Trittico in onore di San Rocco de La Croix, seconda parte

San Rocco de La Croix

“Panegirico di San Rocco” (1911) e altri scritti del Canonico don Vincenzo Verna
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Panegirico di San Rocco

«Io ho veduto e veggo l’apostolo del secolo percorrere il campo delle umane sciagure, gridando: filantropia, beneficenza, fraternità e con queste sole parole promettere di bandire dal mondo le individuali e domestiche miserie, mutare il volto alla società ed al mondo intero.

Ma io altresì vidi e veggo che al suo passaggio non s’acquetarono le voci dolorose dei miseri e degli afflitti: grondavano sempre le lagrime dagli occhi smarriti, solcavano sempre le pallide e smunte guance dei tapini ravvolti in luridi cenci; vidi e veggo addensarsi sempre più sulla terra le tenebre dell’ignoranza e dell’errore, e moltiplicarsi le stragi e le rovine; e da mezzo di quelle stragi e di quelle rovine sorgere un fremito d’esacrazione contro l’apostolo dell’umana filantropia. Io vidi e veggo l’eroe del Vangelo lanciarsi a percorrere lo stesso campo delle umane sciagure, ed al suo passaggio sorgere confortato il sofferente, calmarsi il gemito angoscioso delle madri desolate, dei pargoli derelitti; vidi e veggo al suo passaggio brillare una luce, diffondersi all’intorno un’aura di Paradiso che ravviva, ricrea l’umanità.

E’ questo un fatto antico e contemporaneo, e voi ne sapete pur troppo la ragione. Egli è perché quella fraternità decantata dal filantropo del secolo, quella beneficenza è privato interesse, è segreta e vergognosa speculazione, quella filantropia è amore di se medesimo che si trasforma in egoismo, in orgoglio. Mentre l’apostolo, che ha l’animo ed il cuore educati alla scuola del Vangelo, è animato da quella carità che, amando, non cerca la sua ma la gloria di Cristo: <charitas non est ambitiosa, non qaerit quae sua sunt,, sed quae Jesu Christi>; da quella carità che tutto soffre, di tutto spera, di tutto trionfa. Eccovi la forza potente e divina che animava il Pellegrino San Rocco, eccovi un vero discepolo di Cristo.

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Per incoronarsi di gloria, per essere chiamati benefattori dell’umanità, cultori della civiltà, non basta stampar programmi e proclamarli dalle tribune o dalle colonne dei giornali per abbagliare il più delle volte le moltitudini incaute ed ignoranti; non basta logorar tempo ed ingegno in lunghe e pompose dissertazioni dettate per lo più da una scienza razionalistica ed atea, ispirata da una filantropia che non ha fatto, né saprà fare mai nulla di bene al suo popolo. Bisogna innanzi tutto riformar prima se stesso, spogliandosi di quel freddo e calcolatore egoismo che non si doma, non si sacrifica; bisogna nutrirsi prima dell’amor di Dio, ragione suprema dell’amore per l’uomo; bisogna, in una parola, che l’uomo si svesta dei vizi del vecchio Adamo depravato e corrotto, e si rivesta delle virtù dell’Adamo innocente, Gesù Cristo. <Induimini>, come dice l’apostolo San Paolo,<Dominum Jesum Christum> (“Rivestitevi di Nostro Signore Gesù Cristo”, n.d.c.). E voi cercherete invano gli amici, i benefattori dell’umanità tra i nemici di Dio ed i ribelli alle leggi del Vangelo e della Chiesa, poiché da questa sola s’impara ad immolare la propria vita per il nostro fratello di natura e di redenzione.

