
Enzo Rega è nato a Genova nel 1958 e risiede a Palma Campania (Napoli) con frequenti soggiorni a Siracusa dopo un decennio trascorso a Bergamo. Laureato in Filosofia all’Università “Federico II” di Napoli con una tesi su “Heidegger interprete di Nietzsche”, insegna Scienze Umane nel Liceo classico del suo paese e collabora con l’Ateneo di Salerno e ha collaborato con l’Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Scrive sulle maggiori riviste letterarie: “L’Indice dei libri del mese”, “Gradiva” (New York), “Italian Poetry Review” (Columbia Univerity), “La Mosca di Milano”, “Sinestesie”, “Poesia Meridiana”, “La clessidra”, “Capoverso”, “Poeti e Poesia” e su “Quaderni di Cinemasud”. Ha pubblicato di narrativa: “Le albe inutili” (C.E. Menna, Avellino 1980); di poesia: “Acroniche angolazioni” (Forum, Forlì 1982), “Ishtar” (Scuderi Editrice, Avellino 2003); di saggistica: Introduzione a Vincenzio Russo, “I pensieri politici” (Loffredo, Napoli 1999), “Berlino e dintorni. Arte, cultura e vita nel Novecento” (Edizioni ‘Il Grappolo’, S. Severino, Salerno 2001), “A colloquio con i poeti” (con Carlangelo Mauro, Stango Editore, Roma 2003), “Il cinema come fenomeno sociale” (con Pasquale Gerardo Santella, Loffredo, Napoli 2005). Indice dei luoghi, Poesie da viaggio e d’amore- Edizioni Laceno, Avellino, 2011 ) è il suo ultimo lavoro.
C’è un momento che ricordi e che puoi segnare come momento iniziale della tua esperienza letteraria?
Ci sono due momenti almeno, molto precoci. A sette-otto anni avevo scritto un piccolo gruppo di poesie, il cui rinvenimento aveva inizialmente fatto adirare mio padre che – lo ricordo come fosse ora, come si dice in questi casi – aveva prontamente detto, anticipando Tremonti, “con la poesia non si mangia”. Io avevo avuto uno scarto che aveva fatto cadere una statuina della Madonna di Lourdes che era sulla scrivania, e s’era rotto un pezzo della grotta. Ma poi, orgoglioso del “figlio che scrive”, come sarebbe stato sempre, mi aveva fatto leggere le mie poesie al maestro delle elementari (un irpino che insegnava a Genova, dove sono nato e dove vivevamo allora) che mi aveva chiesto se le avessi copiate o fossero le mie. Al che avevo chiarito che si trattava di cose mie, seppure mi ero servito di alcuni termini che avevo orecchiato nelle poesie che studiavamo, tipo “augelli”. Di quelle poesie non c’è più traccia perché, in un successivo attacco di senso pratico, mio padre le aveva distrutte. Il secondo ricordo risale alle scuole medie, quando l’insegnante di lettere, un francescano, ci aveva spinti a scrivere poesie: e io, allora, ne avevo scritta anche una in latino. Da allora ho sempre scritto, fino alla prima raccolta pubblicata nel 1982, Acroniche angolazioni, dove ho ripreso finanche una poesia composta a sedici anni che ho posto in limine, riecheggiando il Montale degli Ossi di seppia. La poesia faceva così: “C’è un lontano mondo, / lontano miglia e miglia, / la cui strada si perde / nei ricordi / dove, tra l’altro, / si vive”.
Il tuo ultimo libro s’intitola INDICE DEI LUOGHI – Poesie da viaggio (e d’amore) Edizioni Laceno-Mephite, 2011 – e restituisce al lettore un respiro in direzione di una ricerca dell’esistenza, attraverso luoghi e paesaggi. È vero?
