
Un “fenomeno americano”, Georgia O’Keeffe, nella mostra a Palazzo Cipolla promossa dalla Fondazione Roma e organizzata con “Arthemisia”, dal 4 ottobre al 22 gennaio 2012, a cura di Barbara Buhler Lynes: un “corpus” di opere dall’astrattismo degli anni ’10 e inizio anni ’20, alla pittura floreale degli anni ’20 con ingrandimenti inusitati e agli scorci suggestivi degli edifici, fino ai paesaggi messicani e alle presenze nel deserto dei decenni successivi. Un percorso d’arte in una vita in cui spicca la sua reazione vincente a un’identità di artista confinata al genere femminile.
E’ bene partire da questa sua peculiare fisionomia per delinearne la figura di artista, ricordando che fece parte del gruppo femminista americano più radicale dall’inizio del ‘900 alla fine, ma su posizioni eretiche, rifiutando la visione delle opere in base al “genere” femminile dell’autrice per una valorizzazione dei contenuti relativi non alle sue qualità di donna, ma all’esperienza umana.
Il percorso di arte e di vita
Proprio nei rapporti con l’esperienza umana, nella sua arte risaltano le forze della natura, confinate dalle interpretazioni sotto la specie della sessualità che respingeva. C’era, in effetti, un peccato originale in questa deviazione interpretativa, e lo troviamo nella genesi del suo crescente successo.
Alla base ci fu l’incontro nel 1916, quando si trovava nel Texas ancora sconosciuta, con un fotografo già famoso, Alfred Stieglitz il quale, colpito dalla sua arte, le organizzò una mostra nel 1917, la convinse a trasferirsi a New York nel 1918 e la sposò nel 1924; un sodalizio d’arte e di vita la cui forza si può valutare considerando che dall’anno prima delle nozze, il 1923, all’anno della propria morte, il 1946, il marito le organizzò una mostra ogni anno e svolse una continua promozione su critica e media. Una simbiosi perfetta, dunque? Non si può dire, a parte il lato privato dei sentimenti e della fedeltà. il discorso si fa più complesso, o meglio più articolato: entra in campo la forte personalità dell’artista e la sua peculiare visione del femminismo.
Aveva frequentato scuole d’arte a Chicago e a New York, al Teachers College della Columbia University, dove si iscrisse nel 1914, era stata colpita dalle concezioni astrattiste di Arthur Wesley Dow, d’altra parte il College del Texas nel quale voleva insegnare richiedeva la frequenza del corso di Dow come prerequisito per l’assunzione, che avvenne a fine agosto 1916 dopo un brevissimo periodo di insegnamento in Virginia.
Intanto manda nell’ottobre del 1915 una serie di disegni astratti a carboncino all’amica Anita Pollitzer a New York. Abbiamo già detto cosa avvenne quando li portò a Stieglitz alla Galleria 291.
Si deve aggiungere che da operatore culturale Stieglitz non dimenticò di essere un grande fotografo, la ritrasse sin dalla prima personale del 1917, poi con maggiore frequenza quando si trasferì a New York nel 1918 fino al matrimonio; meno spesso fino al 1937, quando smise l’attività di fotografo modernista; la ritrassero anche altri fotografi, tra cui Ansel Adams e Arnold Newman. Risultato, divennero famose le immagini della sua sensualità, come quelle del 1919-21 che la ritraggono nuda davanti a un suo dipinto astratto facendo prevalere il fascino del suo corpo a quello della sua arte.
La massima esperta dell’artista, curatrice del Georgia O’Keeffe Museum, che ha curato la mostra, Barbara Buhler Lynes, scrive nel bel Catalogo Skira: “Le fotografie forgiarono la prima immagine pubblica di O’Keeffe, che fu vista come una donna moderna e sessualmente emancipata. Quest’idea era l’equivalente visivo dell’appassionata e costante promozione di Stieglitz, il quale sosteneva che la sua arte era un’emanazione diretta della sua sensualità”. Lo erano le fotografie di Stieglitz, così descritte da Sarah Greenough: “Avvicinando sempre più la macchina fotografica al corpo di lei, i suoi ritratti diventano non solo più innovativi nella loro audace astrazione formale, ma anche più intimi man mano che l’obiettivo esplora, quasi accarezzandolo, ogni centimetro del corpo dell’amata. Forse ancora più importante è il tentativo, da parte del fotografo, di cogliere l’intensità della loro passione condivisa”. Che fu travolgente, come mostrano i brani traboccanti di un desiderio inestinguibile tratti dalle lettere che si scambiavano, riportati dalla studiosa ora citata. Eccone un esempio: “Tutto il mio corpo – si legge in una lettera a lui del 1922 – ti aspetta, aspetta di morire con il senso di te, il piacere di te, la tua sensualità che tocca la mia sensualità”. Con il tempo i rapporti mutarono, tra disaccordi e separazioni, ma l’intesa di fondo resistette a tutte le crisi.