Signori, io lo immagino, parmi di vederlo il giovane Rocco, in mezzo agli splendori di sua casa, tutto pronto a trasformarsi nell’uomo di Dio. Mentre l’età gli sorride, mentre le passioni pare che vogliano renderlo schiavo, mentre il mondo non ha per lui che lusinghe, il giovane Rocco rimasto orfano dei suoi genitori, dà l’addio al mondo. Egli che sino allora si era dato pensiero di staccare il suo cuore da ogni aspetto mondano, apre di nuovo il libro del Vangelo, e legge: <si vis perfectus esse, vade, vende quae habes et da pauperibus et sequere me>. Se vuoi essere perfetto, vendi quello che hai e dallo ai poveri e seguimi. Segui il figlio di Dio, fatto uomo, Gesù Cristo, che prima operò e poi insegnò agli altri.

Sì, rinunzio, grida il giovane, nel bollore dell’età A vent’anni dalle sue labbra si sprigionava un canto tutto amore, tutto dolcezza: era il canto della carità che risuonava sui beni che distribuiva ai poveri; sulle vesti seriche alle quali sostituiva il manto del povero; sulle sue armi gentilizie a cui sostituiva il bastone del pellegrino. Ma questo non bastava. Anche il cinico rinunzia alle ricchezze e le disprezza: bisognava che Rocco, perché potesse dirsi vero apostolo del Vangelo, rinunziasse a se stesso, cioè che egli vivesse non per sé, ma per gli altri; che egli a simiglianza di Cristo, che messaggiero celeste con le chiome spioventi sugli omeri, si aggirava per la Palestina sanando e curando gl’infermi, corresse ovunque il bisogno lo chiamasse, dovunque sonasse il rantolo dell’affanno, il lamento dell’angustia e dell’agonia, che egli corresse ad imperlare la sua bella anima di tante gemme quante sono le lagrime che sa spremere dagli occhi e dal cuore la mano della sciagura.

Dalle labbra del giovane si sprigiona un altro canto: era il canto dell’abnegazione a favore dell’umanità, redenta da Cristo con il suo sangue: era un canto che in dolci comenti ripeteva: vivrò per consolare l’umanità afflitta.

Lasciamo per un istante il giovane così educato dalla scuola del Vangelo, e trasportiamo il nostro sguardo all’Italia nel secolo decimo quarto. Vorrei la penna d’oro di Alessandro Manzoni per mostrarvi al vivo la condizione pur troppo sconfortante della nostra cara patria! La voce del dolore sonava dovunque: l’Italia, vestita di nere gramaglie, piangeva su gran parte dei suoi figli colti dalla peste: il Po, l’Arno ed il Tevere, atterriti dal fiero morbo, parlavano anch’essi il linguaggio del dolore. L’Italia gridava aiuto ma l’aiuto non le veniva; lo domandava al mondo, ma il mondo era sordo alle sue chiamate; esso, perché educato alla stessa scuola alla quale oggi si educano i figli del moderno secolo, che gridano la croce agli uomini retti, geloso della propria esistenza, cercava di tenersi lontano dalle piaghe dell’umanità; se prima gridava: amate il prossimo, quelle grida suonavano nell’interno del loro animo amor di se stessi, disprezzo del suo fratello. Ma confòrtati, Italia, smetti smetti le gramaglie del dolore, asciuga il tuo ciglio ed appunta il tuo sguardo alle Alpi. Guarda quel giovane di bello aspetto, che viene verso di te. Egli non ha la spada per soggiogarti, ma un vil bastone che lo sorregge; non ha vesti seriche che fanno ingiuria alla tua miseria, non volto giulivo e fiero che contrasta con il tuo volto solcato dalle lagrime del dolore e dell’abbandono, ma nel suo volto angelico si legge la carità, dettata dalla legge del Vangelo.

Egli ti saluta, ma il suo linguaggio non è quello del generale Annibale, egli non ha un esercito al quale l’addita come termine delle sue conquiste, come terra ove l’esercito possa rinfrancarsi delle sue forze, ma egli è solo, ed il suo linguaggio è il linguaggio dell’amore, della carità. Rallegrati, venturata Italia: l’angelo consolatore viene anche per te. Quel pellegrino che scende dalle Alpi è il giovane San Rocco, che dopo aver distribuito le sue ricchezze ai poveri, dopo aver riformato prima se stesso, spogliandosi del freddo e calcolatore egoismo, dà un addio alla patria, ai parenti, agli amici, a te sen viene quale angelo consolatore.