Il mio ultimo libro è poi anche il secondo, a parte una plaquette del 2003, perché dopo Acroniche angolazioni non ho più scritto poesia fino al 1998, e da allora comunque sempre poco, tant’è che per comporre il libro non ho dovuto scartare quasi nulla di quanto avevo nel cassetto, perché la selezione era avvenuta a monte. Anche se non concordo con Peter Handke che cancellare è una sconfitta: seppure ho conservato tutto o quasi nel libro, sui singoli testi ho ovviamente lavorato correggendo e cancellando. Venendo alla tua domanda, la “ricerca dell’esistenza, attraverso luoghi e paesaggi” è una costante della mia scrittura. Il titolo della precedente raccolta, Acroniche angolazioni, dà già quest’idea: l’ angolazione riguarda il posto dal quale guardiamo, l’ acronico indica la dimensione temporale, in questo caso un essere-fuori-del-tempo, cosa di cui accusavo, nell’inquietudine giovanile, il posto in cui vivevo e dove sono tornato, nell’estrema provincia napoletana. C’è poi una mia raccolta di racconti ancora inedita che s’intitola La linea dei passi. Prose sul viaggio e le città. Anche qui si tratta della stessa cosa. Il percorso tematico in narrativa è parallelo a quello poetico, anche se cronologicamente i racconti finiscono quando cominciano le poesie, nel senso che ho finito di scrivere i racconti che fanno parte del libro nel 1996-97 e ho ripreso a scrivere poesie nel 1998. Ancora: sto mettendo insieme scritti su Alfonso Gatto, Rocco Scotellaro, Leonardo Sinisgalli, Lorenzo Calogero, Bartolo Cattafi e poi altri tra “classici” e contemporanei (Milo De Angelis, Giampiero Neri, Luigi Fontanella, Franco Buffoni, Jolanda Insana, Umberto Piersanti, Valerio Magrelli, Anna Maria Carpi ecc.) che dovrà intitolarsi Il luogo, la memoria. Come vedi, l’ossessione è sempre la stessa. E in fondo riguarda la mia stessa vita: nato a Genova, da genitori napoletani, sono vissuto nel capoluogo ligure fino agli undici anni, poi siamo venuti nel paese dei miei, a Palma Campania (ma con una forte nostalgia, ovviamente, del luogo dell’infanzia che per me era a Nord e non a Sud), poi, dopo la laurea in filosofia a Napoli, sono andato a insegnare in Lombardia (provincia di Milano, Valcamonica e poi un decennio a Bergamo) che è diventata in quel momento la mia seconda o terza patria: non mi sentivo un migrante, ma, in quel momento, cittadino di quella regione di pianure, monti, laghi e fiumi (a lungo ho portato dentro di me una struggente nostalgia della verde natura camuna oltre a quella delle pietre di Bergamo alta, ma anche dei tramonti sui navigli di Milano). Poi ho sposato una siciliana, e ho spostato l’asse dei miei viaggi verso Sud, tra Siracusa e Cefalù. Ho fatto così una mia personale unità d’Italia. E Bergamo non è forse la città dei Mille, quella che ha dato più garibaldini? La Lega oggi lo dimentica…
La recensione ideale – sul tuo ultimo libro – cosa dovrebbe sottolineare e mettere in evidenza?
Quella che hai scritto tu e che aspetto di leggere. In più aggiungerei il tentativo di coniugare, fondere la tradizione con certi aspetti dello sperimentalismo (anche la lettura di Sanguineti, e non solo, era stata importante a suo tempo per me). Ma questo dovrebbe valere anche per il libro giovanile… Direi che ho tentato uno “sperimentalismo temperato”. Non sta a me ovviamente dire se ben temperato.
In questo lavoro il passato ci viene a cercare per ricordarci che quello che siamo ora lo dobbiamo anche a quello che abbiamo vissuto.
Certo, questo è un libro sulle coordinate kantiane di spazio e tempo: noi vediamo il mondo soltanto collocandolo nello spazio e nel tempo, e quindi, come dice l’ipotetico titolo del mio libro di saggi, si tratta di un rapporto tra luogo e memoria. Tuttavia, non credo che la mia sia una poesia memoriale in senso stretto. Oserei applicare a me stesso quello che Giorgio Caproni diceva per la poesia di Bartolo Cattafi: un “diario di bordo”. Uno stenografare la realtà ancorandola ai luoghi per perpetrarla a futura memoria: l’unico modo per fermare il tempo che c’è dato, come lo scoiattolo di una mia poesia che per un attimo si ferma a guardarci. Riguardo al fatto che noi siamo il frutto del passato, da giovane, pessimisticamente, mi ripetevo una frase di Cesare Pavese dal Mestiere di vivere, che diceva che noi siamo il risultato degli errori fatti e che rifaremo. Ora sono un po’ meno pessimista nel privato. Anche se lo sono più nel pubblico, nel politico, di fronte all’incultura che ci circonda, ma questo è un altro discorso… O forse no.
