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Un editore a Napoli: intervista a Tullio Pironti

pubblicato il 23 giugno 2007 alle 16:51
scritto da Simone Gambacorta
tematiche affrontate: Nazionale, interviste

Tullio Pironti si racconta a Simone Gambacorta parlando del mestiere dell’editore.

Chi lavora dietro le quinte, lì dove lo sguardo dei molti non arriva o arriva di sfuggita, impara ad amare il sapore dell’operosità silenziosa e a compiere i mille gesti che preludono alla nascita di qualcosa. Un regista, uno sceneggiatore, un editore hanno lo sguardo muto e fiero dei padri che osservano i figli camminare sulle proprie gambe. E quando le cose vanno bene, quando i traguardi iniziano pian piano ad essere raggiunti, chi lavora dietro le quinte torna a tessere nuove idee, iniziando da capo, ancora una volta, col sostegno di un entusiasmo rinnovato.
Tullio Pironti è un editore che ha fatto del proprio lavoro una scelta e una scommessa: entrambe vinte, come dimostra la sua storia professionale.

In questa intervista, Pironti parla di sé e della propria esperienza, senza tralasciare riflessioni sullo stato attuale dell’editoria italiana e sul suo rapporto con Napoli.

Nel leggere il Suo “Libri e cazzotti” (Pironti, Napoli 2005) ho avuto l’impressione che Lei abbia in qualche modo assimilato l’editoria, la Sua editoria, al pugilato. Visto che nel libro parla anche di momenti difficili della sua esperienza di editore, vorrei sapere se dall’esperienza pugilistica ha ricavato strumenti “teorici” che le hanno giovato nell’ambito editoriale.

Il pugilato mi ha insegnato a stringere i denti, a reagire nei momenti difficili, ma mi ha insegnato anche la lealtà e la semplicità, due punti di forza nel rapporto con gli altri.

I Suoi libri hanno spesso riscosso ampio successo. Tuttavia, Lei non ha mai ceduto a una strategia commerciale, piuttosto mi pare si sia sempre fidato del suo istinto, o di quello di alcuni amici, come Giuseppe Marrazzo, Silvia Kramar e Francesco Durante.
Qual è stata e qual è la politica editoriale di Tullio Pironti?

“Fare l’editore a Napoli è difficile, ed io, come tanti napoletani, mi sono “inventato” questo mestiere, senza mezzi e senza progetti. Sin dall’inizio la mia politica editoriale è stata caratterizzata dalla pubblicazione di libri di denuncia e, successivamente, scommettendo con me stesso, ho portato in Italia autori allora sconosciuti ma entrati poi nei cataloghi dei grandi editori. Devo riconoscere, comunque, che ho avuto la fortuna di conoscere persone giuste che mi hanno dato consigli giusti.”

Un libro di Valentino Bompiani s’intitola “Il mestiere dell’editore” (Longanesi, Milano 1988). Cos’è per Lei “il mestiere dell’editore”? E quali prospettive ha, oggi, in Italia, questo mestiere?

“Il “mestiere dell’editore” dovrebbe essere quello di capire prima degli altri come si sta orientando il gusto dei lettori. Anche se i primi ad avvertire il cambiamento degli interessi del pubblico sono i librai. Chi in Italia è riuscito ad essere grande editore e a fare dell’editoria un mestiere, ha basato la sua editoria sulle tendenze del momento. Il piccolo editore, invece, spesso si muove in modo diverso: è lui che propone un percorso culturale, a volte senza tener conto del mercato.”

Ma il “mestiere dell’editore” si impara sul campo o si può apprendere anche all’Università, come suggerirebbero i master e corsi sull’argomento?

“L’Università certamente permette di acquisire il metodo e gli strumenti teorici per avvicinarsi a questo mondo, ma non possiamo dimenticare che i grandi editori, quelli che hanno fatto la storia dell’editoria in Italia, sono diventati tali grazie alle esperienze dirette e all’intuito, per me un elemento fondamentale in questo campo.”

Qual era il panorama editoriale italiano quando iniziò a fare l’editore?

