Trittico in onore di San Rocco de La Croix, terza parte

Cepagatti 1929 torre alex chiesa san rocco
Cepagatti 1929, torre Alex e chiesa di San Rocco

“Terra vergine –Toto” (1881) e altri scritti di Gabriele d’Annunzio
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Terra Vergine -Toto

Quest’altro era una specie d’orsacchiotto, forse disceso giù al piano da qualche forra querciosa della Maiella, con quel viso sudicio, con quei capellacci neri ispidi sulla fronte, con que’ due occhiettini tondi, giallastri come il fiore dell’edera, che non istavano mai fermi.

Alla buona stagione scorrazzava pe’ campi rubando le frutta agli alberi, o cogliendo le more per le siepi, o tirando le sassate ai ramarri sopiti nel sole. Gittava certi piccoli gridi rauchi, strozzati, che ram#mentavano il mastino quando uggiola in catene nell’afa de’ meriggi d’agosto, o il borbottio incomprensibile di un bimbo in fasce. Era muto, povero Toto!…

Gli avevan tagliata la lingua i briganti. Allora pascolava le mucche del padrone nelle bassure piene di trifogli rossi e di lupInella, sonando il suo piffero di canna e guardando le nuvole fumanti intorno alle vette o il volo delle anitre salvatiche cacciate dalla bufera. Un vespro d’estate, mentre lo scirocco tormentava le querci e la Maiella vaniva in mezzo ai vapori violacei fantasticamente, venne il Moro con due altri, e gli presero la mucca chiazzata, e a lui che gridava gli tagliarono un pezzo di lingua, e il Moro disse: — Va’ e racconta, fi#glio d’un boia!

Toto ritornò a casa barcollando, agitando le braccia, con il sangue che gli usciva dalla bocca a fiotti. Si salvò per miracolo; ma se ne ri#cordava sempre del Moro, e un giorno, quando lo vide per la strada ammanettato in mezzo ai soldati, gli tirò una sassata nella schiena e fuggì via sghignazzando.

Dopo lasciò quellavecchia di sua madre nella capanna gialla sotto il leccio, e fece il vagabondo, scalzo, sudicio, sbertato dai monelli, pieno di cenci e di fame.

S’era fatto anche cattivo: alle volte, sdraiato al sole, godeva a far morire lentamente una lucertola presa ne’ campi o una bella cetonia dorata. Quando i ragazzi gli davano noia, grugniva come un cinghialotto assediato da un branco di cani. Alla fine ne picchiò uno brutal#mente; e da quel giorno lo lasciarono stare.

Ma c’era Ninnì che gli voleva bene, la sua buona, la sua bella Ninnì, una bambina magra, tutt’occhi, con il viso pieno di lentiggini e un ciuffo di capelli biondicci sulla fronte.

S’erano visti la prima volta lì sotto l’arco di San Rocco: Ninnì, ac#coccolata in un canto, divorava un tozzo di pane; Toto, che non n’a#veva, stava a guardarla cupidamente e si leccava le labbra.

— Ne vuoi? — gli disse la bambina con un fil di voce, sollevando que’ suoi occhioni chiari come il ciel di settembre. — Ne ho qui un altro pezzo.

Toto s’accostò sorridendo e prese il tozzo. Mangiavano tutt’e due in silenzio; tre o quattro volte s’incontrarono a guardarsi, e sorrisero. — Di dove sei, tu? — sussurrò Ninnì.

Lui co’ segni le fece capire che non poteva parlare, e aprendo la bocca mostrò un mozzicone nerastro di lingua. La bambina volse gli occhi dall’altra parte con un atto indescrivibile di orrore. Toto le toccò il braccio leggermente e aveva le lacrime agli occhi, e forse vo#leva dirle: «Non far così; non andar via anche te; sii buona!…». Ma gli uscì dalla gola un suono strano che fece dare un balzo alla povera Ninnì.

— Addio — diss’ella fuggendo.

Poi si rividero, e parevano fratello e sorella.

Stavano insieme al sole, seduti. Toto posava la sua grossa testa bruna sulle ginocchia di Ninnì, e socchiudeva gli occhi dal piacere, come un gatto, quando la piccina gli cacciava le manine dentro ai ca#pelli, raccontando sempre la novella del Mago e della figlia del Re.