Simile ad aquila giovinetta, Rocco spicca un volo dalle Alpi, ed eccolo ad Acquapendente. Solo, sconosciuto, corre nei tuguri più squallidi, nelle capanne più desolate, nei palagi più sontuosi, dovunque il fiero morbo penetra ardito e per tutti ha un rimedio, per tutti ha una parola di conforto. Cesena, Rimini, Novara lo gridano loro salvatore. Roma, la città della gloria,, la città eterna, la città che le mille volte aveva visto le aquile latine tornare orgogliose dalle conquiste, Roma che una volta aveva chiuso il cuore al sentimento della pietà, oggi stende le braccia al pellegrino San Rocco, il quale anziché correre nelle catacombe, sulla tomba degli apostoli per dare sfogo alla sua pietà, alla sua devozione, che quasi fiamma lo consuma, corre prima in cerca degli infermi, ad essi si appresta, li abbraccia, e, segnando sulla loro fronte la croce, li salva.

Indi, dando sfogo al suo animo, passa dalla venerazione delle tombe dei martiri ai gemiti degli ospedali, dalle sacre reliquie al conforto dei miseri, dalla preghiera per sé, alla preghiera per tutti, rimanendosene sempre sconosciuto.

Ecco, Signori, i prodigi della carità evangelica, ecco quello che Cristo sa operare nei suoi figli. Escano pure in campo i corifei della moderna filantropia, quei corifei che alla carità di Cristo hanno voluto sostituire i nomi ammodernati, permettetemi l’espressione, di filantropia-beneficenza-fraternità, e mostrino che cosa sappiano operare a pro’ dell’umanità. Anziché cullarla con parole pompose ed inefficaci, operino, vengano alle prove, vengano in aiuto dei nostri fratelli, pieghino la loro superba fronte sulla povera umanità afflitta, ascoltino i gemiti della miseria, ché da qui a poco anche l’aria che ci circonda non suonerà che dolore.

Signori, quello che l’uomo sappia fare, quando si allontana da Dio, ce lo dice la nobile Piacenza. Ah! No, non me lo consiglia l’animo di chiamarla Nobile. Essa è sconosciuta, ingrata, iniqua. Essa scaccia dalle sue porte il pellegrino San Rocco solo perché è infetto dalla peste. Essa che lo aveva visto quale angelo consolatore aggirarsi ovunque sonasse il gemito del dolore, il rantolo dell’affanno e dell’agonia, ora non ha una parola di conforto per il suo consolatore e scaccia dalle mura colui che una volta per essa pregava, per essa affrontava la morte. E San Rocco, facendosi scudo della sua carità, della sua abnegazione, non profferisce un lamento, non versa una lagrima; generoso sopporta con rassegnazione il suo male e si ritira dal contatto con gli uomini.

Ah! Ma se lo abbandonano gli uomini, che non hanno il cuore temprato alla carità, non lo abbandona Iddio, che amoroso veglia sulle creature a lui dilette. E che importa, Signori, che il mondo non ci calcoli, che preso da uno spirito satanico ci gridi la croce, ci chiami, anche dopo che ad esso stendemmo lieve la mano per sanare le sue mortifere piaghe, nemici dell’umanità, fautor dell’inezia? Vi ricordi che se l’uomo ci abbandona, Dio veglia sui suoi figli. Spingete lo sguardo vostro oltre Piacenza, guardate un’altra volta quel pellegrino che prima apparve sulle Alpi per apportarvi salute. Mentre se ne va curvo, ma rassegnato ai divini voleri, sotto l’incubo del male che lo consuma, mal trascinandosi ad un bastoncello, nessuno lo segue. Lo seguissero almeno i poverelli, gl’infermi da lui guariti: nessuno ha pietà di lui. Una selva amica, una capanna dà ricetto a quell’angelo di cristiana carità, che abbandonò ricchezze, onori, patria per il bene dell’umanità. Mondo ingrato! Ti disprezzo, se, sottraendoti all’ordine soprannaturale, scostandoti dai precetti del Vangelo e rinunziando al nome schietto, semplice di carità di Cristo e sostituendone ad esso altri pomposi ed inefficaci a tale ti conducono.