“Era un momento in cui, oltre al potere editoriale di Mondadori ed Einaudi, esisteva la grande realtà di Editori Riuniti. A quell’epoca i giovani erano molto impegnati politicamente. Poi d’un tratto il vento cambiò, le ideologie iniziarono a tramontare, e fu anche l’inizio del ridimensionamento di Editori Riuniti. A quel punto cominciò la scalata editoriale dell’Adelphi.”

Ha avuto degli editori modello o è stato autodidatta?

“Sono stato autodidatta, forse anche per la mia megalomania”

Come ritiene sia cambiata l’editoria italiana da allora ad oggi?

“Dopo l’uscita di scena di Giulio Einaudi, che guidava la più grande casa editrice italiana, il nostro orgoglio nazionale, anche questa – come altre – iniziò a svolgere una politica editoriale in cui l’aspetto commerciale cominciava a prevalere sui contenuti culturali. Questo nuovo orientamento ha via via caratterizzato quasi tutto il mondo dell’editoria.”

Nel saggio “Il lavoro editoriale” (Laterza, Roma-Bari 2005), Dario Moretti ha scritto: “il lavoro culturale di un editore consiste nel capire per tempo la cultura dei lettori, anche quando essa non si evolve nella direzione che l’editore, come uomo di cultura, preferirebbe”. Vorrei una Sua riflessione su questo punto.

“Indipendentemente dalla cultura dei lettori, ritengo che uno dei compiti di un editore, come di ogni intellettuale, dovrebbe essere quello di denunciare tutto quello che può danneggiare la società in cui vive. Chi non lo fa, tradisce il proprio ruolo. Anche attraverso i libri di narrativa si possono proporre o suggerire delle riflessioni etiche, politiche.”

In quel libro Moretti evidenzia il fatto che l’editoria è oggi un’industria. Perciò le pongo tre domande? Primo, concorda con quell’opinione? Secondo, un’impostazione industriale dell’editoria (marketing, esternalizzazione del lavoro editoriale, ridistribuzione dei ruoli) è un’occasione da cogliere o una minaccia da evitare? Terzo, fino a che punto è disposto a considerare un libro come un mero prodotto da immettere nel circuito commerciale?

“Purtroppo devo ammettere che l’editoria oggi è un’industria. Per quanto riguarda la seconda domanda, penso che considerare l’editoria un’industria significa accettare, inevitabilmente, tutto ciò che concerne un’impostazione industriale. Per quanto riguarda la terza domanda, ammetto che a volte ho pubblicato libri in cui non credevo, ma che mi hanno garantito delle vendite discrete. Grazie a questi guadagni, ho poi potuto pubblicare libri che mi piacevano maggiormente, ma che avevano meno mercato. In questo senso un libro diventa per me un mero prodotto commerciale.”

Lei è napoletano e da sempre lavora a Napoli. Quali sono stati i Suoi rapporti con gli scrittori e gli intellettuali napoletani?

“Sono stati rapporti fatti di incontri e scontri. In quello con Marcello d’Orta, ad esempio, c’è un po’ di rammarico. Ricordo che mi spedì il suo primo dattiloscritto, una descrizione di Napoli di appena trenta pagine. Era un lavoro, a prima vista, inconsistente, e non gli diedi nessuna risposta. Poco tempo dopo, lo stesso autore mandò un nuovo libro a tutti gli editori napoletani tranne che a me (lui, che era un mio ammiratore), perché ero stato così scortese da non rispondergli. Il nuovo libro era “Io speriamo che me la cavo”, che ha venduto milioni di copie ed è stato tradotto in circa venti Paesi.

Quello con Peppe Lanzetta, invece, è stato un incontro più fortunato, anche se non fino in fondo. Pubblicai il suo primo libro, “Una vita postdatata”, che ebbe grande riscontro di pubblico, ma poi l’autore decise di “emigrare” da un grande editore, Feltrinelli.
Voglio ricordare, infine, la mia grande amicizia con Joe Marrazzo. È con lui che è nata la mia casa editrice. Buona parte di quello che ho fatto, la devo a lui.”

E fra gli intellettuali e gli scrittori italiani, a chi si è sentito più vicino?

“Non è che mi sia sentito particolarmente vicino a qualcuno, ma fra quelli che ho ammirato di più, oltre a Fernanda Pivano, c’è sicuramente Guido Ceronetti.”

E con Napoli, intendo Napoli come città, quale rapporto ha, o quale avrebbe sperato di avere?

