8 settembre 1943: fuga in Egitto…

Ventun anni dopo il fatidico 8 settembre ‘43, nell’estate del 1964, al termine di due mesi di corso per stranieri sulla cultura lusitana alla storica e mitica Università di Coimbra, reso possibile grazie all’assegnazione di una borsa di studio della Fondazione Calouste Gulbenkian (filantropo armeno detto l’ “uomo del 5%” –noto per aver donato parte dei proventi dei propri giacimenti di petrolio alla diffusione della lingua di Pessoa: viveva nella sua villa in Costa Azzurra; scendeva al bar del Negresco, sulla Promenade des Anglais di Nizza, in Rolls Roys dalle rifiniture interne in oro massiccio) mi recai in treno a Lisbona a trovare Vitor, portoghese, studente d’ingegneria navale nel nostro qualificato ateneo di Genova, salito in questa città sul mio stesso vagone e qui conosciuto, comunista e quindi molto spiato dalla PIDE (Policia Interior pela Defensa do Estado), la ferrea e feroce gendarmeria [del tipo ‘Geheimestaatsp.’ Che si vuol far rivivere in un centro d’Abruzzi, così come concepito da patetico ignorarrogante, puerofobo, cerusico alchemico, da poco imbertato: ‘polizeif.r’ (breivikiano? Non escluso.) , comunque anacronistico e ridicolo: <Quousque tandem…? (non è la dueruote, ‘ca fune’ –cfr.etimo- legati evangelico macigno al collo e vai agl’ìnferi abissi): è Kikero d’Arpinum!)] del professore di Santa Comba, il dottor Antonio de Oliveira Salazar, “solteiro” (celibe), astemio, non fumatore, virtuoso insomma -giusto come sopra- col pallino atavico del “régime”.

Vitor era a letto, malato, immobilizzato –confessò la mamma con le lagrime agli occhi: i gendarmi dalla divisa grigia di percalla, come quella degli spazzini romani dell’epoca, al rientro in città l’avevano prelevato, portato nel ‘quartel’(caserma), picchiato a sangue fino a fracassargli la spina dorsale. Ho rivisto Vitor una dozzina d’anni dopo la liberatoria ‘Rivoluzione dei Garofani’ del 25 aprile 1974 in quel lembo remoto dell’Europa, nella sua straordinaria Lisbona: era finito su una carrozzella, progettava navi per le ex colonie dell’Angola e del Mozambico, era sempre – e forse ancor più- comunista.

Il giorno dopo andai a Cascais, insieme ai compagni di corso Marino Freschi, romano (in seguito ottimo germanista, titolare della cattedra di Lingua e Letteratura Tedesca alla Sapienza di Roma),molto vicino a Giorgio Almirante: abitava in via della Scrofa, stesso palazzo della segreteria dell’allora MSI, cattolico osservante, i quattro Vangeli nella valigia; e Marianne Akerberg, di Stoccolma, liberalsocialdemocratica e atea (poi titolare della cattedra di Lingue e Letterature iberoamericane all’Università di Città del Messico), il pillolario quadrisettimanale nella borsetta: bussammo al portone di ‘Villa Italia’, residenza dell’esiliato re Umberto II di Savoia, a pochi passi dalla ‘Boca do Inferno’: si sentiva il fragore delle onde atlantiche che da sempre s’infrangono e penetrano con violenza nella roccia che quasi vuol arginare le acque furibonde di quell’Oceano arcano, minaccioso, potente… e pur vinto dai navigatori lusitani del ‘4 e ‘500, scopritori temerari dei Nuovi Mondi, accolti al ritorno dalle dolci note del ‘fado’.

