Pescara. Riflessioni sul capolavoro leonardesco della “Monna Lisa desnuda”

Con il <vate> da M(ad)onna Vanna 

Prima di salire al piano nobile del Palazzo della Provincia di Pescara per gustare le linee morbide, i chiaroscuri piuttosto che i colori, ed i sema reconditi di “Monna Lisa desnuda” –quivi in mostra, a due passi da Corso Manthoné ed a pochi centimetri dalla grande tela “La figlia di Iorio”, sino al 30 settembre 2011; poi a Tokio per un anno-, la “Monna Vanna” del Sala(d)ino, ovvero di quel giovine Gian Giacomo Caprotti (1480-1524) da Oreno di Vimercate (Vicus Marcati) allievo (e amante?) di Leonardo da Vinci (1452-1519), da questi accolto nella propria bottega di Milano, di fronte al Duomo, ove l’opera sarebbe stata dipinta, a più mani, compresa quella del ‘maestro’ (e forse soprattutto nella magistrale messa a punto del profilo delle mani), sarebbe risultata opportuna –come qualcuno ha fatto- la (ri)lettura di alcuni scritti del <vate>, due in particolare, classificati tra i ‘romanzi’, in effetti <poemi metafisici e sinfonici> come li definisce Gianni Oliva ne “Introduzione a D’Annunzio prosatore” -Ed. Newton 1993-, in verità ispirati al “Trattato della Pittura” e alle estasianti tele di “Lionardo”, ai ritmi musicali incalzanti di Wagner, alla concezione superomistica di Nietzsche, alle essenze odorose di ‘Gabriele il profumiere’: “Il Trionfo della Morte” (1894) e “Le Vergini delle Rocce” (1895). E’ una fase nuova per D’Annunzio: <O rinnovarsi o morire> aveva scritto nella Prefazione del “Giovanni Episcopo” (1892) rivolgendosi alla collega Matilde Serao. In verità già qualche tempo prima, nel campo della poesia, Charles Baudelaire(1821-1867) s’era cimentato nell’amalgamare ed armonizzare -per esempio- il tema della ‘cecità’ (della ragione, soprattutto)presente nei Vangeli con la lirica “Les Aveugles” (1861) ispirandosi alla tela del fiammingo Bruegel il Vecchio (1525-1569) dal titolo “La parabola dei ciechi” e all’opera musicale “Tannhauser” di Richard Wagner (1813-1883). Per Gabriele sarà solo una nuova fase ‘provvisoria’, perché dal suo soggiorno ‘forzato’ (per debiti) in Francia, a Parigi e poi ad Arcachon, sperimenterà –ma nella finzione teatrale- la cosiddetta “arte totale” scrivendo, in francese, “Le Martyre de Saint Sébastien” che sarà musicato da Claude Débussy e recitato, mimato, danzato da una donna nel ruolo del santo, la grande Ida Rubinstein, ‘mito dell’erotismo androgino’ in voga in tutto l’ ‘800, ciò che gli procurerà una sonora messa all’Indice da parte della Chiesa di tutte le sue opere.

La dimestichezza di Gabriele d’Annunzio con il genio di Leonardo appare fin dalla dedica del romanzo “Trionfo della Morte” [appartenente al “ciclo della Rosa”, unitamente a “Il Piacere” e “L’innocente”, cui doveva seguire il “ciclo del Giglio” con “Le Vergini delle Rocce”, unico romanzo completato ,e “La grazia” e “L’annunciazione”, mai scritti] al “Cenobiarca”(=’personalità di spicco in un gruppo di intellettuali’ , greco: koinobion=cenobio + arkein=essere a capo) Francesco Paolo Michetti, <divino parente di Leonardo, ‘modello dello mondo ’>.

