è preso dal suo contrario.
Il “durante” sono le schermaglie di parole presto travolte da una chimica di attrazioni e di emozioni, che diventa poi passione, sentimento profondo; un poi che a teatro è un subito, anche se la vicenda si sviluppa e si consuma in quattro giornate brevi come un lampo e lunghe come l’esistenza, secondo l’indecifrabile misura del tempo che si dilata o si contrae nella lunghezza d’onda della percezione individuale, indefinibile e inafferrabile.
Nella riduzione teatrale questo processo viene raccontato, nella versione cinematografica veniva vissuto con sequenze in interno ed esterno che mostravano l’avvicinamento progressivo attraverso il pudore intenso e febbrile della Streep e l’assiduità premurosa di Eastwood. Paola Quattrini ha dovuto rendere esteriore quanto la stava attraversando perché non aveva quelle sequenze e quei primi piani per esprimere il vibrare dei sentimenti insorgenti e poi la loro esplosione; e lo ha fatto con calore, da vera italiana del Sud, anche con sfoghi liberatori. E’ la moglie e la madre ormai matura, momentaneamente liberata dalle incombenze familiari per la temporanea assenza del marito e dei due figli, che riscopre in sé gli interessi e le pulsioni, i sensi e i desideri della donna.
Lovelock, come del resto Eastwood, non aveva bisogno d’altro che dello zaino e della “Laica”, per dare il senso della imprevedibilità e del fascino misterioso; in Robert si rivede Shane, il “cavaliere della valle solitaria” che entra nella vita di una famiglia in modo diverso suscitando nella donna emozioni velate, e poi riparte da solo verso l’ignoto nelle praterie del West. Il ballo che vede Robert e Francesca prima seguire la musica, poi restare strettamente abbracciati immobili sulla scena, in un’istantanea, un fermo immagine dove sfocia la tempesta di sentimenti, pone il sigillo al “durante” della storia.
Il narratore fa il resto descrivendo quei magici quattro giorni, le ardenti manifestazioni del loro amore, la loro incontenibile passione; con l’intento di consegnarli alla storia: che non è solo la loro piccola vicenda personale ma anche la grande storia umana che ha visto passioni travolgenti accompagnate come questa da una scia di dolori e di dilemmi laceranti.
Finché arriva il “dopo”, il momento del “redde rationem”, della decisione. E’ bene non rivelarla per chi non ha vissuto la scena cinematografica: i due veicoli accodati al semaforo con Robert nell’auto davanti che appende la catenina allo specchietto; Francesca, tormentata dal dilemma nell’auto dietro, con la mano che va sulla maniglia interna della portiera, la gira lentissimamente; le auto ferme al rosso e poi anche al verde in un’attesa rotta dal marito di lei con energici colpi di clacson, un tempo interminabile, e poi… Francesca che esclama: “Le parole mi esplodevano dentro…”. Ma questo era il cinema, il teatro al posto delle immagini offre la narrazione. Anch’essa molto intensa.
Le visioni della vita, le scelte e i doveri rimessi in discussione
L’assenza del pathos cinematografico, fatto delle suggestioni che solo il cinema può offrire, si pensi alla sequenza appena descritta, ha dato al lavoro un qualcosa in più di riflessione e di meditazione. Di qui l’oratorio, di qui il narratore che squaderna emozioni e sentimenti sostituendosi all’azione. Ed è stato come se i temi mossi dalla vicenda fossero stati posti subito sul tappeto, non come effetto collaterale ma come elemento principale.
Quasi che il come e il perché risultassero in un certo modo scontati per cui non c’era bisogno di azione. Come non c’era bisogno dei ponti, quegli inconsueti e intriganti ponti coperti, nei quali si può vedere qualcosa di protettivo o al contrario un buio tunnel che si staglia all’improvviso, per di più sospeso nel vuoto; ma dopo c’è la luce. Infatti i ponti di Madison County nella “piece” teatrale non si sono visti, neppure tra le fuggevoli immagini proiettate. Sarebbe stato semplice farlo, non lo si è fatto per una precisa scelta. Quale? Lo abbiamo detto all’inizio con le parole del regista: “dimenticare il film, rinunciare all’azione, un esercizio difficile”; ma riuscito, diremmo, non è la vicenda ad avere risalto ma i problemi che pone, mentre la scelta scenica invita a “rievocare e ripensare”.
