Trittico in onore di San Rocco de La Croix

San Rocco de La Croix, taumaturgo (Montpellier, tra 1348 e 1350 – Voghera, 16 agosto tra 1376 e 1379)

San Rocco de La Croix

“Elogio di San Rocco” (1872) e altro scritto del Canonico don Rafaele d’Ortensio
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Elogio di S. Rocco detto nella chiesa parrocchiale di Cepagatti in onore dell’inclito Patrono

P O P O L O E M U N I C I P I O

c o n o g n i s t u d i o ed a f f e t t o

N E P R O M O V E A N O

L ‘ A N N I V E R S A R I A F E S T I V I T A’

A mio Nipote

F R A N C E S C O D’ O R T E N S I O

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Se mi è bello gratificare ai benevoli, pubblicando questo Elogio, ch’io, te richiedente, dettava dell’inclito nostro Patrono, non mi è men bello intitolarlo a te, Nipote sempre carissimo, che tanta parte ti avesti nella splendida creazione di quella Festa, onde Popolo e Municipio di conserva vollero, e in forma insolita, testimoniare a quel gentile miracolo di Santità la lor secolare devozione. Descrivere quella festiva splendidezza già non sarebbe opera dal mio ingegno; e intanto il pubblico desiderio affettuosamente me ne grava: ed io non sapendo, né volendo ricusare, studierò di raccorla in una forma di dettato, che nulla sentendo l’ambizione dello scrittore possa tenere alcun pregio da naturalezza e semplicità. Lasciando adunque dall’un dei lati gli elementi che sono di tutte le feste, come volo di palloni, corse di barberi, illuminazione, e simili cose, dirò delle parti che o meno comuni, ovvero improntate dalla consuetudine del Paese, diedero, come dire, una fisionomia propria alla festa.

Elettezza e dovizia molta, e svariata di addobbi, e fine artifizio nell’ordinarli ed armonizzarli all’estetico effetto, parve a tutti di vedere in quel brillante paramento della Chiesa, con insieme un grazioso conserto d’innumeri fanali, magicamente riverberanti la lor luce sull’oro dei parati, mentre con quella più ampia consentiva dello splendido Altare, a sommo il quale, sotto elegante padiglione, grandeggiava l’artistico Simulacro del Santo. –Opera gentile di quel Camillo Sembiante da Atessa, che il bello sente e intende della sua Arte; e a cui mi è grato all’animo il rendere questa pubblica e meritata testimonianza di onore.

Ma fuori la Chiesa, al finir della Messa, splendidamente musicata, e da uno di que’ concerti frammezzata, che solo il Genio sa eseguire dell’illustre Prof. Vincenzo Colasante, un sublime, e commovente spettacolo offerivasi alla vista, quando il Simulacro del Santo veniva lunghessa le principali vie del paese a processione menato. –Nove Carri, tratti da buoi, arcati, e riccamente coperti, aprivano, attelati, la grave e commovente ordinanza: il fronte, a mo’ di Cuna, di ori, di nastri, di sete, bellamente adorno: i fianchi di soavi Ciambelle listati, (offerta al Santo), graziose della forma, e di zucchero bianchissime. Seguiva, in doppia riga ordinato, un drappello di Giovanette, care per leggiadria ed assetto di abiti e di forme, che, santamente superbe, incedeano sotto il peso di turriti Canestri, ghirlandati anch’essi di nitide Ciambelle e terminanti in modo di corona, con alla cima un’elegante Crocetta. Poi appresso tre bande Musicali, e ‘l Simulacro del Santo con esso il Clero, e un popolo accalcato e devoto, e pennoni dal vento agitati, e care armonie, strepiti di tamburi, e un tuonare incessante di mortaretti.

Abbracciare di un guardo questa così solenne e simpatica Scena, al certo non era, senza che la mente, tra maravigliata e commossa, si sentisse come tolta a se stessa.

Né voglio che trapassi da me il ricordare i brillanti fuochi artifiziali, e i plausi iterati a quel martire della sua Arte, Pietro di Crescenzi da Loreto-Aprutino, che nell’armonia, varietà, e finezza dei colori, nella grazia del concetto artistico mostrò quel che l’ingegno, e l’Arte, in lui poteano.

