
Ci sono due case che forse non parleranno mai, pareti che conservano segreti impossibili da decifrare e comprendere, orrori che alla quotidiana normalità hanno riservato un angolo buio dove la luce forse non arriverà mai. Il delitto di Cogne e quello di Avetrana, paesi lontanissimi geograficamente dove le stagioni offrono il loro aspetto più caratteristico, neve e sole di paesaggi ancora incontaminati che hanno scritto a grandi lettere una storia ancora piena di misteri in cui l’epilogo rappresenta un capitolo insoluto difficile da concludere con la parola fine. La famiglia, il nucleo societario su cui si costruiscono gli affetti più profondi e radicali, è diventata oggi una scintilla che può innescare meccanismi perversi, dove dovrebbe regnare la serenità e l’amore, il rispetto e la reciproca stima si insinuano spesso rancori e solitudini, isolamento e aggressività, sentimenti racchiusi da quelle pareti che la casa mostra sempre uguali a se stesse.
Le villette di Cogne e Avetrana costruite con sacrifici e lavoro sono diventate un fotogramma indelebile, un fermo immagine destinato a ricordare per sempre che i legami familiari possono diventare anche un vicolo cieco dal quale non si può più uscire perché ci sono strade che solo la mente offuscata riesce a disegnare e a percorrere. Le case non possono raccontare e forse se potessero farlo tacerebbero, per pudore o vergogna, dolore e impotenza di fronte alla morte innaturale, evento che frantuma il presente e lo restituisce ogni volta con la stessa profonda lacerazione, una ferita mai rimarginata che scuote le coscienze della gente comune, quelle persone che vorrebbero capire e spiegare, comprendere e accogliere nel cuore un sentimento di giustizia e verità, traguardi ancora lontani e forse irraggiungibili. Quello che le case non dicono è forse scritto negli occhi di chi non può più parlare perché il silenzio non ha voce.