L’Aquila. Arché, 4 grandi artisti a Collemaggio

Presentata a Roma al Vittoriano la mostra alla basilica di Santa Maria di Collemaggio dal 30 novembre al 21 dicembre 2011, “Archè. Bendini, Boille, Mariani, Turcato”: 7 opere nei 4 pannelli dov’erano le tele del ‘600 di Carl Ruther, tolte per il terremoto. E’ un ritorno ad “archè”, l’idea originaria dell’arte intesa dai 4 artisti come “vocazione sensitiva e spiritualmente laica” che trova spazio nel tempio religioso per ripartire da questo principio generatore con la rinascita di una nuova coscienza per superare apatia e indifferenza in uno slancio più vigoroso nella ricostruzione.

Vedere dietro il tavolo della presentazione al Vittoriano Vasco Bendini, Luigi Boille e Marcello Mariani, è stata un’occasione più unica che rara. Diversi ma accomunati dall’estro che traspare dai gesti, dalle parole e anche dall’aspetto, sono come si immagina possa apparire un artista. Parlano brevemente, Bendini ricorda l’episodio alla 36^ Biennale di Venezia in cui l’artista De Dominicis si divertiva a spaventare i custodi con una maschera; dal quale è nata la sua più importante opera esposta; Boille cita anche lui degli episodi significativi; Mariani, aquilano, ricorda i momenti terribili del sisma, quando riuscì a salvarsi mentre la sua casa con lo studio veniva sconvolta. Per le istituzioni, l’intervento appassionato di Paola Di Salvatore, dirigente del Servizio politiche culturali della Regione Abruzzo che ha promosso la mostra insieme al Fondo europeo per lo sviluppo regionale. La realizzazione è di Comunicare Organizzando insieme all’associazione culturale “L’Angelo Ribelle”. Il curatore della mostra Gabriele Simongini ha presentato gli artisti e descritto il significato che assume l’esposizione nel luogo sacro dove si è svolto il primo Giubileo indetto dal papa eremita Celestino V, che si ripete ogni anno alla fine dell’estate con la “Perdonanza”.

Sette opere per una nuova alba

“Sette opere per una nuova alba”, dice il curatore citando l’espressione di Kandinsky “l’uomo parla all’uomo dal sovrumano: questo è il linguaggio dell’arte”. E il sovrumano è anche nella straordinaria collocazione negli spazi della Basilica definiti “ad altissima concentrazione spirituale”: rappresentano la sintesi della città ferita con l’abside dal tetto crollato, temporaneamente protetto da una copertura trasparente, le impalcature di sostegno in tubi di ferro e le colonne serrate da nastri di rinforzo. Ma se la città ha avuto un colpo mortale e la basilica è stata sfregiata, la cosa più emblematica è salva, le reliquie di Celestino V di nuovo miracolosamente preservate dal sisma.

L’umano e il sovrumano confluiscono in una visione sacrale dell’arte intesa in senso laico come bene spirituale. Il fatto che le opere dei quattro artisti sostituiscano al momento quelle di Ruther, che fece parte dei “Celestini” col nome di Andrea di Danzica, esprime questa commistione tra religioso e laico, diremmo tra sacro e profano se non ci trovassimo in una dimensione sacrale. D’altra parte, le opere esposte restituiscono la luce e il colore dell’arte alle nicchie vuote, nel periodo in cui ci si prepara al Natale con quanto questo comporta di meditazione e di memoria.

Cosa le unisce pur nelle rilevanti peculiarità e forti diversità? La ricerca della purezza primigenia, degli archetipi al di sopra della contingenza, che porta a “palinsesti dipinti in cui i segni di un umano universale si mescolano con quelli di un umano individuale”, Ciascuno di loro ha un segno dominante che corrisponde a uno dei quattro elementi originari: il soffio vitale, l’acqua per Vasco Bandini; il segno-colore, l’aria per Luigi Boille; il sacro, la terra per Marcello Mariani; la luce cosmica, il fuoco per Giulio Turcato. L’origine di ogni cosa, la legge naturale o il logos, in “archè” diventa la matrice dell’arte che riesce a evocare quello che il curatore chiama “un principio originario e sacrale di rifondazione e ricostruzione che riguardi contestualmente l’arte stessa”. E ribadisce che “non poteva esserci luogo più adatto di questo per le ferite che porta ma anche per la profonda spiritualità di una Basilica nata dal sogno, dalla volontà e dall’amore dell’eremita Pietro da Morrone”, che come papa Celestino V fu una meteora ma la cui luce risplende tuttora. Non solo per la testimonianza religiosa che si rinnova con la “Porta Santa” e la “Perdonanza”, ma anche per la testimonianza umana di umiltà e semplicità che ci ha insegnato la “grandezza della povertà”.

Non a caso sono stati scelti artisti che non sono alla luce dei riflettori e anche per questo possono meglio esprimere i valori supremi dell’arte non contaminati dai facili e abusati compromessi. In questo senso consideriamo le loro figure di artisti in filigrana con le opere esposte a Collemaggio.