E mando un saluto dal cuore al gentile Architetto di quel Cavallo mostro, cui l’Artefice istesso, nell’enorme utero imprigionato, cacciava al corso, folgorando e tuonando.

Or quella grazia e leggiadria tanta di cose, create dal sentimento religioso, e che tennero sì dolcemente avvinte, e come fascinate le menti, possano, o mio carissimo, far fede che questa un tempo umile terricciuola, non è oggi punto straniera a niuna dolcezza di Civiltà.

Tu segni, come fai, con tanta lode di studio, o d’ingegno a promuovere ogni maniera di religiose, e civili virtù; e sempre ama.

Cepagatti, nel settembre del 1872.

 

L’affino Zio

RAFFAELE D’ ORTENSIO.

Caro a Dio, ed agli uomini, la sua

memoria è avuta in benedizione.

Cos’ nella Sapienza.

Non è, non è già questa cara, questa santa Religione, che ne consola, o un puro concetto della mente, o un sentimento vago, misterioso, che ora alle parti intime dell’anima, ora indirizzasi alla poesia; bensì la è quanto di più alto, di più bello, e di divino entrar potea nella umana natura per innalzarla, rilegando essa al Creatore le creature con vincolo possente di promesse, di speranze e di amore; e di tutte formando come una sola e grande famiglia, di cui Padre è Dio, pellegrino sulla terra, e reditore a una Patria comune. Intelletto, virtù e passione a un tempo della Umanità, la Religione pertanto è palestra delle Anime, che chiuse in questo corruttibile vaso di argilla, lottano, e lottando si temprano, si levano dalla terra al Cielo. Quindi ogni sorta di belle e generose opre, e i grandi concetti, i grandi affetti, e le sante aspirazioni, che questo umano fango divinizzano.

Onde onorata e benedetta ne’ Secoli è avuta la memoria dei gloriosi, che prestanti di virtù, e studiosi della bellezza, dietro si trassero ammirate e riconoscenti le generazioni. Che fin che duri negli uomini questo divino amore di tutto che è santo ed è bello, care anche e dilette verranno appo tutte genti le glorie della Umanità e della Religione. E nella ruina di queste fatalmente ricorrenti barbarie del mondo, sole esse a grandezza e bellezza d’opre e di concetti ritempreranno le viaggiatrici Adamitiche Tribù.

Di che èmmi assai nobile patrimonio l’anniversaria splendidezza di questo Rito, per cui cara e benedetta la memoria rinnovellasi di quest’Egregio, che, alla Scuola disciplinato del Cristo, visse come lui, se stesso mortificando e benefacendo ai fratelli, onde ora sugli Altari di Dio l’inno riceve, e l’adorazione dei popoli riconoscenti.

Dovuto, o Cristiani, è questo Rito alla sacra memoria di Rocco; che niuno certamente più di lui la religione a bene degli uomini adoperò; niuno certamente salse a maggior cristiana perfezione. Nato in grandezza, visse poverissimo ed abbietissimo; la vita consumò in opere uniche di Carità; fu mirabile e lunghissimo esempio di Pazienza. Nelle quali virtù, che la sostanza sono, e, come dire, il ripieno dell’evangelica perfezione, io spero certo che voi vedrete la ragione perché visse egli caro a Dio, ed agli uomini, e perché la sua memoria è avuta in benedizione.

1. Quante volte io considero queste mondane ambizioni, che i freni quasi governano della vita; e come spento l’amore delle belle cose, delle oneste e sante cose, che sole piacciono a Dio, sempre il pensiero mi corre a que’ dì, per cara ammoderanza, umiltà, carità, annegazion beatissimi; e nella contemplazione di quelle generose e forti virtù l’animo disconfortato si riposa.

Ma così arida e infeconda oggidì è venuta la polvere della terra; tanto poco, o nulla più sentono del Cielo gli affetti, che non che dalla imitazione, ma dalla memoria stessa quasi rimosse sono le antiche virtù appo le scristianizzate generazioni. E nondimeno in quelle pie e venerande memorie, ogni di più, affettuosamente la Religione si piace; e come per esse dei mutati tempi ingannata, gli allegri panni riveste; e semplice eloquenza le glorie dei giorni, che furono, arricorda e magnifica. –Or chi il bello e ‘l grande della Umanità e della Religione abbia veramente in pregio e in onore, sulla Vita riandando di questo Egregio, di questo miracolo gentile di Santità, non potrà non riporlo tra le più care, e più belle, e inclite glorie, onde a diritto Umanità e Religione perpetuamente si onorino.