“Nel mio lavoro editoriale non ho mai perso di vista la mia città. Sognavo di dare a Napoli una casa editrice di importanza nazionale, ma realizzare questo progetto da solo era troppo difficile. Forse le istituzioni avrebbero potuto aiutarmi – sia dal punto di vista materiale che morale – come è stato fatto per la Sellerio dalla Regione Sicilia. Ma i rappresentati delle istituzioni napoletane forse nemmeno conoscevano autori come Raymond Carver, Naghib Mahfuz, Bret Easton Ellis, Philippe Sollers, Edmond Jabès: scrittori che per primo, con tanti sforzi, sono riuscito a portare in Italia”

A proposito di questi scrittori. Nella “Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003”, (Einaudi, Torino 2004) Gian Carlo Ferretti afferma che Lei svolse “un ruolo significativo attraverso gli anni ottanta nell’esplorazione della nuova narrativa americana, muovendosi per primo o tra i primi verso autori come Don DeLillo e Bret Easton Ellis”. Come reagì il tessuto dei lettori e dei critici italiani alla diffusione di quei nomi?

“Così bene che ancora oggi devo la mia popolarità alla pubblicazione di questi straordinari autori”

Ma Lei ha anche pubblicato opere di Luzi, Spaziani, Sanguineti, Giuliani e Pivano. Cosa ha significato pubblicare nomi di quel calibro?

“Pubblicare libri di poesia è stato per me motivo di grande orgoglio. Una sfida, potrei dire, soprattutto perché è risaputo che la poesia non ha mercato”

Che rapporto sviluppa con i Suoi libri? Un rapporto paterno? Un rapporto sentimentale?

“E’ un rapporto basato sull’innamoramento, ed è proprio per questo che ho avuto diverse delusioni”

Cos’è che cambia, nell’interiorità e nella visione generale delle cose, ogni qual volta un editore vede un proprio libro venire alla luce?

“Ogni libro che viene alla luce è una nuova speranza, ci si augura sempre che venga accolto con favore, e tutta la fase preparatoria a questa uscita contribuisce ad alimentare questa speranza”

A questo punto, una domanda inevitabile: cos’è per invece per Lei un libro?

“Un libro allena la mente, ti aiuta a pensare, a riflettere e a capire cose su cui prima magari non avevi mai posto la tua attenzione”

Nella penultima pagina di “Libri e cazzotti” Lei parla di una “sensazione” che si porta “appresso”, cioè di “aver mancato l’ultimo traguardo”. Qual è quest’ultimo traguardo?

“Spesso ho avuto la sensazione di essere sul punto di raggiungere quello cui ambivo. Ero pugile nella nazionale italiana insieme a Benvenuti, speravo di diventare un campione, ma un terribile ko distrusse il mio sogno.

In campo editoriale, negli anni ’80, ero la grande speranza dell’editoria campana, ma anche questa è rimasta solo una speranza. I presupposti c’erano tutti, ma anche questa volta un terribile ko distrusse i miei sogni. Anche questo episodio è raccontato ampiamente nel mio libro, ma posso sintetizzarlo con il titolo di un articolo de “Il Manifesto” pubblicato il 16 luglio 1987: “P2, camorra, Vaticano. In molti contro Pironti, arrestato per poche lire”.

Come vede il futuro dei cosiddetti “piccoli editori”?

“Nero”

Ultima domanda: qual è stato, secondo Lei, il tratto più originale e distintivo della Sua Casa editrice?

“L’incoscienza”

Intervista di Simone Gambacorta

Intervista già pubblicata su “Sìlarus”, a. XLVI (2006), n. 245-246, pp. 31-35.

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    Sono un laureato in filosofia avendo concluso il mio corso di studi presso l’Università di Genova ed avendo seguito le fondamentali lezioni di Alberto Caracciolo. Ho pubblicato un saggio su Musil, autore su cui vereteva la mia tesi, presso “Studi Tedeschi” e credo di aver trovato proprio a Napoli la giusta sensibilità per poter pubblicare libri diciamo così scomodi, “inattuali”, come il mio ultimo libro di aforismi avendone già pubblicati altri, importanti, ma non come questo che ne chiude il percorso. Contattatemi!

    Emilio REGA del 4 settembre 2009

 

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