La voce della natura grida vendetta, la giustizia di Dio piomberà sul tuo capo, se tu così contraccambi i sacrifici; che Dio opera a mezzo dei suoi figli, a lui non mancano mezzi per mostrarti come egli non ha bisogno di te per il compimento dei suoi divini disegni. Guarda il pellegrino San Rocco là in fondo a quella caverna, tormentato dal morbo, contratto per portarti aiuto; guardalo: mentre il mondo non ha un palpito per lui, un cane, rimprovero eterno all’uomo ingrato, un cane per primo l’accosta, un cane era destinato dalla divina provvidenza a soccorrere l’eroe della carità. Era bello, Signori, vedere quella benefica bestiola giungere frettolosa e porgergli il cibo, carezzevole girargli attorno e lambirgli la mano.

Ma, se la corona immortale, che un giorno avrebbe dovuto cingere le sue tempia, lassù nei cieli, gli fosse costato questo solo, ora quella corona sarebbe priva della più bella gemma, della gemma della calunnia, sopportata con cristiana rassegnazione. Si era educato alla scuola del Vangelo e doveva imitare il suo divino maestro. Se Cristo, disprezzando le terrene grandezze, era venuto al mondo povero, sconosciuto, nel cuor della notte; se egli passò la sua vita ad ammaestrare il suo popolo e nel porgergli ogni conforto, egli moriva sul legno della croce; moriva innocente, moriva per la redenzione del genere umano, e, quel che ci atterrisce, moriva perché condannato dal popolo Ebreo, condannato da quel popolo che egli aveva tanto amato; da quel popolo che egli aveva cercato di raccogliere sotto le sue ali proteggitrici , come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le sue penne per difendergli dagli artigli del falco; condannato da quel popolo per il quale tanto aveva pianto; “et flevit super illum”. E la condanna che il popolo Ebreo cercò di stampare sulla fronte divina del figliuolo di Dio, fu la calunnia: Cristo era stato preso come seduttore del popolo!

San Rocco, tornato in perfetta salute, ammonito dalla divina provvidenza, lascia quella squallida grotta, a lui pur cara, ed eccolo di nuovo sulle Alpi. Con il linguaggio dell’amore e della carità saluta un’altra volta l’Italia e le dà l’addio. E’ un addio doloroso. Egli in quel momento non ricorda le ingiurie ricevute, perché non sarebbe allora vero discepolo e vero imitatore di Cristo, ma se ne parte col sospiro dell’esule, col lamento dello sconsolato. Egli, al par di Cristo che piange Gerusalemme, versa lacrime di dolore. Ma è giuocoforza che egli pronunzi questo addio, perché altro gli rimaneva a soffrire, prima che Dio lo chiamasse agli eterni riposi. E San Rocco solleva lo sguardo al Cielo, alza la mano, benedice la sua Italia, terra dei suoi dolori, ma dolori a lui cari, e se ne parte, mentre lo sguardo torna indietro, come il fanciullo che viene sottratto dalla madre ai suoi compagni di trastullo, e non sa da essi staccarsi.

Simile all’aquila, che sollevandosi a perdita d’occhio, respira un’atmosfera pura, così San Rocco pieno della grazia di Dio, senza essere punto contaminato dall’atmosfera viziata che respira la Francia, vede la sua patria afflitta da disordini, da discordie,, da stragi, da guerre. Egli non scende con gli artigli dell’aquila, ma con le ali della carità, non per far preda, ma per rimettere nel retto sentiero il suo popolo: scende non per tornare in mezzo agli splendori della reggia, ma per viversene povero, sconosciuto, operando il bene a pro’ dei suoi fratelli.