Volgea il tredecimo Secolo della fruttifera Incarnazione, quando a Giovanni e Labera, Signori del Principato di Montpellieri, nascea, desiderato e carissimo, un fanciullo, è ‘l nomavano Rocco. L’Adulazione che siede a studio della Culla dei Grandi, forse a imaginare si piacque le tante e illustri opre di guerra e di pace che, adulto, compirebbe, e gli ampliati dominii degli Avi, e le assoggettate Nazioni. Ma occhio di mente mortale non vede traverso i consigli di Dio; e questo fanciulletto, che ora un Trono sortisca per Culla, magnanimo calcherà tutte umane grandezze, e dal Solio, a cui nacque, nella polve scendendo, veracemente grande si farà. Ed ecco fiorirgli il duodecimo anno, giovinetto aspettato a grandi cose: bel raggio di mente, indole egregia, verecondi costumi, e di grazie intanto pioverle in grembo. E riedimi bella, qual io ti mando, odo una voce che dice, mentre l’alata pellegrina, dal paradiso esulando, alla valle discendea del dolore. Vedetela pertanto, nel mortal velo prigionata, co’ desiri sempre in Cielo appuntati, camminar sulla polvere della terra, come rondine che vola sullo stagno fangoso, e nol tocca. E oh che magnanimi propositi! Che virtuosi intendimenti! Che sante aspirazioni!: verace Angioletto, mandato a patire, e pellegrinar sulla terra! E però, quando maturi fìeno gli anni di giovinezza; quando compiute le grandi pruove di una eroica Carità, di una eroica annegazione, qual sarà che meravigli in lui veggendo incarnato l’ideale più finito dell’evangelica perfezione?

E già nel pensiero di Dio maturavano gli avvenimenti, che dar doveano il grande slancio alla virtù del Giovinetto: le tombe dei Signori di Monpellieri in poca d’ora accolsero l’uno e l’altro parente; ed ecco suonata l’ora per lui di una grande battaglia; se vincerà, quel che poi resta è nulla. E vinse! Sublime, e quasi dissi maggiore alle forze di nostra natura, è il rifiuto di un Trono: ultima cima delle umane grandezze: ultima cima delle umane ambizioni! Ma quando più bella ride la vita, in quella età, ch’è tutta avvenire, tutta desideri, e speranze; e che insaziata, abbraccia mille Mondi, e mille Mondi fantasticamente conquista, il rifiuto di un Trono o non si pensa, o non si ha forza di farlo. Ben di pochi, e in tutta la distesa dei secoli, è narrato che dal Mondo si ritirarono, dispettosi e disprezzanti; ma tutti all’ultima stanchezza della vita, e dell’ambizione; e tuttavia, ritirandosi, si volsero in dietro a rimirar l’altezza, ond’erano discesi, e ripentirono. Ma un affetto alto, che su dal Cielo leva il principio di sua bontade, immenso affetto, che Dio comprende, e tutta la natura, informa e muove questo Giovinetto, il cuore aprendogli a tutti gli affetti, a tutti i dolori, ai gemiti tutti della Umanità. E una Lira, temprata in Cielo, il suo cuore, che tutti i suoni, tutte rende le vibrazioni, che nella grand’Anima della Umanità imprimeva la mano stessa di Dio. A cotal Giovinetto ben lieve cosa è il rifiuto di un Trono; ma tal Giovinetto è di già un gran Santo!

Ed ecco al grido commosso delle italiane miserie, che, mutati il real manto, e l’aureo Scettro nell’umil rocco e nel ruvido bordone di Pellegrino, corre all’Alpi; e d’insù le altere cime tutta d’un guardo abbracciando l’itala pianura, vede, ahi vista! oscurato il bel zaffiro e ‘l riso del Cielo incantevole; e vede librato sull’ale l’Angelo delle vendette, che, d’un capo all’altro, corre la terra desolata, il Calice bollente dell’ira riversando e sterminando. Vede, e, piangendo, discende.