Sono in gioco due valori altrettanto forti, l’amore e la famiglia, che si contrappongono. Come non dovrebbe mai essere, o almeno come ci si illude che non avvenga. E se avviene, come a Francesca con Robert, che fare? Esplode il dramma come prima era esplosa la passione, e Paola Quattrini dà all’uno e all’altra toni forti senza sottigliezze psicologiche e fremiti delicati. Francesca è una donna del Sud, abbiamo detto. In questo conflitto di valori ne entra in campo un terzo non meno pressante, il diritto a riprendersi la propria vita rispetto ai doveri che sono stati imposti. Non ci sono drammi all’esterno, ma dirompenti nell’intimo, contraddizioni laceranti da tragedia greca. Il dilemma è in un gioco a perdere, visto così da Francesca: “Quello che io e Robert avevamo avuto non sarebbe potuto continuare se fossimo rimasti insieme e quello che io e Richard avevamo sarebbe svanito se ci fossimo separati”.
E’ una quadratura del cerchio che risolve a modo suo, e cerca di trasformarlo in un gioco a vincere. Non riveliamo come sciolga i dilemmi, il dominus della situazione è lei e non Robert. Del resto, a ben pensarci, non vengono sciolti ma restano stretti nel cuore. La scelta sembrerebbe far prevalere una visione sull’altra, un valore sull’altro, ma poi si vede che non lo ha fatto in modo definitivo. C’è come un colpo di scena – e la versione teatrale ha il merito di averlo posto alla fine e non all’inizio – che fa tornare indietro sui propri giudizi e ripercorrere la vicenda con un occhio diverso e uno spirito diverso, e forse fa arrivare a conclusioni diverse da quelle immediate. Sulla base dell’ultima lettera-confessione e della richiesta ai figli si possono apprezzare ancora di più parole che hanno già scavato l’anima.
La magia delle parole nella “love story”
Ricordiamone qualcuna nelle espressioni usate da Robert e Francesca.
Robert: “Ecco perché sono in questo pianeta, in questo tempo. Per amarti. Adesso lo so. Per molti più anni di quanti non ne abbia realmente vissuti, ho continuato a precipitare dall’orlo di un precipizio altissimo. E in tutti questi anni precipitavo verso di te… E’ come se tutto quello che ho fatto in vita mia io lo abbia fatto solo per arrivare qui da te…Non sono sicuro di averti dentro di me, né di essere dentro di te, e neppure di possederti… Credo invece che siamo entrambi dentro un altro essere che abbiamo creato, e che si chiama ‘noi’”… Ho solo una cosa da dire, e ti chiedo di ricordarla. Io ti amo e tu mi ami: in un universo di ambiguità questo genere di certezze viene una sola volta nella vita…. Non posso fare a meno di desiderarti ogni giorno, ogni momento, con la testa piena dello spietato gemito del tempo…”.
Francesca: “Improvvisamente mi accorsi che ero immersa nell’acqua nella quale pochi minuti prima c’era stato lui…: Mi rendevo conto che l’amore non ubbidisce alle nostre aspettative, è mistero puro e semplice… In quattro giorni mi regalò una vita intera, un universo, ricompose i frammenti del mio essere in un tutto… Non ho mai smesso di pensare a lui… lo sentivo vicino a me, c’era sempre… c’è qualcosa di troppo intenso e troppo bello per lasciare che muoia con me… Robert era diverso. In un certo senso non era di questa terra. Veniva da tempi e luoghi lontani… Emanava calore e gentilezza e un indefinito senso di solitudine e tristezza, come di un uomo che si considera l’ultimo abitante di un mondo che va scomparendo… Era un amore intenso e totale e si protrasse per giorni, ininterrottamente. La sua intensità era acuta come una freccia”.
Si tratta di voci e sentimenti che restano dentro e fanno meditare ancora di più senza la distrazione, diciamo così, dell’azione scenica. Così dimentichiamo i ponti coperti con Francesca in posa mentre Robert sembrava volesse radiografarne l’anima più che fotografarne la persona: “C’era una strana energia nel suo modo di lavorare… E io posavo per lui, imbarazzata e rapita”. Non ne sentiamo più la mancanza, e anche la strada polverosa dello Iowa resta un’“eco lontana di immagini che affiorano alla memoria in automatico”.
Ha avuto ragione il regista, ci prende la profonda meditazione suscitata dai temi evocati che diventano i veri protagonisti della “piece” teatrale, in una sorta di situazione pirandelliana che non trova e non può trovare una risposta. Se non nelle vicende della vita, con le sue scelte giuste o sbagliate che assumono una valenza diversa nel tempo.
Ed è il tempo il “deus ex machina” che alla fine fa arrivare a una suprema conciliazione, sublimando la tempesta di vita a livelli superiori, diremmo sovrumani che coinvolgono il momento estremo. Di una Bottega teatrale che guarda così in alto Vittorio Gassman sarebbe stato fiero.
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