Natale a Cabbia, tra antiche e recenti tradizioni

Natale a Cabbia

Il Natale è ormai alle porte, nelle grandi città è già corsa al regalo, nonostante la crisi economica che attanaglia il Paese abbia imposto grandi restrizioni e stia creando non pochi problemi a moltissime famiglie che non arrivano a fine mese. Tanti paesi del nostro beneamato Abruzzo, inghirlandati e cinti nelle luci intermittenti e colorate, sembrano davvero dei presepi avvolti in quell’armonia luminosa che tende a confondersi con il trascorrere, inesorabile, del tempo. In questo clima di quiete e serenità dell’anima si snocciolano tutte quelle problematiche, dal pubblico al privato, che coinvolgono la gente ed arrivano a rafforzare e distendere tanti rapporti di amicizia e di vicinato, che vivono in prima persona il vero significato del Natale: festa di pace e di fratellanza. Sono lontani i tempi in cui si aspettavano, con trepidazione, le feste di dicembre per ricevere qualche dono, mangiare delle particolarità rigorosamente genuine in quanto prodotti locali con metodo biologico ed essere in vacanza a scuola. Ormai superati gli “ Anta ” ci rendiamo perfettamente conto del totale stravolgimento delle nostre origini e del cambiamento del mondo, sebbene le nostre radici siano profonde e ben supportano la pianta dai poderosi rami intenta a sostenerci ed accompagnarci nei vari sentieri della vita . Noi stessi dominati dall’andamento frenetico dei tempi non ci stupiamo più di nulla come dire accettiamo con filosofica rassegnazione qualsiasi cosa ci proponga il turbinoso andare di un progresso tecnologico galoppante che non contempla né umanità né affetti.

Stiamo consumando i nostri giorni nell’asfalto delle metropoli, reso incandescente da vari fattori ambientali, con un tenore di vita lanciato a mille ed uno stress fortemente condizionante che talvolta arriva a compromettere la nostra stessa esistenza. Ma fermiamoci un attimo ripercorriamo i nostri modesti trascorsi fatti si di privazioni e sacrifici ma dominati da una serenità d’animo tale da non avere simili. Eravamo, a prescindere dall’incoscienza dell’età, allegri e sorridenti, bastava una carezza, una caramella, un sorriso ed un camino acceso a farci star bene. Oggi, purtroppo, i nostri fanciulli, figli della società dei consumi e del benessere, sono degli eterni insoddisfatti sebbene maestri del computer non hanno la stessa nostra voglia di fare – come sarebbe normale in una simile, bella, età – nè la capacità di rapportarsi alle varie questioni tipiche della loro età. Tralascio queste questioni di carattere generale, insite anch’esse nell’atmosfera festosa, tornando alla descrizione del Natale in montagna, a Cabbia di Montereale. Un paesino dell’Alta Valle dell’Aterno, immerso in un suggestivo scenario montano tra il G. Sasso ed i Monti della Laga, dove ho vissuto stabilmente fino all’età di 10 anni e non ho mai reciso il cordone ombelicale con la materna terra. L’antica tradizione era quella di accendere la sera del 24 dicembre un grande falò in piazza che la leggenda narra servisse a riscaldare il Bambinello appena nato. Fin dal primo pomeriggio, dopo aver provveduto a sistemare le bestie nelle stalle ed averle portate ad abbeverare alla fonte, essendo Cabbia di allora un paesino prevalente economia agricola, i vari capo famiglia arrivavano in piazza con un ciocco, appositamente procurato durante la bella stagione, con delle fascine con delle pigne, le depositavano e le componevano in attesa dell’accensione serale, generalmente dopo cena prima della messa di mezzanotte. Erano i tempi in cui si verificavano delle abbondanti nevicate – ed era davvero duro poiché alcuni anziani raccontano di non aver l’equipaggio necessario ad affrontare simili calamità e dentro casa, quando tiravano le schieravente*, arrivava anche qualche fiocco di neve – che talvolta raggiungevano anche il mezzo metro. Festa grande per tutti riuniti al chiarore del fuoco che, nei suoi paraggi vuoi perché calpestata, vuoi perche sciolta dal calore si creava un cerchio, sembrava proteggere la gente rispetto all’ambiente circostante, stracolmo di coltre bianca. Ci si spostava in continuazione scacciati dal fumo e si raccontavano storie, fatti accaduti nel corso dell’anno e fiabe capaci di attivare la fantasia dei più piccini. Poi le “ trocce “ accese, cortecce di ciliegio ancorata all’estremità di un bastone, portata dai ragazzi a mò di processione, illuminavano le tante vie del paese creando un’atmosfera molto toccante e suggestiva. A mezzanotte la messa, il bacio del Bambinello appena nato ed il canto della Pastorella, un inno al Redentore recitato alternativamente, tra uomini e donne, nelle diverse strofe. Poi di nuovo in piazza a riscaldarsi e continuare, talvolta fino alle ore piccole, a dialogare spassionatamente. Oggi tutto è cambiato, le case sono state tutte ristrutturate e ben riscaldate, nonostante la gente presa da mille problemi torni sempre di meno. Ma, come sempre, il domani, sono i giovani ed è davvero uno spettacolo che non ha eguali, dopo aver trascorso il Natale in famiglia, vederli arrivare a Cabbia per il Capodanno. Nella piazza centrale del Paese ci troveremo, in un appuntamento mai rinnovato ma sempre attuale, intorno a mezzanotte, per un brindisi volto a salutare l’anno vecchio che se va e porgere il benvenuto a quello nuovo. Davvero un segno di fiducia e di speranza nel futuro. Desidero concludere questo articolo formulando i migliori auguri di buon Natale e felice 2011 al Direttore di questo notevole strumento di cultura, al servizio della terra Abruzzese, ed a tutti i suoi lettori. Un pensiero di vicinanza, amicizia e considerazione alla gente abruzzese presa, per il terzo anno consecutivo, dai drammatici problemi post sisma, una preghiera alle vittime innocenti del terremoto.

Schieravente… bufere di vento che portavano la neve fin dentro le case visto che le porte di allora non erano a chiusura ermetica.