Ma, oh giustizia umana! Come spesso pronunzia la sentenza di morte sull’innocente! La Francia riconosce in San Rocco una spia nemica! Dio immortale! Sul volto di quel giovane ove aleggiava l’innocenza, segno del candore dell’anima, la Francia vi legge il tradimento. Che farà l’eroe della carità? Svelerà forse la sua innocenza, chiamando la corte celeste in testimone? No. Memore di Cristo, che si rese ubbidiente sino alla morte e non esitò a consegnarsi nelle mani dei suoi carnefici, <et non dubitavit manibus tradi nocentium>, Rocco simile a mansueto agnello, non risponde; lascia che le sue mani siano avvinte dalle catene e, dando uno sguardo al cielo, quasi volesse dire: <Dio, ti ringrazio di avermi reso a te simile>, se ne parte; ed eccolo rinchiuso in un’orrida prigione.

Signori, voi lo vedete! Dagli splendori della regia, era passato allo squallore della povertà; dallo squallore della povertà alla condizione di infermiere; dalla condizione di infermiere all’abbandono; dall’abbandono alla carcere. Eppure voi non sentiste mai un lamento dalle sue labbra: giulivo abbracciò la croce che la provvidenza gli aveva riservato; ed al pari di Cristo che dal legno della croce alza lo sguardo al cielo e prega per i suoi crocifissori, il pellegrino San Rocco, l’eroe della carità, dal fondo della prigione, prega per tutti e se ne vola fra le braccia di Dio. Muore in mezzo ai suoi sudditi… muore avvilito… in una carcere… qual reo. Ed egli tacque… non si difese contro la calunnia. Rimprovero perenne all’uomo che non sa sopportare la più lieve ingiuria; senza levare la sua fronte verso di Dio, ed imprecare contro la divinità, come volesse tacciarla d’ingiustizia e d’iniquità…!

Sì, muore San Rocco, ma la sua morte è preziosa al cospetto del mondo intero; la sua fama, con la rapidità della luce, si propaga dall’uno all’altro capo dell’Europa; la sua santità spezza le catene con le quali era stato avvinto; la calunnia,, della quale era stato vittima, cade, come folgore mansueta, ai suoi piedi, ed egli ne esce fuori, circondato dall’aureola della gloria che nel suo capo posano Dio e gli uomini.

La Francia per prima lo grida suo angelo tutelare, la città di Arles, straziata dall’orribile flagello della peste, a lui innalza monumenti a perenne ricordo della sua potenza contro il male che faceva miserando scempio dei suoi cittadini, i quali, tornati nello stato di perfetta salute, volano a Montpellier, patria del santo, per rapirne le sacre reliquie e rendere ad esse il culto che si doveva a sì gran santo.

Muore San Rocco e Venezia, la regina del mare, vola in Francia sulla tomba del santo, ne porta via un’altra parte delle reliquie, ed ad esse consacra uno dei più bei tempii che oggi rendono cara quella città. La nobile Torino, nella pietà non mai seconda ad altri, solennemente lo venera. I Padri del Concilio di Costanza, quando veggono la città desolata dalla peste, straziata dalle grida di tanti che cadono vittima del fiero morbo, invocano il potente patrocinio di San Rocco, ed in mezzo alla venerazione calda, schietta, sincera del popolo, portano processionalmente la sua immagine per la città ed anch’essa, sperimentata la potenza della sua intercessione contro il male devastatore, esce purificata e torna, ove una volta regnava sovrana la desolazione, il brio proprio della città. Sì, muore San Rocco, ma con la sua morte il mondo non rimane privo della sua valida intercessione presso il trono dell’altissimo: egli visse, vive e vivrà sempre nella coscienza dell’umanità, che ha sperimentato, sperimenta e sperimenterà la sua potenza nell’allontanare i mali della vita, che pur troppo non mancano in questa valle di pianto. La sua tomba non è simile a quella di Alessandro, di Cesare, di Napoleone; e, se su di queste aleggiano le gigantesche ombre dei loro spiriti guerreschi, dalla tomba dell’eroe della carità si sprigiona una forza che mentre ti sana il corpo, porge un sollievo all’anima e l’avvia per i floridi sentieri della virtù».