Pasolini, Raboni e Palazzeschi, secondo me, ti accompagnano in questo tuo viaggio. C’è molta letteratura nel tuo libro. È vero?
Pasolini senza dubbio, anche se la mia è ovviamente un’altra scrittura. Sul gioco della scrittura ha influito forse, in alcuni casi, appunto Palazzeschi. Da Pasolini mi viene un laico sguardo sacrale sul mondo, un sacro senza religione, senza fede in un messaggio rivelato. Io sono eticamente un cristiano, ma non so se Cristo è figlio di Dio, e se un Dio c’è… Per Raboni non so, non ci avevo pensato. Ricordo che lo lessi per la prima volta nell’autunno 1986 appena arrivato a Milano per insegnare, in lunghi pomeriggi alla Biblioteca Sormani, dove, alloggiando in quei giorni in una squallida stanza di pensione (tra l’altro a poca distanza da via Panfilo Castaldi dove Raboni abitava), cercavo rifugio. Di Raboni, in relazione alla mia poesia, ha parlato anche V. S. Gaudio lasciando un commento a due poesie sul blog Poetrydream di Antonio Spagnuolo: “Mi fa pensare, la poesia di Enzo Rega, alla ‘coscienza infelice’ di Raboni, che, tra predicati funzionali e enunciazioni performative, attua un progetto in cui la presenzialità indetermina l’accidentale; e in questo modo pubblicizza l’esercizio introspettivo, determinando una sorta di contrazione intensiva dell’identità di percezione…”. Poi ovviamente ci sono altre influenze di letture, anche se non perseguite sempre intenzionalmente. Sì, potrei anche dire, auto-criticamente che c’è troppa letteratura.
Le tue poesie sono piene di citazioni e riferimenti culturali.
Sì, appunto, non riesco a sottrarmi al gioco di rimandi continui. Per Thomas Mann (parlo di un narratore, non di un poeta, in questo caso, ma la mia formazione, o de-formazione, è avvenuta in realtà più sulla narrativa che sulla poesia, pure molto letta ovviamente), per Thomas Mann, dicevo, la letteratura cresce su se stessa e si nutre della cultura tutta. Per il romanzo sulla musica, il Doktor Faustus, fu accusato di plagiare Schoenberg. Quindi, la mia poesia potrebbe essere accusata di intellettualismo. Ma in fondo anche quella intellettuale è un’esperienza come un’altra. Se in quello che scriviamo parliamo dei nostri dolori, delle nostre gioie, dei nostri amori (gioie e dolori), dei nostri viaggi, del mondo che ci circonda, delle ingiustizie che vi troviamo, di Dio (per chi crede, e anche per chi non crede), perché non dovremmo anche parlare dei libri e degli autori che ci hanno fatto e sono diventati parte di noi, e hanno contribuito a darci quello sguardo sul mondo, e quella sensibilità con la quale facciamo rifluire il mondo in noi?
In te c’è un’attenzione particolare per la critica letteraria perché per scrivere bene occorre leggere tanto, tantissimo, sempre e di tutto. Quali letture prediligi in questo periodo e quali letture hanno influenzato questo tuo nuovo libro?
Il fatto che per scrivere occorra, come in tutti gli altri “mestieri”, andare a bottega non è sempre chiaro ai più giovani che vogliono scrivere. Due giovani poetesse alle quali, come primo consiglio, mi veniva fatto di dire di “leggere, leggere, leggere”, rispondevano pronte (avevano allora una ventina d’anni) che preferivano non leggere troppo i versi di altri, per non lasciarsi influenzare: volevano essere “autentiche”. Il fatto è che non si è mai autentici: siamo sempre in interazione con gli altri, e se vogliamo “essere poeti” (non è obbligatorio, si può fare altro nella vita), perché non aggiungere agli scambi quotidiani della nostra vita (quello con il macellaio, il postino, il medico, il conducente d’autobus) anche quello con i “lavoratori” della poesia? E veniamo alla critica letteraria. Il lavoro del critico non è altro che la continuazione del lavoro del lettore, così come la critica stessa non è altro che la continuazione della scrittura letteraria sotto altre forme. Anche se si adoperano modalità e codici diversi, creazione letteraria e attività critica sono in una relazione di continuità e di complicazione-complicità. Le letture fatte in contemporanea alla stesura delle poesie raccolte nel volume sono quelle citate più su in relazione al costruendo libro Il luogo, la memoria. Quali mi abbiano influenzato di più, non saprei dire né vorrei dirlo io.