Data l’importanza delle fotografie di Stieglitz per la creazione della sua immagine è il caso di soffermarsi su questo aspetto. E allora dobbiamo vedervi un’influenza decisiva sulla prima fase del suo percorso artistico: ne ha tratto la spinta per passare dall’astrattismo giovanile a un realismo che diventerà “precisionismo” con gli ingrandimenti quasi fotografici dei suoi fiori. Era il fotografo a farle prestare attenzione alla realtà, come lei gli trasmetteva la propria forza creativa ed energia. Perciò lascia gli acquerelli per la pittura a olio e condivide con il fotografo gli stessi soggetti.
Quando capisce che la propria immagine è troppo legata alla sensualità, si impegna nel ribaltarla anche perché questo impediva una valutazione appropriata delle opere nelle quali veniva visto uno sfondo sessuale spesso in termini freudiani: prima nei dipinti astratti nei quali si trovavano dei sottintesi maliziosi, come in “Linea blu”, poi nelle immagini figurative che adottò per evitare equivoci, come quelle dei fiori, pensiamo a “Iris scuro”, entrambi in mostra, dove i sottintesi maliziosi si spostarono sugli ingrandimenti ritenuti espressione di un’intimità tutta femminile.
In questa situazione doveva sostituire nell’immaginario del pubblico e della critica la sua arte senza aggettivi alla sua sensualità, le forze della natura a quelle della femminilità che le confinava in un genere mentre nella sua visione permeavano l’esistenza umana nelle sue multiformi manifestazioni.
Fu un’operazione in cui si impegnò con determinazione cominciando con il negarsi alle fotografie di nudo, per poi respingere le interpretazioni maliziose e, dato che si basavano sulle convinzioni di Stieglitz, prese le distanze anche da lui, minimizzandone il ruolo nel proprio successo. Per comprendere come dovette risultare difficile contrastare la persistenza delle interpretazioni maliziose si consideri che ancora in una mostra del 1970 – quando aveva 83 anni – le artiste e critiche femministe videro nelle sue opere “un’iconografia specificamente femminile”.
Ma fu soltanto una ripresa tardiva delle vecchie interpretazioni, in effetti riuscì nel suo intento di imporre la propria personalità di artista non legata a un genere, anche assumendo nelle fotografie atteggiamenti volitivi; e soprattutto con scelte radicali, come quella di vivere nelle zone desertiche del New Mexico, diffondendo immagini opposte rispetto a quelle della donna fragile e vulnerabile.
La scelta di vivere nel New Mexico
La scelta del New Mexico fu una vera scelta di vita, anche se nata da un dissidio con il marito. La colpiscono gli scenari naturali: “Quelle montagne si estendevano all’infinito – scrisse – Era come vedere una fila di elefanti grigi lunga tre chilometri”. Divenne la sua nuova ispirazione, ne parla nelle sue lettere come di una scoperta sconvolgente. E pensare che fino ad allora viveva con il marito d’inverno e in primavera nella residenza newyorkese, d’estate e autunno nella tenuta della famiglia di Stieglitz a Lake George, a nord di New York, cambiamento totale con costi personali.
Il viaggio nel desertico New Mexico fu rivelatore, nel 1929 scrisse al marito: “Non è giusto per me stare lontana da te, d’altro canto è l’unica cosa che posso fare”. Il perché lo dichiara: “Sono alla ricerca di qualcosa di me stessa che è qui da qualche parte , qualcosa che alla fine mi darà un simbolo per tutto questo, la raffigurazione del senso della vita che respiro qui”. Parole grosse.
