
In questi giorni il naufragio della Costa-Concordia ha polarizzato l’attenzione dei telespettatori, emozioni e rabbia di fronte alle notizie dell’imperizia e negligenza di chi è responsabile dell’incolumità di oltre quattromila persone, un intero paese galleggiante che ha scelto la crociera a minor costo per festeggiare con amici e parenti un momento importante della propria vita. La storia ci ricorda i naufragi divenuti ormai leggendari: il Titanic ( 1912) e l’Andrea Doria ( 1956) ma certamente erano altri tempi e non esistevano le sofisticate apparecchiature per rilevare pericoli e insidie a breve distanza, anche se l’errore umano, nonostante tutto, rappresenta un evento possibile in ogni circostanza della vita.
Di fronte all’isola del Giglio si è consumata una tragedia che ancora oggi restituisce, attraverso interviste e dichiarazioni, una cronistoria assurda e incomprensibile anche agli occhi di un profano; si percepisce nettamente, nei fotogrammi registrati da molti passeggeri, il materializzarsi della paura che forse non è stata una buona consigliera per tutti i membri dell’equipaggio, al quale, per diverse ore è stato taciuta la gravità della situazione e addirittura si è consigliato di tornare tranquillamente nella propria cabina. La realtà è molto più cruda e sconvolgente della fantasia perché mette a nudo l’errore umano responsabile della morte di diciassette persone che si sono forse trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato mentre la folla cercava con ogni mezzo di evacuare dalla nave ruotata sul fianco e spiaggiata come una grossa balena in difficoltà.
Nel film famoso di Fellini, Amarcord, quando la nave del re era di passaggio le piccole barche si avvicinavano per ammirare le luci e la grandezza del transatlantico; ognuno, dentro di sé, sembrava materializzare i propri desideri contemplando l’ideale irraggiungibile ma talmente vicino da poter soddisfare almeno per un attimo la vista, i sentimenti e tutto quello che la fantasia riesce magicamente a inventare, lontano dalla realtà e dalla vita di sempre. Con il naufragio della Costa-Concordia, nome che adesso ispira soltanto un senso di inadeguatezza e di rabbia, sono andati a fondo tanti desideri, quelle fantasie che a volte possono diventare una piccola realtà, giorni da ricordare e da fermare nella mente per continuare a sentirsi vivi e a immaginare il presente e il futuro con un pizzico di ottimismo in più. Tutti gli abitanti dell’isola del Giglio si sono prodigati per soccorrere i naufraghi offrendo ospitalità e riparo in una notte in cui tanti desideri si sono capovolti e hanno mostrato il volto impietoso e ferito della nave e del suo equipaggio, una moltitudine di persone spaventate che ora possono fortunatamente raccontare la storia di una tragedia in cui sono stati, purtroppo, i veri protagonisti. E proprio in situazioni critiche i comportamenti della gente comune hanno svelato doti personali di coraggio e altruismo che hanno permesso di far fronte all’evacuazione di anziani, malati, disabili e bambini.
Questa tragedia rivela tuttavia, per contrasto, la superficialità di persone che sono al comando di una nave e che, di fronte al pericolo, si sono trovate impreparate e incapaci di decidere per il bene comune organizzando adeguatamente i soccorsi. Il comandante Schettino è apparso confuso e indeciso, quasi un bambino colto di sorpresa di fronte a una marachella. La condizione umana è, nonostante tutto, anche questo senso di impotenza di fronte all’irreparabile, un pezzo di storia che non ci fa onore e che ci porta a ricordare con nostalgia e ammirazione i capitani leggendari, uomini che hanno sfidato il pericolo e assieme alla loro nave hanno aspettato la fine. Il relitto che per molti giorni avremo davanti agli occhi diventerà il simbolo di tanti sentimenti feriti: orgoglio, coraggio, solidarietà e desiderio di vivere. Su queste emozioni tradite bisognerà lavorare tanto affinché i passeggeri tratti in salvo possano ritrovare la fiducia, la serenità; purtroppo per i dispersi e per le vittime già recuperate l’isola del Giglio rappresenterà l’ultimo approdo di un viaggio senza ritorno.
Indubbiamente un articolo di attualità, un commento ad una sciagura che ha interessato e continuerà ad interessare la società attuale, che nonostante il progresso della tecnologia, deve ammettere ancora l’errore umano, come evento possibile in ogni circostanza della vita.
“La realtà è molto più cruda e sconvolgente della fantasia perché mette a nudo l’errore umano”, dice la Alberico, rilevando una polarizzazione della tragedia attraverso interviste, dichiarazioni, cronistoria, percezione della paura da molti passeggeri e membri dell’equipaggio, sottovalutazione della gravità della situazione.
La Alberico, poi, giustamente, mette in risalto il prodigarsi degli abitanti dell’isola del Giglio nel soccorrere ed accogliere i naufraghi, svelando doti personali di coraggio ed altruismo, fronteggiando l’evacuazione di quelli più bisognevoli di aiuto.
Conclude, infine, con una valutazione sulla superficialità, impreparazione e incapacità del personale della nave, come pezzo di storia che non ci fa onore e sul lavoro da fare affinché i passeggeri tratti in salvo possano ritrovare presto fiducia e serenità, mentre per i dispersi e le vittime l’isola del Giglio “rappresenterà l’ultimo approdo di un viaggio senza ritorno”.
Di commenti ne sono stati fatti e scritti tanti, questo della Alberico sembra restare nei limiti della giusta informazione, mentre tanti conduttori di programmi televisivi, come pure giornalisti, mostrano di voler utilizzare l’occasione, nel attirare l’utenza con qualsiasi mezzo.
Quello che dico, ovviamente, è a titolo personale, senza essere un esperto o un critico e senza alcun riferimento in particolare, manifestando solo il mio disaccordo con i tanti che sembrano essere loro gli addetti alle indagini.
I servizi vengono svolti come veri processi in diretta su fatti e notizie che, sempre a mio parere, dovrebbero riferirsi a certezze e non a esperienze, opinioni o esposizioni, certezze scaturite da notizie fornite dai veri addetti alle indagini, nei limiti di quelle divulgabili, senza condannare prima di conoscere la realtà dei fatti.