Venne ad aprire il maggiordomo, due metri d’altezza, il conte Viliani, al quale domandammo se il re poteva riceverci. Il conte fu cortese, ci fece accomodare in un salone ove, al centro della parete principale, pendeva un quadro ad olio grande dal soffitto al pavimento: vi era raffigurato il Re Soldato, il papà di Umberto II, il monarca del Regno d’Italia e poi dell’Impero : Vittorio Emanuele III, notoriamente basso, quasi brunetta ingracilito con baffi. Ci venne spontaneo un sorriso beffardo; poi il maggiordomo ci fornì il numero di telefono della segreteria del re Umberto (ovvero del suo ufficio), quattro cifre, e ci raccomandò di chiamare per fissare un appuntamento: il re accoglieva di buon grado i visitatori italiani; incontrava anche i gruppi di connazionali che andavano o venivano dalle Americhe in piroscafi che facevano sosta sul Tago per rifornimenti.

Non telefonammo, non c’importava gran che dei Savoia: Gustavo VI Adolfo re di Svezia all’epoca – archeologo, innamorato della città dell’Aquila ove veniva spesso per studi e ricerche – girava in bicicletta – diceva la ragazza scandinava – a far la spesa per i negozietti di Stoccolma e, se avevi qualcosa da dirgli, non si poneva problemi ad ascoltarti, senza pompa. Così il re di Norvegia. Ce ne andammo in un ristorantino senza troppe pretese, adatto a giovani studenti, a gustare un ricco piatto di “fagioli con le cotiche” ed una succulenta “Caldeirada” (zuppa di pesce), irrorando il tutto con ‘vinho verde branco’ con i molluschi e ‘tinto’ con il maiale; chiudemmo con il classico ‘copo de vinho do Porto’, servito secondo i rigidi riti dettati dall’Accademia. Oggi Villa Italia è diventato un ‘resort’ a 5 stelle. Forse meglio così!

Ogni anno, a settembre, torna alla memoria, qui in Abruzzo e non solo, la fuga del piccolo re-soldato, quello ritratto sulla grande tela a Cascais, e della slanciata consorte Elena di Montenegro dal porto di Ortona verso il Mediterraneo, dopo il caotico ‘rompete le righe’ a seguito del Proclama di Pietro Badoglio, Maresciallo d’Italia e Capo del Governo, conseguente all’ ‘Armistizio di Cassibile’ con gli Angloamericani di 5 giorni prima. Per l’occasione, ho avuto la fortuna di rinvenire un foglietto di colore verde con su stampata, quasi scolorita nella grafia, questa poesia di anonimo – o di autore che non conosco, comunque senza firma- nel nostro dialetto, senza titolo forse perché molto ma molto espressiva. Eccola:

Maestà, ti li si ‘rfatte

‘na cursette zitte zitte.

T’hi squajate gne ‘na gatte.

Bon viagge pi l’Eggitte.

Bon viagge? Quarant’anne

e chiù pure si rignate.

Ma a la fine la cundanne

ti l’hi proprie guadagnate.

La cundanne di la gente

ch’ hi mannate a fa la guerre

la cundanne di la gente

chi mò dorme sotta terre.

La cundanne di chi vive

sporche, misere, stracciate:

di chi, mentre tu scappive,

nghi li guaie s’ha ‘rtruvate.

<Re- suldate> -m’hanne dette-

ti vuliste fa chiama’.

Ma mò lìvite l’elmette

‘nni pù chiù dissunurà.

< Re-suldate>? Ma chi scappe

a quaranta mije all’ore,

n’atru soprannome uappe

mò ci vò: < Re-curritore>.

Maestà, ti si ‘vvicchite,

ma si sempre scustumate:

zitte zitte si partite,

‘ngi si manche salutate.

Mò in Afriche sti bone?

Fa lu ‘rre di li Zulù.

Tante, è sempre ‘na curone.

Qua, però, ngi’arminì chiù!

La storia, come si sa, è maestra di vita, ha i suoi cicli (tricicli e bicicli!): “corsi e ricorsi” direbbe il partenopeo Giambattista Vico. L’8 settembre è vicino. Se si dovrà andare, dati i tempi correnti, ci sarà sempre una ospitale nipotina di Muhammad –ormai maggiorenne- laggiù, all’ombra delle Piramidi….