Testo del Manifesto per le feste patronali –anno 1950- redatto da don Vincenzo Verna:

Grandi Feste Patronali nei giorni 16 e 17 Agosto 1950 in

C E P A G A T T I

La Chiesa, “Madre dei Santi, immagine della Città suprema”, nella lunga serie degli anni, ha reso sempre il culto a quelli che molto si prodigarono per l’Umanità, nel nome del Signore o che, raccogliendo le parole di Gesù Cristo, rifulsero sulla terra per lo spirito adamantino di abnegazione cristiana, lungi da ogni miraggio di plauso e di gloria del mondo.

Il nostro Paese sin da tempi remoti ebbe la protezione dell’Angelo della carità, il taumaturgo S.Rocco e prove tangibili stanno ad attestare che Egli, dall’alto dei Cieli, guarda tuttora con occhio benigno il suo popolo più che mai fidente nell’avvenire.

L’attivo ed encomiabile Comitato degli anni decorsi presenta quindi ai cittadini il programma seguente:

Funzioni rituali nella Chiesa Parrocchiale, con musica sacra e solenni processioni nei giorni 16 e 17.

Allieteranno la cittadinanza il Gran Concerto “Città di Atri” diretto dal M. Grand’Uff. Pietro Marincola – ed il Gran Concerto “Città di Picciano” diretto dal M. Grand’Uff. Vermondo Carusi.

Sfarzosa illuminazione della rinomata Ditta Miccoli Nicola e figli, di Miglianico.

Fuochi pirotecnici eseguiti dal noto artista Basilisco Giuseppe Garibaldi, di Francavilla al Mare.

Tombola di L.50.000-

Non mancheranno i soliti divertimenti popolari ed attrazioni folcloristiche.

Questo delizioso lembo abruzzese saprà accogliere quanti interverranno a ritemprare lo spirito nella suggestiva Cittadina.

Cepagatti, 10 agosto 1950

IL COMITATO

Inaugurazione dell’a.s. 1911-1912

<Fatti non foste a viver come bruti Ma per seguir virtude e canoscenza>

Ill.mo Sig. Sindaco, Signori

Se alta è la mia missione, arduo il ministero per la dignità sacerdotale che rivesto, non meno importante mi sembra l’onorevole impegno che oggi gentilmente mi si affida. La Scuola, ecco un vocabolo che racchiude in sé la sintesi di tanti problemi sociali, ecco quanto tutto è assolutamente richiesto oggi più che mai per l’attualità delle cose, nel presente ordine sociale di patria nostra destinata a più brillante avvenire.

L’uomo, senza erudizione, è un nulla nella società, è come una sterile pianta la quale pur avendo tutte le sue facoltà vegetative perché non posta in date condizioni di suolo o per mancanza di assidue cure necessarie, non compie il suo regolare sviluppo e conseguentemente la sua produzione.

L’uomo appena nato, dotato di quella intelligenza che appunto lo distingue dagli altri animali e dal bruto, si trova è vero in potenza, reca non in atto delle facoltà intellettive. Fa d’uopo quindi aspettare il bambino che sia arrivato ad una certa età, perché possa coltivarsi la sua intelligenza pervenuta già all’atto. Ma anche questa rimarrebbe comune o meglio incapace di subire maggior incremento senza un valido ed opportuno aiuto. Signori, questo aiuto veramente provvidenziale, io lo rincontro propriamente nella Scuola. E’ qui che la mente del fanciullo si apre a novella vita, sente il naturale bisogno di conoscere ed appagare la sua curiosità, per quanto l’umana conoscenza gli permette e di darsi ragione della sua esistenza. E’ la Scuola che studia e traduce la vita in tutta la sua realtà, in tutti i suoi atti: non il solo piacere, ma anche il nobile, il patetico; non il solo delirio dei sensi eccitati, ma anche l’amore puro, il sacrificio, il dovere. Nutrice intellettuale delle generazioni, ispiratrice prima delle idee che formano gli uomini e trasformano i popoli, provvida educatrice che, correggendo la soverchia indulgenza della famiglia, ci prepara a poco a poco alla durezza del mondo che ci dà le prime amicizie, le prime gioie dello spirito, i primi affanni salutari. Quivi si svelano con tutta la evidenza e la naturalezza ed il candore dell’innocenza le insinuazioni, i sentimenti, le passioni, le aspirazioni, il carattere…