Pallida del pallor dell morte, e tutto di schife piaghe disonestato il corpo, giace la Donna, che fu di Province, teste sì piena di pensiero e di vita. Doloroso le siede accanto il Genio delle Arti belle, suo vanto e grandezza, che tanta ritrovava ed esprimeva potenza di nuovi affetti, e di nuove fantasie: squallide e mute all’intorno le vie, e le cento Città, ahi non più belle! vestite a duolo: non più moto, né operosità, né vita di grandi passioni: non frequenza di popolo, vivente di Libertà, di Poesia, e d’Armonia: non senno, non umano provvedimento, non virtù di farmachi, né preghiere a Dio, possono punto sull’efferata natura del morbo, che dagl’infermi ai sani, a mò di fiamma, avventasi, e divora: ogni affetto gentile, ogni senso spento di pietà e Religione nei cuori: un fuggirsi gli uni gli altri, un abbandonarsi disumano, crudele: ogni cosa di pianto, di paura, di desolazione, di morte ripiena! –Bella, immortal, benefica Fede, che questo solenne commercio di dolori primamente ponevi fra le sparse membra dell’umana famiglia, ecco i tuoi più belli trionfi; ecco le meraviglie della Carità, della Fraternità, vedute la prima volta su quella Croce, che redense un Mondo!

E veramente opre stupende di pietà, stupendi sacrifici, fra’ terrori della lue debaccante, videro allora Roma, Cesena e Piacenza; videro straniero Giovinetto, sotto arnese di volgar Pellegrino, più pensoso di altrui, che di se stesso, umano, benefico, pietoso, aggirarsi dì e notte fra tante imagini di morte, al letto amorosamente vegliare degli egri, acconsolarli e sanarli. Voi dètto lo avreste l’Angelo della Pietà, e del Perdono, che le lagrime della miseria in calice d’oro raccoglie, e le presenta al Signore. –Divina Pietà, Amore operoso verso gl’infelici, che la parte tenendo più delicata e tenera dell’umana natura, tanto la insublima ed onora, che non è affetto altro, che più saldamente in Dio si radichi, e viva. Di che poi tanto sentono e portano del divino, tanto dal comune si disformano certe nature affettuose di uomini, che quando le s’incontrino tra le miserie della terra, ben degno è che il mondo ammirato e riconoscente le adori!

E però come veracemente grandi queste figure degli Atleti del Cristo, in cima assisi alla Piramide della vangelizzata Umanità! Come tra le fervide opre di una eroica Carità maggiore è questo Giovinetto ai Grandi di tutte le Età, che di ambiziosi concetti, e di ambiziose speranze, più che consolassero, le ingannate generazioni affaticarono! -Ma quale è ingegno, o lingua umana che possa, o portentosa Carità, degnamente ridir le tue lodi?; chè in te sola tutta la Nuova Legge è contenuta; e tu la più sublime, la più feconda di tutte le parole nuove che il Cristo nel Mondo mettea; e tu nuovi pensieri, nuovi affetti, nuove creavi armonie; e ridi co’ lieti, co’ tristi piangi, siedi al letto dei travagliati, alle fosse discendi dei prigioni, monti al patibolo dei condannati, ti fai tutto a tutti, fiore tu sola, o Carità, del pensiero e dell’affetto di Dio!

E degli ardori della Carità, mirabili al Mondo, si fa grande questo Giovinetto; la Carità fra’ poverelli dispensò del Cristo gran parte de’ suoi averi; la Carità guidollo consolatore, ovunque il grido si alzasse della miseria; compagna a lui la Carità nei dì operosi della vita; compagna e consolatrice, quando poi a Dio piacque di visitarlo colla sventura.

2.Educatrice, e maestra dei grandi uomini è la sventura; e nei desolati campi della sventura nasce a punto il fiore più bello della corona dei Santi.

Salito in cima di non umana grandezza, ammirato dagli uomini, diletto a Dio, solo la sventura mancava a questo Egregio, e l’ebbe. Veramente più augusta e più bella agli occhi di Dio e degli uomini è Santità, fra le aspre lotte lavorata della vita, come sublime alla terra ed al Cielo è la vista del Giusto che soffre, il cuore eretto a Dio, e la fronte nella polvere umiliata. Così sul Trono seduto della sua abbiezione, esempio unico alla terra di tutte le miserie, stette il Santo Giobbe spettacol caro e grande a Dio stesso, che lo avea percosso. –Quindi la virtù della Pazienza, alta e poderosa virtù, che il destinato compie della vita, che altra cosa non è se non una gran pruova, una continua preparazione a pruove maggiori.