C’è una profonda riflessione alla base di tutto ciò: “A un certo punto tutta questa vita dentro di me è stata frenata nel suo muoversi verso di te, e mi sono resa conto che sarei morta se non avessi trovato una qualche direzione verso qualcosa – e qui mi sembra di andare in tutte le direzioni, mentre là sembrava completamente immobile e immersa nel gelo, nel gelo…” . E ancora più chiaramente: “Ho deciso di andar via perché qui almeno sto bene – mi sento come se stessi crescendo alta e diritta dentro, e molto calma”. . E termina: “Se io avessi tenuto stretto tutto questo come stai facendo tu, non potrei uscire di casa e far entrare il sole dentro di me; non potrei sentire le stelle che toccano il centro del mio essere sulle colline, di notte, o l’argento dei cespugli di salvia così lontani e così vicini da sfiorarmi le labbra e le guance. Un bacio, ragazzo mio”. Parole grandi.
Non è un addio, è un ritrovarsi ritrovando se stessa, infatti non si lasceranno mai, lei tornerà sempre a New York da lui per passare insieme l’autunno e l’inverno: “Non ho mai voluto altro che essere una tenera amica per te, ma non posso esserti amica se non posso essere me stessa. E in me c’è qualcosa che si estende lontano, nel mondo e tutt’intorno, e questo qualcosa ti manda un bacio . un ardente fresco bacio pieno d’amore”. Parole vere.
Le visite diventano frequenti, soggiorna al Ghost Ranch, prima in una fattoria per turisti, poi in un’abitazione che acquista, fino a stabilirvisi definitivamente nel 1949, acquisterà un’altra casa ad Abiquiu, distante qualche chilometro dal ranch., in uno scenario naturale del tutto diverso. Praticamente fino al 1970 ed oltre le sue opere si ispirano a quei panorami e a motivi, come le ossa e i teschi che raccoglieva nel deserto, nei quali vedeva la vita espressa in una forma insolita..
Si può dire che riuscì nel suo intento, l’immagine data dalla critica e percepita dal pubblico corrispondeva finalmente alla sua identità, forte e volitiva, e non fragile e ingenua, e alla sua volontà di non essere vista come espressione eccellente del genere femminile ma della natura umana. Diventa anche un’espressione del “sogno americano”, della persona che si è fatta da sé con impegno e determinazione, oscurando del tutto il ruolo di Stieglitz, conseguenza inevitabile della sua emancipazione non di donna ma di artista dallo stereotipo prima femminile poi femminista.
L’epilogo della vita, l’impronta nell’arte
Dopo che quest’operazione fu compiuta, e la sua identità affermata definitivamente, pagò il debito di gratitudine con Stieglitz riproponendone, a 25 anni dalla morte, la figura dinanzi alla critica che lo aveva dimenticato con due grandi mostre della sua arte fotografica nel 1978 e nel 1983 nelle principali sedi espositive di New York; e proseguendo in questa promozione per gli anni restanti della sua vita, che si concluse a quasi 99 anni nel 1986 a Santa Fe, dov’è il museo a lei dedicato. Il New Mexico viene anche chiamato “la terra di O’ Keeffe”, tale è stata la sua impronta.
Dobbiamo essere grati ad Emmanuele F. M. Emanuele, per aver portato in Italia dopo Hopper quest’altra luminosa espressione dell’arte americana, che merita di essere conosciuta perchè presenta novità straordinarie sotto il profilo della forma stilistica come del contenuto; lui stesso, del resto, ha rivelato di averla scoperta in un viaggio negli Stati Uniti e di esserne rimasto colpito. E ci dà una chiave di lettura sul piano tecnico dell’opera dell’artista, che completa quella legata alla sua vita e alla sue fonti di ispirazione, New York prima, Lake George poi, il deserto del New Mexico alla fine: “A questa visione improntata al realismo, che ne è il substrato, si unisce un elemento significativo e particolare che è quello della descrizione precisa e dettagliata, al punto tale da far definire la sua pittura un’autentica corrente autonoma: il ‘precisionismo’”. Aggiungiamo che questo termine, cui non corrisponde un vero manifesto programmatico, lo abbiamo trovato anche nei “Realismi socialisti” dell’Unione Sovietica che ebbero positivi riconoscimenti in America prima che la guerra fredda facesse cancellare questa forma d’arte agli occhi degli occidentali, fino alla riscoperta, promossa dallo stesso Emanuele, con la mostra parallela al Palazzo Esposizioni.