— C’era una volta un regnante che aveva tre figlie; e la più pic#cola si chiamava Stellina e aveva i capelli d’oro e gli occhi di dia#mante, e quando passava tutti dicevano: Ecco la Madonna! e s’ingi#nocchiavano. E un giorno, mentre coglieva i fiori nel giardino, vide un bel pappagallo verde sopra un albero…

Toto, cullato da quella voce carezzevole, chiudeva gli occhi e si addormentava sognando di Stellina; poi le parole uscivano dalla bocca di Ninnì più lente, più sommesse, e cessavano a poco a poco. Il sole involgeva quel mucchio di cenci in una ondata calda di luce.

Passarono così molti giorni spartendo le elemosine, dormicchiando sul lastrico, correndo per la campagna tra le vigne cariche d’uva a ri#schio di buscarsi una schioppettata da un contadino.

Toto pareva felice: alle volte si pigliava la bambina su le spalle a cavalluccio, e via a corsa freneticamente, saltando i fossatelli, i ce#spugli, i mucchi di concime, finché tutto rosso come la bragia si fer#mava sotto un albero o in mezzo ad un canneto, con uno scroscio di risa. Ninnì sbalordita rideva anche lei; ma se gli occhi le cadevan per caso sul mozzicone di lingua agitantesi dentro quella bocca nella convulsione del riso, sentiva un brivido di ribrezzo fin nelle midolle.

Spesso il povero muto se n’accorgeva e n’era afflitto per tutto il resto della giornata.

Ma com’è dolce ottobre!… Le montagne brune in lontananza stac#cavan nette sul fondo chiaro, tutto biacca e verde, velato da una lie#vissima sfumatura di viola che su su si andava perdendo con delle te#nerezze indescrivibili per entro all’oltremare diffuso dell’alto. Ninnì dormiva colla bocchina aperta, sul fieno; e Toto le stava accanto, ac#coccolato, a guardarla. C’era lì a pochi passi una siepe di canne sec#che e due vecchi ulivi dai tronchi forati. Da quel lato com’era più bello il cielo visto a traverso le canne bianche e le foglie cineree degli ulivi!

Il povero muto pensava, pensava chi sa che strane cose. Forse a Stellina? Forse al Moro? Forse alla capanna gialla, sotto il leccio, dove una vecchia sta sola filando e aspetta invano? Chi sa!

L’odore del fieno gli dava una specie di ebrezza: sentiva nel san#gue come dei formicolii, dei piccoli fremiti, delle vampe che salivano fino al capo e vi accendevano imagini, fantasmi, profili luccicanti e dileguantisi in un momento. Avete visto mai bruciare un lembo di stoppia? I corti fili di paglia, appena li tocca la fiamma, brillano, ros#seggiano, si torcono, scoppiettano, e restano lì cenere inerte, mentre l’occhio ne cerca ancóra il bagliore.

Ninnì respirava tranquillamente, con la testa rovesciata un po’ all’indietro. Toto prese una pagliuzza e le solleticò la gola; la bam#bina, sempre con gli occhi chiusi, fece l’atto di scacciare una mosca lamentandosi lievemente. Il muto s’era fatto indietro e rideva, con una mano su la bocca per non farsi sentire; poi s’alzò, corse a cogliere certi fioracci bianchi lì dal ciglione, li sparse d’intorno, e si chinò su Ninnì tanto da sentirsene l’alito caldo nel viso; si chinò an#córa più, ancóra più, ancóra più, lentamente, come affascinato; chiuse gli occhi e le baciò la bocca. La bambina a quel contatto gittò un grido svegliandosi, ma vide Toto che stava lì ancóra con gli occhi chiusi, tutto rosso in faccia, e rise.

— Matto! — disse con quella sua vocetta che alle volte aveva delle note di mandolino.

Poi stettero lì ancóra dell’altro a rivoltarsi sul fieno.

Una domenica di novembre, sul mezzogiorno, stavano sotto l’arco di San Rocco. Dal turchino chiaro del cielo il sole inondava le case di una luce morbida, bionda; e nella luce le campane sonavano á-festa; e veniva dalle strade interne un rumore confuso come di un immenso alveare. Stavano soli; da una parte la stradetta del Gatto de#serta, dall’altra i campi arati. Toto guardava l’edera fiorita penzolante da un crepaccio nel muro vermiglio.

— Ora viene l’inverno — disse Ninnì pensierosa, guardandosi i piedini nudi e quel cencio di veste senza colore. — Viene la neve e per tutto imbianca; noi non abbiamo casa, non abbiamo fuoco… T’è morta la mamma, a te?