Io odo gli osanna della italiana gratitudine; le benedizioni io odo, che risuonano al Liberatore, al Santo, all’Angelo della Pietà, mentre la forte mano di Dio gli prepara ineffabili dolori, quinquennale prigionia nella terra natale, abbiezione, e morte. –Qual tenera pianta di gentile Ulivo, se la gelida ala di Borea la tocca, langue e dissecca, incerta se le miti aure primaverili torneranno del bianco suo fiore a rivestirla, tal, dall’alito toccato della Peste, langue ora e vien meno il Giovinetto. Io adoro i profondi, e impescrutabili consigli di Dio, che a tante e sì ardue pruove la virtù di questo Egregio ha serbato: ma quando riarso dalla febbre, il corpo di ree piaghe coperto, reietto io il veggio da que’ medesimi Asili, testimoni di tante meraviglie, di tante misericordie, l’animo, tra sdegnoso e dolente, e commosso. E tanta e sì rea sconoscenza degli uomini non è, io credo, umana parola, che basti a dire, quanto alla tenera, alla delicata e cavalleresca anima di lui pesasse. Così lascia Iddio ai nembi di sfortuna potenza un tempo sopra i Giusti: ma breve è il tempo sotto il Sole, e arcana una virtù pose Dio stesso nei patimenti, che anche i Giusti ammigliora, e sublima.

Campato dalla fiera pestilenza, e qual uomo da suoi destini affaticato, valete, dice a queste a lui care, a lui sempre dilette italiche contrade; e come la mano invisibile di Dio il sospigne, inconscio di sé, cammina, cammina. E ove vai, o Giovinetto, così alacre e disioso? O quale alletti speranze in cuore, che l’ale così t’impenna alle piante? Credi tu forse, stanco ed umiliato tanto, di riparare a porto di quiete, tornare ai plausi, agli agi, alla grandezza, ed al trono? –Cara e diletta ad ogni alto cuore è la patria; il più santo degli affetti, che tutti gli abbraccia, e siede in cima. Oh la Patria! Quante ha dolcezze la Patria!: e tu regioni e terre diverse veder potrai, ma niuna avrà una memoria che ti parli al cuore; e d’ogni terra ti parrà più bella la terra, a cui ritorna il tuo pensiero. Dopo Dio la Patria: e al pensier della Patria anche ai Santi palpita il cuore! Ma lungo, o Giovinetto, assai lungo e penoso è il tuo ‘cammino’ per alla Patria; e tu dai casi tanti della vita logoro e stanco. Pur tanto di lena ancor ti avanza, che arriverai: ma vorresti non esser mai arrivato: e tu proverai quanto a cuor bennato è dolore la sconoscenza della Patria! Io il vedo lunghesso una diserta landa, dal cammino stanco, sostare; letto farsi della dura terra, solo, d’ogni consolazione, d’ogni umano soccorso stremato. Ma il Dio che atterra e suscita, che affanna, e che consola, mette per lui un senso di pietà nei bruti; ed ecco veloce veltro con in bocca un pane, che alla mensa involò del suo Signore, trarre a lui con lena affannata, amorevole a’ suoi piè deporlo, e ogni dì fedelmente il pio messaggio iterando, il real Pellegrino, dagli uomini abbandonato, pietosamente sostentare. L’opre son queste, queste sono le maraviglie del Signore!

