
Il titolo di un film famoso di Bellocchio ma anche la realtà che possiamo osservare ogni giorno. Piccoli e grandi centri cittadini letteralmente invasi da negozi cinesi che non rispettano orari di chiusura né le feste comandate; dentro è possibile trovare a qualunque ora di tutto: oggettistica, vestiario, calzature, articoli per la casa e l’arredamento ma anche tutto ciò che riguarda l’elettricità e la cartoleria. I negozi cinesi sorgono come funghi, nel centro cittadino o nella periferia, accolti dai negozianti italiani con comprensibile irritazione perché sottraggono clienti e quindi quel limitato margine di guadagno che i piccoli esercizi commerciali riescono ancora a strappare alla vendita dei grandi ipermercati. Piccole, laboriose, infaticabili le famiglie cinesi colonizzano il nostro territorio con una sorprendente rapidità e organizzazione, difficile oggi trovare un oggetto che non abbia il marchio “made in china” , soprattutto i giocattoli contestati spesso perché non rispondenti alle norme di sicurezza e quindi inaffidabili anche per i trattamenti degli agenti chimici usati. Dai mercati rionali ai negozi italiani, dalle piazze centrali alle periferie paesane e cittadine, si erge imponente una muraglia cinese, interminabile catena di produzione e vendita che ormai ha abbattuto il costo reale dei prodotti con una manodopera che lavora sempre a pieno ritmo.
I cinesi sono come le formiche, accumulano e non si riposano, forse pensano all’inverno dell’economia, al momento della crisi del mercato globale in cui tutto diventerà più difficile e precario. Sorridono e ringraziano sempre, accolgono i clienti e le loro richieste con il buonumore che agli italiani difetta, non hanno santi da festeggiare né riposi da concedersi, vivono a tutto tondo il loro lavoro inventando il futuro con i colori sgargianti di girandole e fiori, fiocchi e ornamenti per abbellire la vita degli altri, luci intermittenti del tempo che non concede soste e che deve generare il profitto, sempre e comunque. La Cina è forse troppo vicina e ne abbiamo un po’ paura ma non esitiamo a entrare nei loro templi dove l’odore acre della plastica, del vinile e dei tessuti sintetici ci fa sentire in un altro mondo dove possiamo trovare il superfluo e il necessario, inutili e indispensabili oggetti per il presente e per il futuro , dimenticando l’economia italiana che langue e che non accenna a riprendersi. Un piccolo- grande mondo con uomini instancabili e sempre sorridenti, a dispetto del trasformismo politico, dell’ipocrisia borghese e provinciale tipicamente “made in italy” su cui il film sopra citato intesse la sua trama.
Ho letto con interesse questo pezzo e mi sembra di coglierci una sperticata ammirazione verso questi cinesi e la loro filosofia di vita. Vorrei sbagliarmi, ma è così?