Bernardo Stramenga: brigante o patriota?

Riceviamo e pubblichiamo questo interessante contributo dell’avvocato Giovanni Stramenga sulla questione del brigantismo post unitario e in particolare su un celebre personaggio abruzzese dell’epoca, figura epica e controversa, in bilico tra eroe e brigante.

Bernardo Stramenga

Questo periodo di grande fermento per la ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia anche in Abruzzo costituisce un’occasione unica per ripercorrere la complessa vicenda storica del nostro “Risorgimento”, non solo attraverso la partecipazione ad eventi celebrativi, ma anche – come si suol dire – riallacciando i fili della memoria di ogni famiglia, se è vero come è vero ciò che affermano i maggiori studiosi della “Questione Meridionale” e cioè che quasi tutte le famiglie del Mezzogiorno, ed in particolare quelle abruzzesi, furono in qualche modo toccate dai drammatici fatti di quegli anni.

Sì, perché al di là dei toni imposti dal protocollo delle manifestazioni ufficiali, la realtà che in questi ultimi tempi sta finalmente venendo alla luce dopo decenni di colpevole oblio è quella di una unità nazionale raggiunta nel 1861 solo sulla carta ed al prezzo di una sanguinosa vera e propria guerra civile, peraltro conclusasi dopo un decennio.

La distanza che ci separa da quei fatti abbraccia non più di quattro o cinque generazioni: poco più di un soffio nella storia di una nazione.

Ciascuno di noi recuperando in casa documenti antichi di famiglia o rispolverando la memoria dei racconti di qualche nonno (a sua volta memore dei racconti di un suo avo) potrebbe sentirsi un po’ più protagonista (dalla parte dei vincitori o dei vinti) e meno spettatore in tutto questo tourbillon di festeggiamenti.

Nella mia famiglia il filo della memoria ha resistito per un secolo e mezzo all’erosione del tempo e della manipolazione storiografica e, nelle poche righe che seguono, è condensata una storia tramandata di padre in figlio fino ai nostri giorni, confermata ed integrata da ricerche archivistiche e bibliografiche.

Quando nel settembre del 1860 le truppe piemontesi provenienti dalle Marche oltrepassarono le frontiere del Regno delle Due Sicilie, il mio trisavolo Bernardo Stramenga viveva a Civitella del Tronto, cittadina che ospitava la celebre fortezza borbonica posta a presidio del confine settentrionale del Regno.

La storiografia ufficiale ha dipinto l’invasione del Mezzogiorno da parte dei garibaldini e delle truppe sabaude come una marcia trionfale dei liberatori dalla tirannide borbonica, accolti dall’incontenibile entusiasmo delle popolazioni locali.

Nella tradizione orale della mia famiglia, invece, si raccontava che il mio avo non solo non festeggiò l’arrivo dei “liberatori”, ma decise di darsi alla macchia insieme ad altre centinaia di uomini della zona per organizzare una vera e propria guerriglia contro gli invasori.

In età adolescenziale queste notizie cominciarono a turbarmi, poiché, affascinato dal mito dell’epopea garibaldina appreso dai testi scolastici, non riuscivo a capacitarmi del fatto che un mio antenato si fosse posto di traverso al processo di unificazione nazionale.

C’era un solo modo per capire cosa fosse realmente accaduto: approfondire i fatti attraverso una rigorosa, anche se lunga e complessa, ricerca documentale.

Ed è stato così che negli anni successivi ho svolto approfondite ricerche sul mio avo e sul contesto storico-politico in cui si svolse la sua azione, consultando testi e documenti d’archivio, incontrando storici e studiosi della materia.

Molto prima che iniziasse l’attuale processo di rivisitazione del Risorgimento ho scoperto che in Abruzzo, e nella Provincia di Teramo in particolare, nel 1860 si sviluppò un movimento popolare dapprima spontaneo, poi appoggiato dall’ex re Francesco II di Borbone e dal alcuni settori del Clero, di resistenza armata all’occupazione garibaldina e piemontese.

Un movimento represso con il ferro, il fuoco ed il sangue che trovò il suo riferimento naturale nella fortezza di Civitella del Tronto, dove un pugno di fedelissimi alla causa borbonica oppose una strenua resistenza all’assedio di soverchianti truppe piemontesi fino a quattro giorni dopo la proclamazione del Regno d’Italia.

Dunque una guerra civile a tutti gli effetti, fatta di episodi di inaudita crudeltà da una parte e dall’altra.