Toccava già al suo mezzo quel così pieno di odii potenti, e di potenti amori, Secolo XIII; il Secolo delle maledette guerre fraterne, e tuttavia Secolo d’ispirazione, di Poesia e di Fede; il Secolo dei grandi uomini, e dei grandi Santi; Secolo gigante che portava in grembo e covava un Mondo Nuovo. E oh di che strepito di guerra tutto or suona all’intorno il Paese di Montpellieri! guerra da Medio Evo, impeti, assalti, e pugne di Città, di Castella, e i fratelli uccidono i fratelli. Ah! ferma, ferma il passo, o improvvido Pellegrino, né tanto l’affetto ti vinca della Patria da gettarti fra’ l cozzo dell’armi, e la selvaggia furia dei combattenti! Ma deh! che calca intorno a lui! che onda premente di popolo! e che dimandare ansio, incalzante e onde vieni tu, e che rechi? Strane sono le sue fogge, i tempi a sospetto corrivi, e l’antica notizia del volto dalla lunga lontananza, e dai patimenti tanti involata. Sospettato, calunniato qual ardito esploratore di segreti di guerra, ahi! che il Martire di Dio nella terra stessa di sua grandezza l’ignominia ritrova di una prigione! –Oh! leva, leva la real fronte che porti sì dimessa, e declina il tuo nome: dal carcere alla Reggia non fia che un breve passo: e tu della luce folgorante di una cara santità, bello di sublimi dolori, osannato da un popolo commosso, sul trono degli avi abbandonato novellamente grandeggerai. Ma travagliando e dolorando è solo ch’ei compie la sublime sua missione;e assai tempo è già che la forte sua anima strenuamente negli aringhi combatte dell’umiltà e della pazienza, da non temere che i ricordi della mondana grandezza ancora possano in lui e lo vincano. Simile al Cristo umiliò sé medesimo; forma e sembianza prese come lui; come lui patisce; come lui sul letto dell’abbiezione morrà.

Stupenda cosa a considerare quest’arcana Sapienza di Dio, che l’umiltà, la bassezza, la debolezza di alcuni Spirti, ch’ella si elesse ed educò, fuori lo aspettare degli uomini, tramuta in altitudine, e fortezza! Grandi uomini sono questi, uomini di pietà e sacrificii operatori; che forze immortali ritrovano nel sublime loro affetto; che per la Fede innalzandosi a Dio, divenuti intelletto e braccio di Dio, colla potenza della lor fede, coll’esempio perseverante della vita irresistibilmente trascinano a piè della Croce le anime tutte della Umanità. Antico magistero già è questo dello Spirito di Dio, che operò fin d’allora che, bella di luce e d’ardimento, nacque la Fede dai dolori del Golgota; e nell’umiltà, nella carità, nella pazienza degl’inspirati Apostoli rivelò sul cammino degli anni altri campi di vita, e di cimento.

Onore adunque e laude immortale a lui, che soffre; a lui che viva e vera la imagine rende del Cristo, che sublimò i dolori; onore e laude immortale all’inclito Giovinetto, che nell’aringo delle più ardue virtù esulta, come gigante, e di già tocca alla meta. –E già cinque volte erasi l’anno rinnovellato, che la squalida prigione accogliea il misterioso Pellegrino. e oh! quanto ha patito! quanto da quel dì prima è mutato! Quel venusto fior di giovinezza che, sbocciando, parea eterna impromettersi la primavera, da tanti nembi sbattuto, or discolora e langue. Ancora un poco, e disfatto questo tabernacolo di creta, l’anima generosa, dalle terrene pugne disciolta, santa del suo patire, alla Patria, onde venne, l’ali battendo, rivolerà. Qui però si è fatta grande nei commerci di Dio: qui si è ritemprata nei divini colloquii della contemplazione e della preghiera: e qui delle arcane dolcezze di paradiso Iddio misericorde innanzi tempo la inebriò. –E già nel bacio del Signore il Santo si addormentò!…..:apresi la prigione…..:disteso sopra umile letticciuolo, le mani al petto incrociate, pallido di bianca morte, Ei giace. Una serenità, una calma di paradiso, diffusa sull’angelico volto, lasciò, dipartendosi, l’anima benedetta. Sottesso il guanciale, ove lo stanco capo posa, sta una Tabella, con sopravi una scritta, che dice: <quanti in avvenire tocchi saranno dalla peste, ed a R O C C O si voteranno, fìeno salvi>. Ora finalmente il conoscono; ora, mestamente riverenti, la santa spoglia al Sepolcro degli Avi accompagnano; ora templi, altari e riti gli dedicano; e ora, incessante, fiducioso, a lui il gemito innalzasi dei tribolati.