Il muto abbassò il capo; dopo un istante lo rialzò vivamente con gli occhietti scintillanti, segnando l’orizzonte lontano.

— Non t’è morta? T’aspetta?

Toto accennò di sì; poi fece degli altri segni.

Voleva dire: «Andiamo a casa mia, è lì sotto la montagna, e c’è il fuoco, c’è il latte, c’è il pane».

Camminavano, camminavano, fermandosi alle case e ai villaggi; pativano spesso la fame, spesso dormivano all’aperto, sotto un carro, contro l’uscio di una stalla. Ninnì soffriva, era diventata livida, con gli occhi spenti, con le labbra smorte, con i piedini gonfi e insangui#nati. Toto, quando la guardava, si sentiva struggere dentro dalla passione; le aveva messo addosso anche la sua giacchetta bucherellata; la portava sulle braccia per un buon tratto di strada.

Una sera, dopo aver fatte più miglia, non si trovavano case: c’era la neve per terra alta un palmo e nevicava ancóra a grossi fiocchi, col rovaio. Ninnì, battendo i denti dalla febbre e dal freddo, gli si era av#viticchiata addosso come una serpicina, e quei lamenti fiochi che pa#revano rantoli gli passavano il petto come tante stilettate, povero Toto!

Ma andava, andava, sentendo il cuore di Ninnì battere sul suo… Poi non sentì più nulla; le piccole braccia della bimba gli stavano in#torno al collo rigide come di acciaio, la testina penzolava da un lato. Gittò un grido che pareva gli si fosse spezzata una vena del petto; poi strinse più forte quel corpicciuolo inanimato, e andò, andò, nella bas#sura fonda, in mezzo ai turbini dei fiocchi, in mezzo agli ululi della raffica, ferocemente, come un lupo digiuno: andò, andò, fin che non gli s’irrigidirono i muscoli, fin che non gli si ghiacciarono le vene.

Allora cadde di schianto, sempre col cadaverino al petto.

E li ricoperse la neve.

Cepagatti 1929
Cepagatti 1929

SETTEMBRE

Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natía
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquío, calpestío, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

A l’Abbruzzise de Melane

J’ v’arrengrazie, amice sciampagnune.

Biate a vu ca stete ‘n cumbagnie,

‘nnanze a lu foche, a fa’ na passatelle!

J’ cqua me more de malingunie.

Cqua m’abbotte propri’a stà mbujune.

Cante e ccante, mannaggia la Majelle,

i’ nen ne pozze cchiù nghi sti canzune.

Le sacce ca lu laure è bbone e belle.

Ma ‘n ganne e ‘n core tenghe na vulìe

de laure cotte nghi li capitune.

Me so’ stufate a ostreche e sardelle.

Me putesse magnà la Mezzalune

sane sane, nghi quattre pipintune

di li nuostre, mannaggia la Majelle!

1912 Don Gabbriele d’Annunzie

Chi fu GABRIELE d’ANNUNZIO (1863-1938)