Ma considerevoli e numerose citazioni tratte dalla principale opera teorica del genio di Vinci : “Trattato della Pittura”, sono presenti ne “Le Vergini delle Rocce” (inizialmente il titolo doveva essere:”Cor cordium”; in seguito il vate pensò a “Le tre principesse”), scritto chiaramente ispirato al dipinto di Leonardo -“La Vergine delle Rocce”- al Louvre di Parigi, inizialmente autentico trattato di filosofia socratica, poi la finzione di riformatore superomistico nelle vesti di Claudio Cantelmo, ultimo discendente di Alessandro, -nel suo tempo fittiziamente nelle attenzioni artistiche di Leonardo- che deve scegliere la propria sposa –delle tre Vergini sorelle: Massimilla promessa a Gesù; Violante alchimista di profumi; Anatolia accudiente di tutta la famiglia, madre demente e fratello psicolabile allocati in una antica magione nell’ex Regno delle due Sicilie- per ridare lustro alla gloriosa gens romana.

Il passo leonardesco più significativo, ripreso dal “ ‘Trattato della Pittura’ tratto da un Codice della Biblioteca Vaticana” (esposto nella stessa mostra: “Codice Lauri”) Parte I -15, è sotto il titolo “Le Vergini delle Rocce” (1895) , qui riportato in neretto, che il vate estrapola dal periodo che trascriviamo per intero:

<Benché questo non dico per biasimare simili opinioni, perché ogni fatica aspetta premio, e potrà dire un poeta: io farò una finzione, che significherà cose grandi; questo medesimo farà il pittore, come fece Apelle la Calunnia>. Qualche rigo più innanzi, ‘Lionardo’ aveva scritto: <Se tu dimanderai la pittura muta poesia, ancora il pittore potrà dire la poesia ‘orba pittura’>; ed ancora: <E se il poeta serve al senso per la via dell’orecchio, il pittore per la via dell’occhio, più degno senso>.

Sono state riportate queste citazioni per sottolineare il tema della “finzione”, quello dei sensi: l’udito e la vista [faranno la fortuna di quel gran rivale lusitano guru degli eteronimi -uno dei quali, Alvaro de Campos, di professione ingegnere meccanico con la passione per la letteratura e per l’arte (‘Lionardo’?), autore di versi quali: <Il poeta è un fingitore…>-, Fernando Pessoa, che taccerà il ‘vate’ di: <banalità a caratteri greci…assolo di trombone>!] , ai quali ‘l’imaginifico’, nella sua ambiziosa prospettiva simbolista e decadente di ‘arte totale’ -come detto in premessa- cerca di aggiungere “l’olfatto”, per via della sua attenzione verso i profumi [ci piace appellarlo: <Gabriele il profumiere>, inventore e produttore di “Aqua Nuntia”, rivelatasi un flop; e definirlo: <Unguentar(i)o del Carnaro> (l’aggettivo/sostantivo è da lui ripescato nel suo ‘Appendice 3 –San Laimo navigatore’: <Un unguentario componeva profumi>, dal Boccaccio, Novella 63.5: <Botteghe di speziali o d’unguentarj appaiono più tosto a’ riguardanti>) ideatore di: “Cum lenitate asperitas”, “La Fiumanella”, “La Brezza del Carnaro”, “La Rosa degli Uscocchi”, “La Liburna”, “Il Lauro di Laurana”, “L’Ardore del Carso”, “L’Alalà” (come si evince dalla lettera a Adolfo de Carolis, del quale è esposto nella mostra un poster per la prima della “Francesca da Rimini” –decoratore liberty dei suoi motti e delle copertine dei suoi libri- da Fiume,3 marzo 1920): addirittura di una lozione per capelli, nota sino agli anni ‘30: “Pro Capillis Lepit”, per conto della S.A. Stabil. Lepit di Bologna] e verso i fiori, in particolar modo ‘sedotto dalle violette’ –lo definiremmo- delle quali fece infiorare la città di Fiume in occasione del suo trionfale ingresso la sera del 12 settembre 1919, come era infiorata l’antica Atene, madre della civiltà e della ‘democrazia’. E per di più il fiore della viola l’imaginifico l’associa ai rami fioriti dei mandorli e all’infiorescenza e al frutto del ‘melagrano’ intestando a quest’ultimo un ciclo (della ‘bellezza’) di tre suoi romanzi: “Il Fuoco”, “Trionfo della Vita”, “Vittoria dell’Uomo”, ma dei quali solo il primo vide la luce (1900). I rami fioriti dei mandorli occupano la scena dell’incontro, dopo anni, tra Claudio Cantelmo (il vate), le tre sorelle Verini delle Rocce ed i due fratelli principi Capece-Montaga nella fantasiosa cittadina di Trigento; le viole mammole, il mandorlo ed il melagrano rimandano alla mitologia, ad una data certa dell’antica Roma repubblicana: 4 aprile dell’anno 204 a. Cr. come registrato sui Libri Sibillini, data di arrivo nella città eterna del meteorite di Pessinunte dalla Frigia conquistata, forse via Mare Adriatico e poi via terra “Salaria” fino a Roma, e del culto di due divinità anatoliche: “Cibele”, nella mitologia greca “Rea” , titanide figlia di Urano e Gea, ed in quella romana denominata “Magna Mater”, e dell’eunuco suo amante/figlio adottivo paredro (gr.=colui che siede accanto) dio Attis, nato da Nana, figlia del fiume turco Sakarya, rimasta incinta per aver mangiato una melagrana colta dall’albero generato dal sangue dell’evirazione dei genitali del demone bisessuale Agditis (a sua volta generato dallo sperma di Zeus che voleva accoppiarsi con Magna Mater) ad opera degli dei dell’Olimpo preoccupati per la sua straordinaria potenza. Attis andò promesso sposo della figlia di Re Mida (colui che trasformava in oro ciò che toccava) di Pessinunte ma, caduto nelle attenzioni del bel Aghtinis per amore del quale si evirò su imposizione di Cibele –dando vita così alla fusione androgina dei sessi-, dal terreno intriso di sangue diede origine alle ‘viole mammole’. Cibele ed Attis, probabilmente, sono alla base dell’etimo del nome di una ridente cittadina dell’entroterra pescarese: Cepagatti (latino ‘Cibelis pagus Attis’ = il pagus di Cibele e di Attis), ove è ancora evidente il termine dialettale per ‘melagrana’, ovvero <mereanate>, come dire: <mea/magna rea nata>, generata da ‘rea’, ‘magna mater’ romana, dea della fecondità; e “mmannele” (per ‘mandorlo’), dal greco: ‘amygdalos’, voce di origine semitica, che rimanda al nome frigio di Cibelis.