E sempre a Te, o divino, il gemito innalzerassi de’ tribolati; e quando maligne influenze l’aere intristendo la gigante Epidemia si leva; e quando, rotta la ragione del perdono, sfrena l’arco di Dio le sue saette. Ma Tu vedi, o pietoso, Secolo a cui nascemmo; vedi che niuna delle tue tante virtudi alla terra è rimasa; e in quella vece orgoglio, intolleranza, oblio delle cose sante abbominazione e peccato. Tempera Tu, che il puoi, le voglie incomposte; e Tu le fuorviate generazioni richiama ai santi pensieri, e alle virtudi del buon tempo antico. Che tu fosti l’amico degli uomini, e di Dio, e quando fra’ poverelli le tue sostanze partivi, quando i tribolati acconsolavi, e quando pazientemente la sconoscenza degli uomini sopportavi. –E questa Patria a me cara, questa a Te da Secoli devota, in tanto e continuo imperversare di morbi, e tanta ira del Cielo, copri Tu, o divino, coll’ale della tua misericordia. E com’essa nell’onorarti e glorificarti a niun’altra terra è seconda, e Tu, o pietoso, lei sopra tutte le terre a Te devote, privilegia di presidio e salvezza. Poi chiuso, quando che sia questo faticoso aringo di nostra vita, anche, tua mercè, ne sia dato di lodarti e ringraziarti coslassù, dove meglio si loda e si ringrazia.

Lirica apparsa l’anno prima dell’Unità d’Italia su “Il Paese”, giornale politico-letterario-Anno I -1859-1860 –Napoli:

Ad Emilio Lauria -Sonetto

Oh! quei dolci pensieri quai rimembranze

D’un altro tempo ritrovò la mente

Te riveggendo! E le balde speranze,

Ch’ebbero il freno de l’età ridente!

Nel fervor di sublimi disianze

Come la vita allor era potente

Come de’ belli studii alle onoranze

Agognavamo i cor ardentemente!

Tutto passò… e dalla generosa

Febbre che ne invadia le vene e i polsi,

Ahi! che l’età fu divorata e rosa.

Anzi tempo invecchiammo!…l’ per vent’anni

Sul cammin della vita non raccolsi,

Diletto Emilio mio, altro che affanni.

Napoli a dì 24 settembre 1859

Chi fu RAFAELE D’ORTENSIO (1807-1881)