In un viale del giardino della sua villa a Gardone, “Vittoriale degli Italiani” , ove si ritirerà da maturo uomo di mondo, il “vate” sentì il bisogno di far erigere una piccola statua del taumaturgo di Montpellier con questa scritta: <O Santo Rocco, protettore delle mie terre…>. Un’altra statuetta il poeta la conservava all’interno della villa, nella “Stanza delle Reliquie”, su di un cornicione ligneo nel quale sono scolpite lunghe schiere di santi, a cominciare da San Sebastiano, personaggio quest’ultimo che sarà al centro della sua prima opera di <teatro totale>, “Le Martyre de Saint Sébastien” –in lingua francese- scritta proprio un secolo fa, nel 1911(50° dell’Unità d’Italia), nell’esilio (per debiti: circa 500.000 lire) di Arcachon nelle Lande transalpine sull’Atlantico: pièce teatrale musicata da Claude Debussy, recitata, mimata e danzata da Ida Rubinstein nel ruolo del santo, <mito dell’erotismo androgino> in voga in tutto l’ ‘800, da Moreau a Mallarmé. La novella che qui analizziamo, probabilmente ambientata a Cepagatti, fu pubblicata il 6 febbraio 1881 sulla rivista “Fanfulla della domenica” e, più tardi, inserita nella raccolta “Terra vergine”, uscita nel 1882, dedicata all’esploratore <Giovanni Chiarini, abruzzese che giace lontano sotto una capanna di bambusa nel cuore dell’Africa>: scritti giovanili, dunque, concepiti durante il periodo scolastico. Il 1° novembre 1874, terminate le scuole dell’obbligo a Pescara (i genitori gli avevano regalato i libri di viaggio del capitano James Cook, che lo faranno fantasticare), Gabriele d’Annunzio –figlio di Francesco Paolo Rapagnetta d’Annunzio e di Luisa de Benedictis- entra nel Collegio Cicognini di Prato, numero di matricola 53, per gli studi liceali. Apprende con facilità e con impegno; sottrae olio per la lampada ai compagni in maniera da stare sui libri fino a notte fonda. A Pasqua del 1878, età 15 anni, Gabriele manda ai genitori una busta con una lettera in sei lingue diverse: greco, latino, inglese, francese, spagnolo e italiano; più tardi imparerà anche la lingua di Camões. A Prato otterrà la licenza liceale il 30 giugno 1881 e il padre “don Ciccillo” lo iscriverà all’Università di Roma. Quando era a Pescara, da giovanetto, D’Annunzio frequentava la chiesa di San Rocco di Sambuceto –oggi abbattuta e ricostruita moderna- come si evince dalla novella “Campane”: <il campanile di San Rocco, laggiù, quello rossiccio, nascosto tra le querci>. Poco dopo, ne “La Vergine Orsola” –che farà parte molto più tardi della raccolta “Le novelle della Pescara”(1902), il poeta scriverà, XX: <s’incamminò sola fuori del paese, per la strada nuova di Chieti. Nelle vicinanze di San Rocco abitava Spacone>. E, più giù, dà prova di conoscere anche San Rocco di Roccamontepiano: <Un cieco di Torre de’ Passeri era andato a San Rocco ed era tornato dopo tre dì con gli occhi che ci vedevano e con una cifra turchina su la tempia. Una femmina di Spoltore, invasa dagli spiriti maligni, era tornata mansueta come un’agnella, dopo aver bevuto due sorsi d’un’acqua custodita in una piccola zucca secca>. E’ qui che, nella novella “Cincinnato” –personaggio vagabondo della vecchia Pescara, divenuto suo amico- si fa chiamare da questi: “ricciutino”. Al Cicognini di Prato D’Annunzio aveva a disposizione il “Compendio della nuova crestomazia italiana” di Carlo Tallarico & Vittorio Imbriani dai cui volumi poté apprendere della “Costituzione di Pescara” emanata nella sua città da Gioacchino Murat il 12 maggio 1815 (quale ultimo e disperato tentativo di riconquistare il Regno di Napoli), per gli storici data d’inizio di tutte le Costituzioni moderne, che tornerà utile al “vate Comandante” per la stesura della “Carta del Carnaro”, data a Fiume il 27 agosto 1920 (‘Costituzione di straordinaria modernità: <Art.2 –La Repubblica del Carnaro è una democrazia diretta che ha per base il lavoro produttivo e come criterio organico le più larghe autonomie funzionali e locali>); del ritratto che viene delineato su Bertrando e Silvio Spaventa che ricevettero <nel Seminario di Chieti, scarsa cultura da mediocri maestri> (riferito a D’Ortensio docente ventenne?); del filologo-letterato-storico Atto Vannucci, già docente in quel Collegio Cicognini, al quale è dedicato un capitolo, che scrisse di Raffaele D’Ortensio, cultore del Tasso, per gli elogi a G.B.Niccolini; della Lettera 30 marzo 1871 di Alessandro Manzoni al Marchese Alfonso Della Valle di Casanova, nipote di Cesare Duca di Ventignano con