Intervista all’autore di “Occhi sulla graticola” e “Groppi d’amore nella scuraglia”.
Hai detto che la scrittura è come l’atletica. Cosa significa questo?
Significa che ha tante forme, tanti generi. Dire scrittore non significa dire soltanto romanziere, come forse in questi anni siamo abituati a pensare. Siamo più liberi, più sorgivi, più creativi ed esplosivi, quasi come il cratere di un vulcano. E possiamo scrivere di tutto nella forma che vogliamo. Ogni argomento, ogni pulsione, ogni fantasticheria, ogni visione ha il suo modo, la sua forma. Saggi, poesie, racconti, testi teatrali, aforismi, non c’è solo il romanzo. La scrittura è come l’atletica nel senso che c’è il maratoneta e c’è il lanciatore di giavellotto: le forme sono tante.
Cosa sono per te la storia della letteratura e la storia della lingua?
Sono una miniera, una ricchezza. Anche perché smentiscono certi luoghi comuni sull’attualità. Se noi andiamo a vedere cosa hanno fatto i nostri antenati rimaniamo sbalorditi dal coraggio, dalla libertà. È una sensazione che avevo già al Liceo. Io ho studiato in una scuola gestita da sacerdoti. Leggevo Plauto e mi domandavo come fosse possibile che un autore così eversivo, quasi sboccato – così potente nel rappresentare tutte le classi sociali, anche quelle più svantaggiate – mi venisse offerto da dei sacerdoti un po’ pudichi, se non censorii, grazie a quello strano meccanismo che è la storia della letteratura, l’entrata nel canone dei classici. E quindi spesso la storia della letteratura e della lingua ci comunicano una multiformità. È come entrare in un orto botanico o in uno zoo o in un acquario e vedere quante forme può assumere l’essere.
Qual è il tuo rapporto con la realtà? Te lo chiedo soprattutto pensando al tuo libro “Corpo”.
In “Corpo” ho pensato che nella vita era mio compito e mia passione affrontare le cose fondamentali dell’esistenza, l’amore, il denaro, la morte, la salute, la malattia, il corpo. E ho voluto dedicare un libro al corpo. Con questo atteggiamento: di affrontare una delle cose fondamentali. E l’ho pensato come un libro raccontato da dentro, cioè da una persona che è radicata dentro il corpo e che però lo guarda quasi come fosse un marziano piombato dentro un organismo dove si stupisce – che so? – che questo strano oggetto che è la mano abbia cinque raggi o tentacoli come una stella marina o un granchio.
In “Cos’è questo fracasso” hai scritto che il diario, inteso come trascrizione dell’altro e non come bollettino dell’io, è una straordinaria forma di conoscenza. Cos’è il diario?
Io non tengo un diario, non sempre. Ci sono dei periodi in cui lo sento necessario. Però non lo faccio come un dovere quotidiano. In alcuni periodi lo faccio. Ho usato il mio diario per scrivere “Kamikaze d’Occidente”, che è fatto di materiale autobiografico. Sai, il diario è un’altra delle forme molto potenti della scrittura. Non è vero che è un genere marginale perché a essere veramente sinceri, rappresentativi, onesti, spietati, penso che ci spaventeremmo di quello che scriveremmo su noi stessi e sulle nostre esperienze se veramente avessimo il coraggio di scrivere un diario che va fino in fondo. E un’esperienza equivalente a una discesa agli inferi, o anche a un’esaltazione per le gioie più impresentabili. Non è facile per esempio ammettere che ci è piaciuto un tramonto. Chi avrebbe il coraggio per trovare questa forza. Quando si parla di pudore non parliamo semplicemente di autocensura, di sessualità, di soldi – perché spesso parlare di soldi è sconveniente – ma anche di semplicità, di avere il coraggio di ammettere che siamo entusiasmati da cose che magari altri hanno deciso essere poco originali.
Per quanto riguarda il tuo rapporto con le parole, ti senti più un cuoco o un chirurgo?
Mi sento più una prostituta delle parole perché ho con le parole un rapporto molto carnale che è diventato anche un mestiere. E non ci trovo nulla di male. Ma mi sento una prostituta di quelle a cui piace il proprio mestiere, che non lo fa solo per soldi, per cui anche se non la pagassero lo farebbero lo stesso.
Cos’è che dà senso a una pagina?
Per me è la sua unicità, non la sua funzionalità. Mi spiego: non il suo essere raccordo come punto di passaggio per un racconto, la scena di raccordo. Ecco, no, lì non è il mio luogo. Il mio luogo è il momento intenso, la vertigine della lingua, la visione, la trovata. So che è sbagliato e che ci vogliono anche i raccordi così come in un pranzo ci vuole anche il pane. Forse il mio difetto è immaginare un pranzo senza pane, fatto solo di sapori forti. Capisco meno e sono meno adatto a un lavoro di raccordo, di cucitura, di connettività. Preferisco le epifanie, gli sprazzi.
Quali sono gli autori italiani e stranieri che senti più tuoi?
Fra gli scrittori italiani del Novecento Alberto Savinio, Luciano Bianciardi, Tommaso Landolfi, Giorgio Manganelli. Fra gli stranieri direi Bernhard e Hrabal.
Intervista di Simone Gambacorta