A mano a mano poi che il fanciullo vien su negli anni e fatto giovanetto da poter intendere il gran beneficio del sapere, a meno che la sua intelligenza non sia tanto limitata o la sua volontà del tutto contraria al desiderio di conoscere, cosa d’altra parte un po’ difficile,, egli incomincia a sentire soddisfazione e come in ogni altra cosa lo studioso giovanetto acquista l’abito e di conseguenza diletto nell’apprendere sempre cose superiori e non meno necessarie alla vita. Sì perché il sapere è pur una virtù che riunisce in sé due delle bellissime fra le cose umane: la giustizia e la potenza.. Ma il solo sapere non innalza l’uomo sino al punto da sagrificare la vita per una idea, per il dovere per l’onore e per la patria: soltanto l’intiera sua educazione può farlo. Quell’educazione della scuola, palestra della vita, di quel luogo che se non è Chiesa è tana, siccome diceva un grande, dove si perfeziona l’uomo e si avvia al bene, al bello, al vero sentimento della natura, con il destino dell’avvenir suo, del suo progresso nella società evoluta.

Sia adunque la Scuola l’oggetto più assiduo della nostra onesta ambizione di cittadini, diventi sopra tutto, per opera di tutti, la scuola vera della fraternità e dell’affetto, Fortunati ancor più voi che vivendo lontani dai rumori della città, in mezzo alla tranquillità e purezza dei campi, sapete approfittare dell’istruzione favorita sapientemente dal nostro governo per il bene pubblico.

Ed ora vogliam far voti ed auguri che l’Italia, la nostra bella penisola non seconda ad altre regioni per progresso e civiltà, s’avvii sempre più alla gloria dell’avvenire e di più alti destini, ed il fausto evento della nuova Tripolina occupazione sia prodromo di altre più degne vittorie: rifidando in questa nuova scuola, a questi giovanetti, futuri militi baldi ed intrepidi, che al sapere accoppieranno l’amor patrio, l’educazione vera ed il vanto di dirsi veri figli di questa nobile e forte terra d’Abruzzo.

Cepagatti, Ottobre del 1911

Chi fu VINCENZO VERNA (1884-1966)

