Notoletta dannunzista. Angelo Cocles: ‘Vatecologo’ del verbo

Il poeta – lo scrittore, il letterato – di per sé è un ecologista, ovvero un ‘panista’ , insomma un’ anima (in un corpo) sensibile che osserva, ascolta, odora, gusta, tocca la natura ed il suo creato -nel tempo e nello spazio-: i fiori, le piante, le pietre, le acque; le stagioni, i suoni, i paesaggi; gli animali, l’ uomo e la donna, i fanciulli, i vegliardi, i più deboli ed i meno deboli, le bellezze e le spazzature… ; e che dinanzi e dentro a tutto questo ben di dio si fa ‘ecopolìmate’ , cioè riceve fin nelle ossa e negli angoli più remoti della sua mente e della sua anima gli stimoli per la propria vita e per la propria arte.

E volete che non sia ‘vatecologo’ l’ imaginifico Gabriele? Certamente sì, lo è; anzi Gabriele d’ Annunzio è forse il più ‘panista’ e il più ‘pànico’(con valore agg.: cfr.Dizionario DISC-Giunti:<2.Di un sentimento della natura intesa come forza vitale e creatrice, capace di causare ammirazione e nel contempo sgomento: es.- poesia p. di D’Annunzio>) di tutti i suoi colleghi, d’ ogni epoca. La decodificazione dell’ Universo compiuta dal vate per mezzo dei suoi cinque (e più) sensi in un turbinio di situazioni e di azioni naturali e volute e cercate, arriva a noi posteri attraverso il più singolare ma elaborato, cesellato, ricercato, raffinato, ‘floreale’ -come le eleganti sinuose profumate incisioni dell’artista di Montefiore dell’Aso: “Adolfo de Karolis piceno”(1874-1928) per i suoi libri e i suoi aforismi- e ‘sofferto’ congegno umano: la parola, il verbo nelle multiformi combinazioni e sequenze espressive rimodellanti, rigeneranti, trasfiguranti la realtà in sogni, finzioni, fantasie…: <L’espressione è il mio modo unico di vivere./ Esprimermi esprimere è vivere>.

Però la singolarità dell’ opera letteraria del <dilettante, ma artista> – così denominato, il pescarese, da don Benedetto da Montenerodomo- sta nel fatto che , alla pari di M de Cervantes (1547-1616) che si riteneva sintesi dei due personaggi della sua opera maggiore: don Chisciotte e Sancho Panza, nel “linguaio di Corso Manthoné” s’ identificano e si fondono all’ unisono lo status di “actant” e quello di “acteur” d’ ogni suo “sema” [per dirla con il lituano A.J.Greimas (1917-1992), uno dei ‘padri’ della ‘semiotica strutturale’ come scienza, frutto della combinazione tra le sue intuizioni e le teorie di R. Barthes (1915-1980)]; nel senso che, ad una analisi semiologica del suo linguaggio, appunto, egli stesso, Angelo-Gabriele, ci risulta “contenente – contenuto” del proprio verbo , in fin dei conti efficace traduttore ed essenza –quest’ ultimo- della sua frenetica vita da “actant-acteur” – collettivo e singolare, sintagmatico e paradigmatico – a cavallo di due secoli straordinari.

Ora ascoltiamo lui –o meglio il suo pessoano ‘eteronimo-ortonimo’ Angelo Cocles il quale rivela, nell’ “Avvertimento”, di essere stato introdotto all’ ‘Officina’ del Vittoriale da Gian Francesco Malipiero, e che il vate <raccattò un pugno di fogli (…) fabbricati a Fabriano, con filigranato il motto ‘Per non dormire’ su’ quali fu scritta l’opera intiera di Gabriele d’Annunzio, e me lo gettò ai piedi: ‘eccoti un pugno delle mie ceneri. vattene. intendi? vattene!’>- rileggendo alcuni passi di quel capolavoro che è la ‘summa’ e il sunto della frenetica esistenza di Gabriele, che doveva intitolarsi emblematicamente “Erbe parole e pietre”, ma che arriverà a noi con il lungo titolo: “Cento e cento e cento e cento pagine del L ibro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire”, con la data “ in Asolo, il Cinque maggio 1935” ed a firma Angelo Cocles come detto, (ingenerosamente etichettato <prosa frammentaria> da qualcuno, pur essendo –all’epoca- una novità assoluta, ponendo l’attenzione anche al segno diacritico [.] posto al termine di un periodo, ciò che non comporta la lettera maiuscola del periodo successivo, non essendo conclusa la ‘struttura’ concettuale; altra novità –questa- pure criticata da qualcuno di cui sopra, addirittura quale <dissoluzione prosastica>, e che però ha contribuito a fare, ai giorni nostri, la fortuna dell’amico, purtroppo defunto, Nobel per la Letteratura 1998: José Saramago -16 nov. 1922/ 18 giugno 2010-, anche lui lusitano); 1935 -dunque- proprio l’anno della malattia e poi della scomparsa del suo collega rivale ma di lingua (e Patria) camoesiana: Fernando Pessoa (Lisbona 13 giugno 1888- 30 novembre 1935; aveva apostrofato la poetica del pescarese –come ricorda A. Tabucchi- con un sarcastico: <assolo di trombone>!); sentiamo: <L’attenzione incessante fa della mia vita modi e forme di vita innumerevoli. io sono una struttura, una sostanza; e posso farmi simile a tutte le parvenze della materia costruita e atteggiata. interpreto il linguaggio, i caratteri e numeri delle cose, non dall’esterno ma dall’interno>. Non a caso il lisboeta, nel suo “Libro do desassossego” (‘Libro dell’inquietudine’; termine, quest’ultimo –al pari del sinonimo ‘turbamento’- molto ricorrente nel ‘Libro segreto’ coclesiano) firmato Bernardo Soares, così ammoniva: <Sii ‘plurale’, plurale come l’Universo!>. Diciamolo, ora: entrambi -G. d’Annunzio e F. Pessoa- con il proprio “Libro” (‘segreto’ e ‘dell’inquietudine’) hanno voluto apportare un’aria nuova nel panorama letterario del novecento: il ‘libro-libero’ in senso di ‘liber’ latino: agg. e sost., rivolto al lettore, l’offerta di una sorta di ‘fai-da-te’ nella decodificazione-strutturazione del corpus letterario e, soprattutto, il concetto di ‘Libro’ come ‘Verbo’, ‘Parola’, ‘Espressione’…: ovvero una vera e propria ‘Sacra Scrittura’ laica. E’ in questo senso che i due cugini neolatini dovrebbero essere studiati e interpretati.