Il canonico don Rafaele d’Ortensio (da latinista si firmava con monoeffe nel nome e con “s” nella sillaba finale del cognome) fu cepagattese autentico (Cepagatti 1807-1881), sacerdote, docente di lettere e di latino a Chieti, Montecassino, Napoli, Penne, Teramo, liberale e uno dei pilastri del nostro Risorgimento: gli fu inibito l’abito talare, forse dallo stesso Stato Pontificio (la Questione Romana si chiuderà nel 1870 con la Breccia di Porta Pia) probabilmente dopo la pubblicazione del fascicolo “Pio IX e le Costituzioni italiane” Tip. Del Vecchio , Chieti-1848. La fama del nostro concittadino, a metà ottocento, era diffusa negli ambienti colti di tutta la penisola. Di lui si occuparono persino il “Gabinetto Letterario dell’Accademia Gioenia” di Catania a proposito di un parere pedagogico circa le “Vedute filosofiche sulla Difficoltà, Possibilità e Necessità per un sistema conforme alla educazione morale e civile della gioventù” (1854); e la “Reale Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti” nella cui sede fu letto, il 30 aprile dell’A.A.1841, il suo saggio: “Intorno alle nuove prose di Pietro Giordani”. La sua produzione di scritti fu vasta: letteratura -“Saggi sulla Letteratura e l’eloquenza italiana” (1863- vero POF –Piano dell’Offerta Formativa- ante litteram per il Liceo Classico di Teramo ove insegna, con incipit stupendo tratto da N. Tomasseo: <La letteratura è Sacerdozio dell’anima, che armonizza Verità, Bontà, e Bellezza>, con cui condanna senza appello la <molle Arcadia>, definita <Letteratura eunuca>, elaborata dal suo dirimpettaio nel turrito castello cepagatense –un secolo prima- Federico Valignano, in arte “Nivalgo Aliarteo” , auspicando il ritorno a <Dante per la educazione del pensiero, e dello stile>); “Di Torquato Tasso, del suo secolo e della Gerusalemme Liberata” (1874); “Lezioni di letteratura italiana ad uso delle scuole secondarie” –opera postuma:1894; “A Gino Capponi. Affetti e memorie” -1876; storia: “Nota alla storia delle rivoluzioni ne’ già Reami delle due Sicilie” di Francesco Michitelli -1861, del quale pubblica “Della vita e delle opere di F.Michitelli” Teramo 1863; e –come detto in precedenza- “Pio IX e le Costituzioni italiane”- Tip. Del Vecchio 1848; “Dei diversi sistemi della Storia moderna” –Napoli -1888; romanzi veristi e manzoniani: “I fidanzati abruzzesi”, sul solco de “I promessi sposi”; epistole: “A Giov.Battista Niccolini”-1877; discorsi : 5 gennaio 1863, “Accoglienza del Re Vittorio Emanuele II a Castellamare, per l’inaugurazione della ferrovia Ancona-Pescara”; traduzioni dal latino: “Hahnemannus”, in endecasillabi –poema filoomeopatico- di Quintino Guanciali di Loreto Aprutino, detto:<Vate dell’omeopatia>; commemorazioni :“In morte di A. Manzoni” -1873-; giornalismo: collaborazione alla rivista “L’Abruzzese” fondata da Pasquale de Virgillis a Chieti nel 1835; a “Il Progresso” di Pasquale Borrelli (1782-1849) di Tornareccio, celebre giureconsulto; filologo: “Lettera filologico-critica al Ch. D. Gaetano Nirico” (1872);poeta: “Ad Emilio Lauria –Sonetto” (1859). In questa pubblicazione diamo conto della lirica dedicata all’amico avvocato, che rivede dopo vent’anni, e del famoso “Elogio di San Rocco” (gr. “elegeion”=”elegia”) , al fine di comparare il 16 agosto di oggi a quello del 1872 e verificare l’appellativo di “patriota” , rispetto alla Francia, che il Canonico attribuisce al Santo di Montpellier il quale, secondo gli ultimi studi degli agiografi -cfr. a tal proposito, le ricerche di Mons. Filippo Tucci, primicerio Chiesa San Rocco, Roma-, sarebbe venuto al mondo tra il 1348 e il 1350, deceduto nel carcere di Voghera all’età di non più di 32 anni, tra il 1376 e il 1379, contrariamente a quanto ha sempre riportato, per es., il Dizionario Enciclopedico Larousse –Paris, 1962, che fissa la nascita al 1295 e la morte al 1327. Lo scritto, raccolto <in una forma di dettato>, è dedicato al nipote Francesco, che <tanta parte ti avesti nella splendida creazione di quella Festa, onde popolo e Municipio di conserva vollero testimoniare a quel gentile miracolo di Santità la lor secolare devozione>. Francesco d’Ortensio, da adulto, sarà dottore, avrà un figlio –Biagio, nato a Cepagatti il 1 febbraio 1894- che entrerà bambino nel Collegio Salesiano di Loreto Marche con la matricola n.32 ove, per un destino beffardo, morirà di quel morbo contro il quale si implora San Rocco a protezione, a soli 12 anni, il 10 dicembre 1906, unitamente ad altri due collegiali. Il piccolo Biagio ha lasciato la sua bella firma sui libri di Carabba Editore: “ Storia d’Italia” di Francesco Milano, volumetto raccolto nella copertina rosa di un vecchio testo del pro-zio Rafaele: “A Giov. Battista Niccolini –Epistola –Chieti 1887; la “Grammatica Italiana” di Cesare de Titta -1907 (qui le firme sono cinque,, sui quattro lati della copertina e al centro, apposte amorevolmente forse dalla mamma, essendo il piccolo già scomparso); “La Storia Patria” raccontata dal Giannetto -1896. Tutto l’Elogio di San Rocco, comunque, è vero esempio di “omiletica” (greco:”omileikos”=conversazione), ovvero: “arte dello scrivere e pronunciare omelie”, certamente conosciuto da Gabriele d’Annunzio, che l’utilizzò per le sue “novelle” di “Terra Vergine”(1882) in alcune delle quali cita San Rocco (cfr., a seguire, la novella “Toto” -1881, probabilmente ambientato a Cepagatti), nonché dal canonico don Vincenzo Verna per il suo “Panegirico di San Rocco”, assolutamente inedito. Recentemente si sono interessati di Rafaele d’Ortensio due atenei statunitensi: Princeton University e University of Harward.