Secondo te perché la letteratura ha bisogno della critica?
Il critico è un mediatore tra lo scrittore e il lettore e può aiutare entrambi a prendere consapevolezza del testo che il primo ha scritto e il secondo sta leggendo: ho scritto queste cose, riprendendo delle osservazioni di Elio Pecora (nel suo La scrittura immaginata, Guida editore che ho presentato a Napoli e recensito per IPR della Columbia University) e incrociandole con quelle di un libro di Mario Lavagetto, (Eutanasia della critica, Einaudi). Un giovane narratore del quale ho recensito un libro mi ha detto che le mie considerazioni lo stanno aiutando nel suo lavoro attuale. Anche il tuo far riferimento a Raboni (concomitante con quello di Gaudio, come dicevo prima) mi aiuta a riflettere in modo diverso su quello che ho scritto, e mi spinge a rileggere Raboni.
Un poeta finisce ad un certo punto di essere poeta?
Non penso a quella del poeta come a una condizione particolare: è un essere umano che scrive. Può venire meno a un certo punto la spinta di scrivere, e non sarà più un “facitore di versi”. Potrà impegnarsi in altro modo… Mi ricordo il discorso di Moravia ai funerali di Pasolini, nel quale diceva che era stato ammazzato uno scrittore, e lo scrittore è qualcosa di sacro. Quelle parole mi colpirono molto allora che ero uno studente liceale. Ora sono più disincantato: per me uno scrittore non ha più quell’aura, è una persona, eccezionale, forse, ma una persona…
Ci vuoi parlare del tuo impegno per la diffusione della poesia?
Forse faccio poco, oltre a partecipare a presentazioni di libri di poesia (ma quelle in genere intercettano un pubblico ristretto di addetti ai lavori, o di amici più o meno coptati). Comunque nel mio liceo abbiamo ospitato alcuni poeti contemporanei che hanno presentato il proprio “laboratorio poetico” agli studenti: con Carlangelo Mauro abbiamo portato Giampiero Neri, Milo De Angelis, Luigi Fontanella, Franco Buffoni e Umberto Piersanti; con Pasquale Gerardo Santella abbiamo riproposto Fontanella sia per la poesia che per la narrativa e Gëzim Hajdari (poeta albanese che vive in Italia e scrive anche nella nostra lingua) e abbiamo coinvolto i ragazzi in due progetti dedicati l’uno a Pier Paolo Pasolini (non solo come poeta ma come intellettuale poliedrico) e l’altro ad Alfonso Gatto (come poeta e come pittore). Sì, forse è qualcosa.
Tu scrivi per le riviste: “L’Indice dei libri del mese”, “Gradiva” (New York), “Italian Poetry Review” (Columbia Univerity), “La Mosca di Milano”, “Sinestesie”, “Poesia Meridiana”, “La clessidra”, “Capoverso”, “Poeti e Poesia” e su “Quaderni di Cinemasud … C’è una rivista con cui vorresti e desideri collaborare?
Mah, mi piacerebbe scrivere per “Poesia”, che è tra le più diffuse, e poi per “Paragone”, fondata da Anna Banti e Roberto Longhi, e “Nuovi Argomenti”, che è stata di Moravia, Pasolini e Siciliano. Queste due le leggevo già da ragazzo e sono un mito “retrospettivo”…
Oggi esistono tante scuole di scrittura dove insegnano le regole per diventare scrittore. Che ne pensi?