Il Canonico don Vincenzo Verna vide la luce nella vicina Pianella il 5 settembre 1884, ma si trasferì giovinetto a Cepagatti, a casa di uno zio. Fece gli studi liceali, con grande successo, nel Seminario Vescovile di Penne, all’epoca appartenente alla Diocesi di Penne-Atri, ove tornò da docente molto apprezzato, dopo l’ordinazione sacerdotale nel 1907, sì da meritarsi il titolo di Canonico. Il 17 aprile 1911 -<nel mio quarto anno di sacerdozio>, scriverà nel “Breve discorso recitato alla benedizione nuziale”- unirà in matrimonio Aida D’Ortensio con G.Rucci. Don Vincenzo era dotato di mente eclettica: latinista, grecista, francesista, letterato, matematico; giornalista: era corrispondente de “Il Risorgimento d’Abruzzo e Molise” (dal 1919), “Il Giornale di Roma” (dal 1922), “Il Giornale d’Italia” (dal 1933). Ha lasciato scritti di vario genere, anche in lingua latina, in fase di studio e di catalogazione per una doverosa pubblicazione: di un certo pregio quelli che lui stesso chiama “fervorini”, ovvero brevi discorsi esortativi aventi lo scopo di accendere la devozione dei fedeli. Al canonico si rivolgeva il Comitato Feste Patronali per la stesura del manifesto che annuncia ogni anno l’evento di metà agosto in onore di San Rocco e di Santa Lucia: in appendice il testo del manifesto dell’anno 1950, battuto a macchina nella Farmacia del dott. Ezio Cola (genitore dell’attuale sindaco) al centro –nell’allora Corso R. D’Ortensio-, ritrovo pomeridiano di intellettuali. Qui si pubblica un testo di oratoria sacra (“omiletica”) che si rapporta con lo stile delle famose “Prediche” di San Bernardino da Siena (Massa Marittima 8 settembre 1380-L’Aquila 20 maggio 1444- discepolo di San Francesco), del quale il canonico era cultore: “Panegirico di San Rocco” . Don Vincenzo, nel suo scritto, auspica: <Vorrei la penna d’oro di Alessandro Manzoni> per descrivere la condizione degli appestati in Italia, e per compiacersi del- l’intervento a loro favore da parte del pellegrino di Montpellier. Manzoni addirittura si spingeva sino ad usare un neologismo creato sulla figura del “taumaturgo” per indicare il mantello del pellegrino: “I Promessi Sposi -cap. VIII, parlando del Griso: <Subito, questo si mise in testa un cappellaccio, sulle spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di conchiglie…> e cap. XI: <…posò il cappellaccio e il sanrocchino>. Il canonico ha dispensato il suo sapere, nella propria casa, a parecchie generazioni di giovani di Cepagatti e del circondario desiderosi di ampliare ed approfondire le conoscenze. Era anche melomane: la sua collezione di dischi Ricordi, Cetra e La Voce del Padrone contempla musica lirica, sinfonica, da camera; ma anche canzoni leggere alla moda, dei Festival di Sanremo, persino jazz. Il testo omiletico che qui si pubblica, come s’è detto, per la prima volta “Panegirico di San Rocco” –per gentile concessione delle nipoti Wanda, Vera Maria e Franca, gelose custodi della vasta biblioteca e degli scritti olografi- risale agli anni ’10 del secolo passato, dopo che fu ordinato sacerdote: evidentissima l’influenza del Manzoni nella descrizione delle crude scene di appestati, ed è palese l’erudizione biblica e latina di cui è portatore. Di proprio pugno don Vincenzo annotava la località e la data della declamazione delle sue prediche: Villa Oliveti, Vallemare, Villareia… ; in molti casi, aggiungeva: “con successo”. Il “Panegirico [gr.’panegyrikos’ (logos)= (discorso) per tutto il popolo in assemblea”] di San Rocco” veniva declamato in chiesa, generalmente, in autunno, nel mese di ottobre, forse in sintonia con la data della festività di San Rocco in pochi centri abruzzesi, il martedì successivo alla prima domenica di ottobre, che si discosta dal tradizionale 16 agosto. In chiusura, si riporta l’intervento di don Vincenzo in occasione dell’inizio dell’anno scolastico 1911-1912, da cui si può evincere l’alta considerazione che riponeva nell’istituzione “Scuola”, <nutrice intellettuale delle generazioni>, influenzata comunque dalla contestuale (ottobre 1911) occupazione della Tripolitania e della Cirenaica –sottratte alla Turchia- voluta da Giovanni Giolitti in nome di assurdo espansionismo per l’ottenimento del fatidico ‘posto al sole’: don Vincenzo, a legger bene, auspica <più degne vittorie>, andando quindi oltre le convinzioni interventiste del Pascoli:<La grande Proletaria s’è mossa>, e del D’Annunzio: <Arma la prora, salpa verso il mondo, fa’ di ogni Oceano il nostro mare>.. Il Canonico è venuto a mancare l’8 dicembre 1966, nella propria abitazione di Cepagatti e riposa nella cappella di famiglia, dal portale in mattoni stile gotico, nel nostro cimitero, proprio di fronte alla cappella D’Ortensio.