feudo in Cepagatti, a proposito della” quistione della lingua”; della lirica di Paolo Emilio Imbriani, papà dell’autore del testo, sull’artista olandese Pietro Molyo (1637-1701), pittore delle marine e delle tempeste, dalla cui “Monodia” trae l’accrescitivo iniziale che userà in “Toto”: < Sul ciglion delle rupi…>. Ma forse il “vate” in erba già accennava a Cepagatti nella novella “Fra Lucerta”: <…fremito dell’organo nella chiesa di Santa Lucia quando mastro Tavitte smette di sonare…>, ove lo strumento citato è realmente esistito nella chiesa parrocchiale di Santa Lucia, suonato anticamente da “Ddavitte”. Comunque “Toto” è forma greca (“touto”) per indicare dimostrativo popolare, qui vicino a noi, corrispondente all’-hic –haec –hoc latino: difatti l’incipit è <Quest’altro…>. E poi i briganti ed il brigante; il “garzone” (Toto), scelta di vita molto in voga sino all’ultimo conflitto mondiale; il vezzeggiativo “Ninnì” rivolto ad una bambina, ancora in uso; la diffusa favola del Mago e di Stellina, figlia del Re, l’arco di San Rocco; “la stradetta del Gatto”; il “ciglione”, terrapieno dinanzi al castello, oggi “giardinetti”; e poi le “querci,” piante tipiche di Cepagatti, delle quali è in atto un irresponsabile taglio; infine la vista stupenda sulla Maiella, un capolavoro di pittura letteraria: <Un vespro d’estate, mentre lo scirocco tormentava le querci e la Maiella vaniva in mezzo ai vapori violacei fantasticamente, venne il Moro…>. Considerata <l’innata capacità trasfiguratrice> del vate –così come stigmatizza G.Oliva in “Tutte le novelle”, Edizione Newton, 1995- l’agile, innocente ma drammatico racconto potrebbe essere metaforico: i briganti rappresenterebbero la peste, Toto il pellegrino di Montpellier e Ninnì la fede, la chiesa; entrambi la povertà, l’innocenza, la semplicità; la loro triste sorte sotto la neve tradurrebbe la mancata opera del santo taumaturgo nella propria Patria. Ci proveranno, nel secolo successivo, due premi Nobel per la letteratura: l’esistenzialista d’oltralpe, d’origine algerina, Albert Camus con “La peste”, metafora del regime nazista; il lusitano José Saramago con “Cecità”, allegoria del genere umano d’oggidì, privo di valori e cieco nella ragione. Questa breve, ma intensa e tragica novella di puro stampo verghiano commosse e fece innamorare del vate la giovane Giselda, figlia del professore fiorentino Tito Zucconi, docente di lingue moderne di Gabriele al Cicognini; amore ricambiato, una delle prime frecce che colpì il giovane D’Annunzio. Ma il vate, come si sa, nacque ‘lirico’: il padre Francesco Paolo, avendo intuito la vena poetica del figlio, gli regalò la pubblicazione dei sonetti compresi nel “Primo vere” per i tipi della tipografia Giustino Ricci di Chieti -1897, in effetti liriche composte in epoca della frequentazione del Cicognini di Prato. E’ stato scelto di pubblicare, qui, la famosa poesia “I Pastori” (da “Alcyone”- Sogni di terre lontane-1903, nella raccolta “Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi”, liriche ispirate al ‘Cantico’ di San Francesco d’Assisi, ma rese celebrative in veste pagana della natura: chi non l’ha imparata a memoria durante la frequentazione della scuola?), visto che –probabilmente- il ‘tratturo’, l’<erbal fiume silente> percorso dai pastori nell’ annuale ‘transumanza’ dai <monti al piano>., potrebbe benissimo essere quel tratto di ampia strada demaniale (oggi scomparso) che solcava la piana di Villareia di Cepagatti, proprio nel territorio del “pagus”, struttura politico-amministrativa tipica dei Sanniti, adottata dalla Roma antica repubblicana, che il vate conosceva benissimo, avendo ambientato alcune sue opere nei “pagi” della Valle del Sagittario: “pagus koukoulon” (Cocullo) e “pagus bletifulus” (Scanno). Comunque val la pena la rilettura della poesia per coglierne i silenzi, le onomatopee, i colori, i profumi, i sapori, i riti tipici dell’atavico ciclo della vita sul ‘tratturo’ e nel “pagus” Così come è oltremodo intrigante, specialmente per chi vive l’abruzzesità fuori dai confini regionali e patrii, godere dei divertenti versi nel nostro dialetto che il poeta dedica, dall’esilio di Arcachon, a Ettore Janni di Vasto ma residente a Milano, traduttore del “Martirio di San Sebastiano” in prosa, ed agli amici, dal titolo: “A l’Abbruzzise de Melane” (5° verso leggermente modificato).

Se così è, se i rimandi a Cepagatti sono verosimili, non possiamo che esserne lusingati. Grazie,” imaginifico Gabrielino ricciutino”!