Vasco Bendini e Luigi Boille

Di Bendini sono esposte due opere in tempera acrilica su tela di 2 metri per 1,80: “La memoria conserva”, n. 2, 2001 e “La sera del giorno n. 2, 14 marzo 2003”dai titoli eloquenti., sono come degli ectoplasmi in dissolvenza, in carattere con il titolo e l’ispirazione; si sente il “soffio vitale” e la “liquidità” dell’immagine la ricollega all’elemento primordiale: l’“acqua”. Simongini afferma che “andando al di là dei limiti apparenti che sono connaturati ai mezzi pittorici, Bendini esplora il proprio spirito ed accoglie la rivelazione di uno spazio nascente, senza divisioni né separazioni”. E’ come se i segni e i colori venissero “dal profondo”, spinti dal “soffio vitale” dell’anima dell’artista “che evoca anche un a sorta di ineffabile respiro cosmico e universale dato dall’identificazione completa di spazio e luce”. L’artista stesso parla di “immagine accolta”, non costruita, e spiega così il processo creativo: “A me pittore, a me artista, resta solo un campo irraggiungibile con i mezzi tecnici attuali: il mio profondo. L’essere dell’invisibile o l’immagine del possibile. Come dire il non essere che libera l’essere”.

Ma c’è un’altra sua opera, intitolata “Celestino V” , 1972, polimaterico di 2,20 metri per 1,40, esposta vicino all’urna con le reliquie del santo, e collocata in un’urna in plexiglas. E’ un lenzuolo raggrinzito dinanzi al quale ci si sente stringere il cuore; è come se in quel sudario fosse raccolta la forza disadorna e inerme del Papa eremita in chiave fortemente drammatica. Conoscendo la storia dell’opera, che emerge anche dal sottotitolo “Per una maschera di Gino De Dominicis”, appare stupefacente la genesi del sudario: perché è nato dalla maschera di De Dominicis della Biennale di Venezia, unita ad altri materiali, utilizzata dall’artista che partecipava agli scherzi veneziani dell’amico ricordati all’inizio, “per creare – ha detto – il mio ultimo sudario”. La trasfigurazione nel sudario di Celestino V è avvenuta per una mutazione: l’opera fu esposta a Torino in verticale, nello studio romano era collocata in orizzontale, e quando fu messa in una teca sembrò un coperchio sepolcrale; il riferimento a Celestino V fu spontaneo quale “figura esemplare del Cristianesimo”, come San Francesco. “Per questo, aggiunge l’artista, gli ho dedicato l’ultimo dei miei sudari, un corpo in disfacimento, un cranio trasudante una fortissima spiritualità che permane nel tempo e che può essere un monito per la vanitas dei potenti ma anche un nucleo vitale di energia morale”.

Per passare da questo altissimo livello spirituale al successivo artista, viene bene “m’illumino/ d’immenso”, la citazione di Ungaretti fatta da Simongini che trova nel percorso artistico e umano di Luigi Boille “il senso sublime di ciò che è incommensurabile, di ciò che è luce ed emana luce”. Sono esposte due opere in olio su tela di 2 metri per 1,50, “Arabesco-zen nero”, 1973 e “Arabesco-zen bianco”, 1974. Sono effettivamente degli arabeschi, uno sul viola scuro, l’altro chiaro, nei quali si realizza una fusione armoniosa degli elementi attraverso il “segno-colore”. “Nella pittura di Boille, scrive il curatore, il mondo materiale si fonde, trasformandosi in un unico flusso continuo, un divenire inarrestabile, denso, drammatico ma anche allegro, da cui promana la durata dell’essere nella realtà e il lento volgere dei giorni e dei sentimenti”. Una leggerezza che ben si addice all’elemento primordiale “aria”. Al di là dell’interpretazione dei contenuti, l’impressione immediata è di una unità compositiva che non elimina le diversità delle parti ma le compone in una superiore armonia, statica e dinamica al tempo stesso. L’arabesco e lo zen sono le due chiavi di lettura, il primo elimina spigoli e contrasti, il secondo sublima su un piano ascetico: quello che Argan chiama, riferendosi a lui, “uno stato dell’essere di immunità o distacco o contemplazione”. Lo zen evoca dell’oriente, oltre all’ascetismo e alla concentrazione anche il dettaglio figurativo, e a questo ha concorso il sodalizio dell’artista con Michel Tapié , appassionato di quel mondo.

Marcello Mariani e Giulio Turcato

L’opera esposta di Marcello Mariani, “Forma archetipa”, 1996, olio e tecnica mista su cartone di oltre 2 metri per 3, è direttamente legata al terzo elemento originario, la “terra”: lo si sente nel forte impatto materico e cromatico, dai contrasti coloristici e dalle linee spezzate, sembrerebbe l’opposto della continuità armonica dell’arabesco e della leggerezza ascetica dello zen, lo diciamo per sottolineare la molteplicità dei temi espositivi. “Una forma che è gravida di memorie, di voci, di impronte corporee, di tracce, molto spesso drammatiche e cariche di umanità” secondo il curatore. Ma non è solo materialità, è anche spiritualità secondo il pensiero di Antoni Tàpies, presente all’artista: “L’arte come morale? E’ sempre stato così. Un’arte soprattutto legata al carro della sfida vitale, alle unghie di coloro che reclamano giustizia e amore. Un’arte concepita come un aiuto, un sostegno necessario per la necessaria meditazione. Arte come contemplazione, arte come azione”. La contemplazione dello zen e dell’“aria” di Boille che rientra così anche nella azione e nella “terra” di Mariani.