Come ricorda Annamaria Andreoli, il budriese Augusto Majani (1867-1959)concepì nel 1903 una cartolina umoristica con la testa di D’Annunzio a forma di melagrana e la seguente scritta: <L’idea della mia persona è legata indissolubilmente al frutto che io ho eletto per emblema>

Anche Leonardo influenzerà queste scelte di Gabriele con quello stupendo dipinto olio su tavola raffigurante la Madonna che ha in mano una melagrana, simbolo di fertilità, e il Bambino i chicchi rossi del frutto, simbolo della Passione -per lungo tempo ritenuto copia dell’originale attribuita a Lorenzo di Credi- cm 15,7 X 12,8, oggi alla National Gallery of Art di Washington, detto ‘Madonna Dreyfus’ perché appartenuto al collezionista parigino Gustave Dreyfus, morto nel 1914, che il vate probabilmente ha conosciuto. Ma c’è di più: i “Coribanti”, i sacerdoti di Cibele che le danzavano e cantavano intorno in un’orgia perenne, sono ricordati da Leonardo da Vinci, nel proprio “Trattato della Pittura”, cap.CCLXXV -1).<…delle orge dei Coribanti>, e dallo stesso D’Annunzio: “Alcyone” –Ditirambo IV-177, <…udir del sacro Dicte i Coribanti atroci e il rombo del bronzo percosso>; ed ancora, sulla dea Rea: “Le Vergini delle Rocce”- Libro III:<L’antico spirito di deità vagava per le terre come quando la figlia di Rea fece dono a Tittolemo (eroe mitologico greco, figlio di Oceano e Gea) delle sue spiche affinché le spandesse ne’ solchi e per lui tutti gli uomini godessero del beneficio divino>.

