Festa dei Trionfi a Teramo
Scritto da Giovanni Lattanzi il 9 maggio 2007
Una manifestazione di origine rinascimentale che rievoca la rappacificazione cittadina, dopo anni di sanguinose lotte. Teramo è tornata a festeggiare i Trionfi della Pace dopo decenni di oblio. Una sfida tra quartieri, con corsa di macchine da parata e sfide tra cavalieri a cavallo. E la città scende per le vie in costume storico.
VEDI LE FOTO DELLA FESTA DEI TRIONFI DELLA PACE Le calde luci del sole che sta per scendere dietro il Gran Sasso non sono ancora scivolate via dai palazzi piu alti quando i quartieri iniziano ad animarsi di una folla varia e variopinta come non mai. Dame ed armiggeri, cavalieri e danzatori, e poi popolani e donzelle nelle loro semplici e colorate casacche escono dai portoni e si mescolano nelle vie e nelle piazzette mossi da un frenetico da fare. Si va alla festa, ai Trionfi della Pace.
Come acqua di pioggia che corre veloce nei torrenti dopo un temporale, cosi le vie di Teramo pulsano del rapido fluire della folla che si raduna e si riversa in centro; i cortei guidati dalle insegne dei quartieri e dai notabili s’ingrossano ad ogni passo e muovono allegri verso un’unica meta. L’ appuntamento e’ nella piazza della Cattedrale, da mille e piu’ anni fulcro della vita e cuore vero della citta’ pretuzia. Qui, al cospetto di nobili, capitani e prelati, il popolo si appresta a sfidarsi per celebrare la festa della riconciliazione. Una gara simbolica e pacifica, ma memore di aspre battaglie e di tanto sangue versato.
Tanta fu infatti la ferocia che pervase queste terre nella meta’ del 1500, squassate da terribili lotte fomentate da odi atavici ed interessi indicibili, da spingere le donne della citta’, non importa se madri e mogli di nemici, ad unire i loro dolori, e i loro timori, e chiedere la grazia alla Vergine. Nessuno sa se fu davvero merito di quel coraggioso pellegrinaggio alla Madonna delle Grazie, una lontana domenica in Albis, fatto sta che la pace torno’ nella citta di Teramo e da allora la ricorrenza fu eternata in una tenzone tra gli antichi contendenti ormai rappacificati: i Trionfi della Pace. Man mano che nei teramani svani’ il ricordo di quegli anni terribili, di pari passo anche la festa della riconciliazione perse i suoi colori e fini’ poi per essere ricordo dei nonni donato ai nipoti nelle sere d’inverno.
Dopo oltre un secolo di oblio, teramani orgogliosi delle loro radici e delle tradizioni della citta’ hanno riscoperto questa festa dedicata alla pace ed hanno deciso di assaporare di nuovo il gusto eroico della sfida cavalleresca. Ed e’ cosi che ogni anno, il 27 del mese di luglio, dismessi i panni di avvocato o garzone, impiegato o studente, i teramani veri indossano le vesti che furono il vanto dei loro avi rinascimentali e vanno coraggiosi alla tenzone seppur per gioco
Ai carri, dunque. Quattro, per quattro quartieri. Ognuno sospinto a furore di gambe da un drappello di popolani decisi a tutto pur di vedere il loro simbolo vincitore. Il drago, mosso dagli uomini del quarto San Giorgio, in vesti bianche e rosse, l’ elefante di Santa Maria a Bitetto, con i suoi combattenti in nero, la galera di San Leonardo, spinta da rossi figuranti, e infine il carro della Pace, affidato alle braccia degli abitanti di Santo Spirito, in verde, bianco e giallo. Ciascuno di essi dovra’ rendere omaggio all’ autorita’ e alla citta’ tutta facendo un giro intero attorno alla Cattedrale: chi impieghera’ meno avra’ conquistato il trofeo.
Pur se l’ edizione moderna ha introdotto, sommandoli alla tradizione, alcuni dettagli tecnologici come le ruote in gomma ai carri, le scarpe da ginnastica al popolo e il cronometro ai giudici, ebbene lo spirito e la grinta sono rimasti gli stessi dei secoli passati. I visi contratti grondanti sudore, la grida feroci, le imprecazioni che spesso sembrano stonare con l’ austera presenza della vicina cattedrale, i muscoli di braccia e gambe che sospingono gonfi i pesanti carri, tutto e’ autentico e sincero come la voglia di trionfare. Un gioco duro, destinato pero’ a scacciare la guerra. Sospingere il carro, o trionfo che dir si voglia, e’ dura impresa; portarlo in corsa attorno alla Cattedrale e’ una vera sfida. Ma la gente dei quartieri non si spaventa e allo scoccar del via getta l’ anima nella sfida; chi e’ al carro spinge con quanta piu’ foga il suo corpo consente, gli altri gridano e incitano a piena voce. Il giro dura pochi interminabili minuti, forse due, forse tre, di certo tanti per chi spinge e la fatica si legge sul loro viso una volta giunti al traguardo. Ma non importa. La gioia di vincere ripaga in un attimo qualsiasi fatica.
E dopo il popolo la tenzone tocca ai cavalieri. Il moro, impassibile, li attende. Con il suo ghigno scolpito nel duro legno, scudo alla mano e braccio teso, esso sorregge un anello. Sara’ maestria del cavaliere piu’ ardito infilarlo con la sua lancia una volta lanciato al galoppo. Ogni tentativo e’ un rito. Mentre il cavaliere attende il suo turno in fondo alla piazza, nervoso il cavallo come lo e’ lui, nel buio la folla e’ solo un brusio. Un grido, uno scatto, la folla svanisce nel buio silenzioso, cavallo e cavaliere sono un unico fascio di muscoli tesi, il battere secco degli zoccoli sulla pietra del selciato dura un attimo, con un grido liberatorio la piazza gremita saluta l’impresa, non importa che il successo abbia arriso o meno al cavaliere.
Questo e’ lo spirito dei Trionfi: vincere e’ una gioia, ma la festa e’ per tutti, perche’ in fondo non si festeggia la vittoria di un quartiere sugli altri, ma il trionfo della pace sulla guerra.
Giovanni Lattanzi