In questo contesto di arte e di vita godiamoci la visita alle opere dell’artista in un allestimento molto particolare. Le quattro sezioni in cui si sviluppa la sua arte – gli anni giovanili, New York con Stieglitz , il New Mexico, gli ultimi anni – sono immerse, per così dire, in un percorso di vita reso visivamente in modo suggestivo. Ne parleremo nel raccontare la visita, ma vogliamo sottolineare sin da ora che così possiamo immedesimarci in ciò che sta “dietro” le opere esposte, Se per Hopper fu ricostruito all’ingresso il suo celebre quadro del bar, per la O’Keeffe si è andati oltre, con un effetto d’insieme che rende indimenticabile l’immersione nell’arte e nella vita della grande artista.
L’astrattismo degli anni giovanili, poi New York
Si entra in un “esterno”, la via di New York con la facciata della celebre “Galleria 291” dove Stieglitz esponeva e lo fece per le prime mostre delle sue opere, e con la ricostruzione dei dintorni, botteghe d’arte e di fiori, abitazioni. Le pareti chiare come i muri delle strade, ci si sente nel clima dell’epoca in quel quartiere di New York dove inizia la storia. La prima sezione è dedicata agli anni giovanili, nelle opere vediamo l’influenza astrattista dell’altro personaggio che ha preceduto Stieglitz, il primo insegnante Dow. Ma non riuscirà a plasmarla in modo stabile, come non ci riuscirà il marito, perché lei cambierà orientamento esprimendo in questo la sua forte personalità.
Eppure Dow era una vera avanguardia modernista, secondo lui l’arte era espressione dei propri sentimenti e delle proprie esperienze e non della realtà esterna; quindi nessuna rappresentazione dal vero, abbandono del realismo per composizioni astratte fatte di linee e giochi di luci e di ombre per raggiungere la “perfetta armonia”: quella che Mondrian ha trovato al culmine di un percorso tra le varie correnti artistiche del ‘900 – -dal realismo all’impressionismo, dal divisionismo al cubismo – la O’ Keeffe la ricercò all’inizio con figurazioni astratte per lo più ad acquerello o carboncino.
Vediamo “Astrazione con curva e cerchio” e “Linee nere”, queste rettilinee, mentre “La porta della tenda di notte” ha linee oblique spezzate in grafite; diventa un vero dipinto l’acquerello dallo stesso titolo con colorazione forte, nero e viola e l’apertura sul celeste, dallo schematismo a un’immagine più vicina alla realtà, che ha il suo seguito in “Dentro la tenda”, dove i colori rendono il calore dell’interno. Ancora più forte il colore in “Collina blu”, una grande macchia con varie intensità di azzurro, dal celeste chiaro al blu, con una forma molto particolare. sono tutte del 1916, è proprio l’inizio, l’influenza di Dow è incontrastata, ma già in quell’anno conosce Sieglitz che la inserisce subito nella prima mostra collettiva sopra ricordata.
Ecco due figure inconsuete nella sua produzione anche successiva: sono sedute, appartengono alla “Serie di nudi”, il VII è in un incarnato acceso su fondo blu, l’VIII in blu con una macchia rossa al collo su sfondo bianco, forme abbozzate ma ben conformate, il volto indistinguibile; in realtà sono due autoritratti semiastratti ispirati da fotografie che le aveva scattato Stieglitz; tra i due dipinti è esposta una fotografia, “Gorgia O’ Keeffe, Torso”, un nudo integrale senza testa del 1931.
Siamo nel 1917: è l’anno in cui lui le organizza la prima mostra personale e appare un altro fotografo nella sua vita: Paul Strand, un innovatore protetto da Stieglitz, per suo impulso dà una svolta alle sue composizioni astratte fatte di linee e introduce forti contrasti cromatici. Lo si vede nella serie “Stella della sera, VI”, uno di otto acquerelli dipinti nel Texas, con l’impronta della regione: il rosso prevale su una base blu e un sole giallo, mentre in “Red Mesa” c’è un abbozzo paesaggistico alquanto delineato con molti colori che non si mescolano ma ciascuno dà forma e contenuto a una parte ben precisa della composizione, anche qui prevale il rosso.
Si stringono i rapporti con Stieglitz, nel dicembre 2017 gli scrive: “Mi chiedo cosa sei per me: è come se tu fossi padre, madre, fratello, sorella, migliore amico e migliore amica, tutto questo in un’unica persona. Ti amo tanto”. E due mesi dopo, nel gennaio 1918: “Ti amo moltissimo stamane – serenamente – e mi fido di te con tutta me stessa, Non so cosa farei se tu non ci fossi”. Le risposte non sono meno appassionate. Nel giugno inizia la loro relazione, si sposeranno sei anni dopo, tre mesi dopo il divorzio dalla prima moglie di lui e, tra alti e bassi e distacchi, non si lasceranno mai.