Simongini dice che “continua a tramutare lo splendore e il mistero della vita nel fulgore e nell’enigma della pittura, inseguendo una trascendenza immanente agli oggetti e alle persone fisiche”, di qui il senso del “sacro”. “Ricerca se stesso ed allo stesso tempo aspira alla possibilità di perfezione e di liberazione del sé”. Nobilita quanto risulta dalla precaria esistenza umana sulla terra con ciò che lo circonda, la straordinaria bellezza della natura che lo ispira, sia il cielo che si riflette sulle conchiglie nella notte in Madagascar, sia i campi arati coperti di papaveri nella campagna aquilana e il fascino delle vette della montagna, con i fenomeni naturali della pioggia e del vento nella sua terra. Quella terra che ha sentito sconvolta dal sisma e della quale ha raccolto frammenti per inserirli nelle opere successive nelle quali c’è il dramma della distruzione “ma soprattutto vi si respira – è sempre il curatore – anche un senso di rinascita e di speranza”.

E siamo al quarto artista, il primo come notorietà , Giulio Turcato, scomparso nel 1995, al quale sono state già dedicate diverse mostre postume, quella del 2007 curata dallo stesso Simongini. E’ esposto il suo “Giardino di Miciurin”, 1951, un olio su tela di circa 3,70 metri di larghezza per 1,70. Un fondale dal colore sobrio e neutro percorso da segni e formazioni sparsi in modo morbido senza spigoli e contrasti. Il titolo richiama paesaggi fiabeschi legati all’agrobiologo sovietico Ivan Michurin, che ha fatto scoperte nella frutticoltura, ma si differenzia dai dipinti con riferimenti botanici e viene avvicinato alla serie dei “Paesaggi archeologici” e alla sua esperienza nel gruppo “Forma 1”, creato nel 1947 con il motto “un’arte nuova per un mondo nuovo”.

“Il ‘Giardino di Miciutin, commenta il curatore, conferma che tutto il percorso artistico ed esistenziale di Turcato si è svolto all’insegna della leggerezza, dell’agilità, della sensibilità e anche dell’ironia ludica. Ogni sua opera sfugge la retorica, la pesantezza, la metafora concettosa”. Non si limita ad evitare queste derive negative, nella leggerezza c’è anche un messaggio volitivo: “C’è come l’invito a lasciarsi portar via in luminescenti spazi cosmici che Turcato sentiva a portata di mano e di braccio perchè coincidevano con le sue stesse dimensioni immaginative e interiori”. La “luce cosmica”, dunque, e non solo: “Ma al tempo stesso c’è anche un pervicace attaccamento alla realtà palpabile e immanente delle cose e così Turcato porta alla superficie e sulla pelle della pittura tutto il palpito del visibile, scremandolo dalle impurità accidentali e tramutandolo in sfavillio danzante di tracce luminose”. In questo percorso spiccano i riferimenti di Turcato a Matisse, al quale si è ispirato per “il colore puro, compatto ed abbagliante, la fantasiosa sensibilità dell’atto pittorico, la sintesi dell’immagine”; e a Balla per “una forma sollecitata dai sensi e da flussi pacatamente emotivi e mai rigidamente o esclusivamente dominata dal rigore razionale e matematico”.

Ma né il “dinamismo lirico” né i “flussi emotivi” e non razionali vanno intesi in senso assoluto. E’ lo stesso Turcato a rivendicarlo: “Non sono un lirico allo sbaraglio perché ogni mia cosa è pensata, non è un lirismo che viene puramente da un gesto: sì, c’è anche il gesto, ma il gesto è un po’ calcolato, non nasce niente di acchito, siamo talmente impregnati di cultura che è difficile tirar fuori una situazione primordiale”. Alla base “c’è sempre un ricordo ed è questo il punto attuale dell’arte moderna”, e lo esprime con i colori, nei toni e nelle sfumature, alcuni in un “indefinibile mistero”.

Nella complessità e vivacità dell’ispirazione di Turcato c’è il “fuoco” dell’intuizione e della scintilla inventiva che lo anima. Non è il fuoco primordiale, in lui c’è il “sogno cosmico” che trascende gli elementi originari e si traduce anche nella ricerca di cromatismi sempre nuovi.

In definitiva, troviamo ancora quella leggerezza che si esprime nell’“immagine accolta” di Bendini e nell’“armonia”di Boille, nella “trascendenza” di Mariani e nel “sogno cosmico” di Turcato. O, se si vuole, nelle chiavi di lettura che sono state date alla loro arte: il soffio vitale e il segno-colore, il sacro e la luce cosmica. .Leggerezza nei toni che si sposa mirabilmente all’intensità nei contenuti.

Ph: Le immagini sono state fornite da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia che si ringrazia, insieme con i titolari dei diritti.

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