Dal 1860 al 1863 nel Teramano e nell’Alto Aquilano fu proprio Bernardo Stramenga a guidare quel movimento armato antiunitario, volgarmente chiamato “brigantaggio”.

Prendeva ordini da Francesco II in esilio a Roma direttamente o per il tramite del locale comitato borbonico. Dall’ex sovrano ricevette i gradi di tenente e poi di capitano, le armi (persino un pezzo di artiglieria) e le paghe per i suoi uomini.

La struttura della sua banda era quella di una unità combattente a tutti gli effetti: vi erano il trombettiere, l’ufficiale pagatore, i consiglieri militari (ufficiali legittimisti tedeschi, francesi e spagnoli) ingaggiati dal re Francesco II.

Le tecniche di combattimento erano quelle tipiche della guerriglia: imboscate alle truppe occupanti, attacchi ai paesi in cui si era instaurata la nuova autorità statale (ad esempio Campli nell’ottobre del 1860, Castelli e Tossicia nell’estate del 1861), ma anche scontri in campo aperto, come quello memorabile del 2 maggio 1863 a Fano Adriano, dove, circondati da due reggimenti di fanteria, carabinieri e guardie nazionali, i suoi uomini caddero quasi tutti in battaglia o fucilati e lui stesso fu gravemente ferito.

Insieme alla famiglia pagò duramente la sua scelta di campo: più volte condannato a morte in contumacia per attività sovversiva dai Tribunali del neo-proclamato Regno d’Italia, fu per anni accanitamente ricercato dalle truppe italiane.

Queste ultime, per esercitare la massima pressione sui suoi familiari ed ottenere quindi notizie utili alla sua cattura, nel 1861 fecero irruzione nella sua abitazione, catturando e rinchiudendo nel carcere di Teramo ben 34 persone, tra cui l’anziano padre, la moglie ed i cinque figli di età compresa tra i quattordici ed i tre anni, la suocera ottantenne, il fratello la cognata ed i loro figli di età compresa tra i dieci ed i due anni.

Esiste un documento di struggente drammaticità, conservato nell’Archivio di Stato di Teramo: un messaggio disperato scritto dalla prigione il 4 dicembre 1861 dalla moglie di Bernardo Stramenga alla locale Autorità di Pubblica Sicurezza, per segnalare che i figli, scarcerati nei giorni precedenti, “ritornati a casa avevano trovato chiusa la porta e si trovavano in mezzo alla strada, lacrimando senza alcun ricetto”.

Quegli arresti furono un vero e proprio crimine, poiché, oltre ad essere stati compiuti nei confronti di neonati o anziani “colpevoli” di essere parenti di un ricercato, furono eseguiti al di fuori di qualsiasi presupposto normativo.

Qualcosa di simile fu consentito solo due anni più tardi, nel 1863, con l’approvazione della cosiddetta Legge “Pica” (dal nome del parlamentare che la propose): una legge speciale indegna di una nazione civile che restò in vigore per circa due anni, grazie alla quale le truppe piemontesi potevano incarcerare e fucilare senza processo chiunque fosse sospettato di “brigantaggio” (cioè di attività filoborbonica).

Nel giugno del 1863 Bernardo Stramenga fu arrestato dalle truppe Francesi di stanza a Roma, ove si era rifugiato dopo l’ultimo sanguinoso scontro a fuoco con le truppe italiane.

Fu processato e condannato da un Consiglio di Guerra francese a cinque anni di carcere per “banda armata” e tradotto nelle prigioni d’oltralpe.

Scontata la pena, attivamente ricercato dalla giustizia italiana, il governo francese negò la sua estradizione al Regno d’Italia e visse il resto dei suoi giorni come latitante all’estero, forse anche in America Meridionale.

Non potè avere più alcun contatto con la famiglia.

Nel 1879 a Civitella del Tronto pervenne da Marsiglia la comunicazione della sua morte, avvenuta l’8 novembre 1878 in quella città, ove operava un importante comitato clandestino si occupava di proteggere gli ultimi latitanti fedeli alla causa della restaurazione borbonica.

Questa, in sintesi, la storia del “brigante” Stramenga; una storia che, se raccontata nei dettagli, riempirebbe le pagine di un libro o la pellicola di un film.

La storia di un uomo che ha lasciato dietro di sé una scia di sangue e rovine, combattendo, come tanti altri, senza fortuna per una causa persa: quella della libertà della sua terra.

Giovanni Stramenga