Nel trasferimento a New York, la prima svolta nella sua vita, non troverà soltanto la metropoli che le ispirerà ardite prospettive con i suoi grattacieli; ma anche l’ambiente naturale nel verde Della vicina Lake George, dov’era la residenza estiva del marito che frequenterà regolarmente; prima della svolta definitiva quando, come si è ricordato, andrà nel New Mexico per restarvi in via definitiva. Ne vedremo presto gli effetti sulle sue opere nella visita alle altre sezioni della mostra.
Ph:L‘immagine di apertura è stata cortesemente fornita da “Arthemisia” che si ringrazia, con la Fondazione Roma Arte-Musei e i titolari dei diritti; così per il Catalogo Skira, a cura di Barbara Buhler Lynes, dal quale sono tratte le citazioni riportate nel testo.
“Il lettore ritrovato” ha per chi scrive lo stesso valore che ha l’“autore ritrovato” per chi legge, questo vale tanto più per Francesco Ascani che è un lettore speciale, attento e sensibile. Le sue espressioni generose sono immeritate quanto stimolanti per me ma qualificano la sua sensibilità culturale, l’“attrazione” e l’“interessamento” che prova non sono per le mie modeste cronache ma per la cultura che evocano tanto più quando si esprime nelle mostre d’arte in forma di bellezza o comunque è la sincera ricerca di mezzi espressivi come nell’arte contemporanea. Non voglio fare un minuetto, ma come non rimarcare che ha capito il “particolare metodo” basato sull’”approfondimento”, un “impegno” ripagato dalla “soddisfazione” anche se costa fatica, quindi richiede “passione”? E nel mio caso anche la generosità del Direttore che mi ha concesso finora sulla Rivista uno spazio adeguato, direi inusitato. Aggiungo la presenza diretta agli eventi commentati, siano essi mostre o convegni e altre manifestazioni, per quanto mi riguarda mai scritti redazionali pur necessari e spesso preziosi, cerco di essere sul posto di persona, fino ad oggi ci sono sempre riuscito. La “forza della natura” è la cultura, e diffonderne i valori può essere una “missione”, un volontariato culturale. Ho ripetuto virgolettate le parole usate da Ascani, ha colto la mia visione dell’impegno culturale, chiaramente è anche la sua e gli fa onore. Concludo con una notizia: visto che ha citato il servizio su Georgia O’ Keeffe gli segnalo il mio articolo sulle fotografie alla pittrice, “una mostra nella mostra”, in “fotografia.guidaconsumatore.com”, un’altra creazione del direttore Lattanzi dove troverà molti miei servizi sulle mostre fotografiche romane.
Oggi, l’autore Romano Maria Levante, ha continuato a stupirmi pubblicando ben tre suoi servizi, uno sulla grafica di Leonardo e Michelangelo a confronto e due sulla Mostra di Georgia O’Keeffe alla Fondazione Roma al Corso, ed io voglio solo ringraziarlo per le sue creazioni che sono veri trattati di scienza ed arte, con il valore aggiunto dell’approfondimento, che gli consente di svolgere, compiutamente, l’argomento, forte della sua grande cultura e seguendo sempre il suo personalissimo metodo con tanta passione.
Nel manifestare il mio pensiero, quando iniziai a leggere i suoi scritti (il 5.10.2010 “Presepi artistici a San Carlo al Corso”), prima cercavo di sintetizzarne il contenuto per, poi, esternare le mie valutazioni e questo lo facevo esclusivamente per meglio assorbire i suoi concetti, poi conoscendolo, non ne ho avuto più bisogno.
Per qualche tempo (dal 12.02.2011 “Le tasse bellissime di Padoa Schioppa e la Rai”), pur continuando a leggerlo con piacere, non ho manifestato più il mio consenso perché non riuscivo a non essere ripetitivo e non trovavo parole per descrivere le mie sensazioni di attrazione e di interessamento, pur sempre vive in me.
Oggi, nel concludere questa mia breve e spontanea esternazione, voglio anche ricordare il giudizio del Direttore Giovanni Lattanzi di “colonna” romana della Rivista e darne uno mio, balzatomi al momento alla mente, di “forza della natura”.
Grazie ancora, Romano Maria Levante, per quello che offri, sicuramente con grande impegno, ma anche con tanta soddisfazione personale, nel continuare la tua missione verso la collettività, perché di missione si tratta!