Torniamo al ‘Trattato’ e a ‘Le Vergini delle Rocce’: la seconda citazione tratta dal Trattato della Pittura è nel prologo: <… E se tu conosci che lo specchio per mezzo de’ lineamenti ed ombre e lumi ti fa parere le cose spiccate, ed avendo tu fra i tuoi colori le ombre ed i lumi piú potenti che quelli dello specchio, certo, se tu li saprai ben comporre insieme, la tua pittura parrà ancor essa una cosa naturale vista in un grande specchio. > (da Parte terza-402); e nella stessa pagina: <E se tu dirai che vuoi far prima un capitale di pecunia, che sia dote della vecchiezza tua, questo studio mai mancherà, e non ti lascierà invecchiare, e il ricettacolo delle virtú sarà pieno di sogni e vane speranze> (Parte seconda 62. Dell’operatore della pittura e suoi precetti).

Ognuno dei tre libri, quindi, ha una o due citazioni ripresi da ‘Lionardo’:Incipit del libro primo: <non si può avere maggior signoria che quella di sè medesimo>; ed anche: <E se tu sarai solo, tu sarai tutto tuo, e se sarai accompagnato da un solo compagno, sarai mezzo tuo, e tanto meno quanto sarà maggiore la indiscrezione della sua pratica>. ( Parte seconda 48. Della vita del pittore nel suo studio).

Il libro secondo s’inizia con: <Grandissima grazia d’ombre e di lumi s’aggiunge ai visi di quelli che seggono sulle porte di quelle abitazioni che sono oscure, e gli occhi del riguardatore vedono la parte ombrosa di tali visi essere oscurata dalle ombre della predetta abitazione, e vedono alla parte illuminata del medesimo viso aggiunta la chiarezza che le dà lo splendore dell’aria: per la quale aumentazione di ombre e di lumi il viso ha gran rilievo, e nella parte illuminata le ombre quasi insensibili, e nella parte ombrosa i lumi quasi insensibili; e di questa tale rappresentazione e aumentazione d’ombre e di lumi il viso acquista assai di bellezza>. (Parte seconda 90. In che termine si debba ritrarre un volto a dargli grazia d’ombre e lumi.)

Incipit del libro terzo: <Alcuni a sedere con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco; altri con un ginocchio sopra l’altro, sul quale tenga la mano, che dentro a sé riceva il gomito, la mano del quale vada a sostenere il mento barbuto di qualche vecchio chinato>. (Parte terza – De’ vari accidenti e movimenti dell’uomo e proporzione di membra 376. Del figurare uno che parli infra piú persone); ed anche, per finire significativamente <dov’è più sentimento, lì è più martirio>

La metafora leonardesca dello specchio, simbolo di ‘alterità’ ove si riflette il prossimo, il mondo, il reale, fu messo in pratica subito da quel grande Diego Velazquez (1599-1660) con l’enorme tela al Prado di Madrid: “Las meninas” (1656) e, più vicino a noi, dal pre-impressionista parigino Edouard Manet (1832-1883) con il famoso dipinto “Un bar aux Folies Bergères” (1881-82) al Coultauld Gallery di Londra.

Ma ciò che più colpisce del duo (in fondo ‘mono’)“rivelatore” (il vate -mutuato da Foscolo, riferito a Dante)-“riguardatore”(il da Vinci –cfr. sopra:<…occhi del riguardatore>) nei due scritti qui presi in esame, è l’espressione-disegnazione: <…le dita delle mani insieme tessute…>, usata da entrambi (“Le Vergini delle Rocce”, Libro II: <Or esse esprimevano con l’intreccio delle dita tessute il vincolo della schiavitù volontaria>); ma da ‘Lionardo’ doppiamente: sul suo “Trattato” con la penna e l’inchiostro , e sulle sue tele -“La Gioconda” e “La Gioconda desnuda”- col pennello ed i colori.

Ascoltiamo, per concludere, di quale pennellata verbale è capace il nostro Gabriele ispirandosi a quelle rocce dietro il dipinto della Vergine leonardesca, sicuramente con reminiscenze paesaggistiche dei nostri borghi montani d’Abruzzo, della Maiella o del Gran Sasso: <E Trigento apparve sul declivio del poggio con le sue case di pietra figliate dalle rocce tutelari…> (Libro secondo –Le Vergini delle Rocce). Altro che ‘assolo di trombone’…!