Ricordando il soggiorno in terra d’oltralpe, poi, quasi a voler omaggiare con quello stato di ‘indefinita attesa’ il collega lusitano della ‘Chuva obíqua’(musicata da Roberto Vecchioni): <…e os návios passam por dentro dos troncos das árvores/com uma horizontalidade vertical,…>; di ‘Autopsicografia’: <O poeta é um fingidor./Finge tăo completamente/que chega a fingir que é dor/a dor que deveras sente.>; di ‘Tabacaria’: <Năo sou nada./Nunca serei nada./Năo posso querer ser nada./ A parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo.>, dai molteplici eteronimi (Bernardo Soares, Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro…), così prosegue : <Eccomi in una piccola stazione ferroviaria che ha il nome di un maresciallo, di un erudito, di una venturiera celebri: Lamothe. sono solo, con la noia dell’indefinita attesa>, ove Lamothe indica il piccolo comune francese nel dipartimento delle Lande, regione dell’Aquitania, 16 Km da Arcachon.

E così: <Con superbo strepito i treni ‘rapidi’ traversano l’umile stazione senza arrestarsi, zeppi di gente frettosa, perdendosi nella landa selvaggia (…)>. Ed ecco, subito dopo, il ‘vate’ ecologo che fa della spazzatura una ‘parabola’ e dai vari oggetti “osservati” nella ‘monnezza’ della vita trae addirittura ispirazione poetica: <Restiamo in mezzo ai rifiuti della vita vile. scorie di male scorie? ecco un frammento di utensile, un rottame di ghisa, un chiodo torto, una scatola di zinco vuota, un palmo di spago, una scheggia, un trùciolo. tutto mi parla, tutto è segno per me che so leggere. in ogni cosa è posta una volontà di rivelazione: una volontà di dire, come significa la poesia. le linee espresse dall’incontro casuale degli oggetti inventano una scrittura ermetica>.

Dopo l’osservazione, l’ispirazione, la creazione delle parole, del verbo, delle espressioni, occorre definire la ‘cadenza’, il ritmo dell’opera letteraria; così, a conclusione del Libro segreto, l’imaginifico, per la penna dell’alter ego Angelo Cocles, ci lascia questa eredità testamentaria: <Il ritmo –nel senso di moto creatore, ch’io gli do- nasce di là dall’intelletto, sorge da quella nostra profondità segreta che noi non possiamo né determinare né signoreggiare. e si comunica all’essere intiero: all’intelletto, alla sensibilità, all’agilità muscolare, al passo, al gesto. Questo ritmo mentale m’insegna a eleggere e a collocare le parole non secondo la prosodia e la metrica tradizionali ma secondo la mia libera invenzione. Imitando un modo di sant’Agostino i’ dico: ‘Scribere est ars bene movendi’>.

Un uomo libero e liberista -quindi- Gabriele, anche ‘libertino’; un vate ‘libero’ e libertario, anche liberty-floreale-olezzante, con il bagaglio della propria ‘conoscenza quadrata’, ovvero definita, personale, racchiusa nei quattro lati ed attinta dai quattro angoli cardinali del rotondo scibile universale; così chiude definitivamente, l’eteronimo Angelo Cocles, il ‘Libro’ segreto: <La mia deserta conoscenza quadrata, la mia concisa disperazione, è tuttavia questa: unicamente questa, immutabilmente questa. Tutta la vita è senza mutamento.

Ha un solo volto la malinconia.

Il pensiere ha per cima la follia.

E l’amore è legato al tradimento>.

Gennaio 2012 Mario NARDICCHIA