Non lo so, a me non interessano molto, non le ho mai frequentate e non so se consigliarle. Certo, anche il grande Giuseppe Pontiggia ha avuto una sua scuola di scrittura creativa… Però penso che si possa insegnare a leggere, non tanto a scrivere. O uno scrittore può aprire il suo laboratorio ai lettori: in questo senso sarebbe un “andare a bottega”, come dicevo prima. Per il resto, i libri frutto delle scuole di scrittura creativa sembrano proprio questo: libri confezionati secondo regole. È quello che sembrano i libri stessi di Baricco. Io ho letto solo Castelli di rabbia che è un collage di esercizi di stile, se vuoi anche virtuosistici, ma freddi. E ho smesso di leggere Baricco (mi piace il suo Novecento, invece). Può darsi che Baricco abbia scritto poi dei capolavori, e io li ho persi. Il mio amico e poeta Marco De Carolis un giorno, mentre stavamo pranzando tutti insieme in una trattoria di Bergamo alta, chiese a Francesco Biamonti, il grande narratore scoperto da Calvino, se lui scrivendo pensava alla narratologia, e Biamonti rispose: caso mai dopo, altrimenti non riuscirei a scrivere…
Ti riconosci in questo tempo?
Siamo per forza figli del proprio tempo, anche se non ci piace…
Chi è Enzo Rega, secondo Enzo Rega?
Mah!
Tre libri da tenere sempre sul comodino.
Il mio comodino trabocca di libri: non riuscirei a sceglierne tre. Ne posso indicare il doppio, le mie prime letture da “grande”, ai tempi del ginnasio: Lavorare stanca di Pavese, Il giorno della civetta di Sciascia, Il fu Mattia Pascal di Pirandello, Il castello di Kafka, I fratelli Karamazov di Dostoevskij e Morte a Venezia di Thomas Mann. Questo per rimanere al Novecento e al mio personale imprinting adolescenziale… E come vedi, più prosa che poesia! Ma se vogliamo aggiungere poesia, allora l’Odissea, Ossi di seppia, Catullo. Hölderlin, Rilke. E Leopardi! Ma poi io vengo anche da una formazione filosofica, è quella la mia laurea: e allora direi La nascita della tragedia di Nietzsche (e tutto Nietzsche), i Quaderni del carcere di Gramsci, i Grundrisse di Marx, le Confessiones di Agostino, Minima moralia di Adorno, Giordano Bruno, Pascal, Apologia di Socrate di Platone, sull’onestà e il rispetto delle leggi, così “attuale” oggi… Basta, dovrei continuare ancora ma ogni gioco è bello finché dura poco.
Un’ultima domanda ci sarà ancora spazio per la cultura nel Terzo Millennio?
Deve esserci. La cultura si mangia perché ci nutre e con la cultura si mangia perché ci dà gli strumenti per nutrirci, spiritualmente e materialmente. Deve essere un nostro dovere tramandare ai posteri quello che si chiama, e non è retorica, “amore per la cultura”. È la nostra resistenza in un periodo nel quale l’incultura è stata istituzionalizzata, è andata al potere, s’è fatta potere. Nel sessantotto e dintorni si gridava “l’immaginazione al potere”. Ora invece c’è “l’ignoranza al potere”. E se ne vantano!
Caro Geo,
grazie del tuo commento dalla Romania!
Un’intervista davvero brillante su tutto e di più, fitto come un saggio sulla vita-letteratura-filosofia, grazie forse anche alla spontanea professionalità delle domande. Mi è piaciuta soprattutto la risposta di Enzo sulla relazione tra letteratura e critica; notevole, memorabile e addolorata l’ultima risposta sulla cultura nel Terzo Millennio che l’ignoranza (accanto alla orrenda burocrazia, direi!) si è insediata al potere un po’ dappertutto nel mondo…ecco perchè dobbiamo ad ogni prezzo spodestarla e proclamare l’immaginazione quale regina in assoluto delle nostre progressive sorti,grazie Enzo,grazie Antonietta
grazie a te, Anna
un’intervista solida, felice, limpida, ricca di spunti.
Grazie ad Antonietta ed Enzo Rega.
Un saluto caro,
anna ruotolo
Enzo carissimo, è una questione di visioni, formazione e convinzioni maturate, elaborate e fatte proprie. Rispetto pienamente e ossequiosamente le tue, pur non condividendo l’assunto da te calorosamente sostenuto dell’INCULTURA come visione del mondo da una sola, colpevole, sventurata sponda…
Un abbraccio affettuoso
Monia Gaita
ringrazio i nuovi “postatori” Monia, Rossella e Bruno. Per Gaita aggiungo che la CULTURA non ha un colore politico. Ma l’INCULTURA sì come visione del mondo, al di là che gli incolti si trovino pure di qua e di là… ciao con affetto e stima…
una intervista approfondita e ricca di riflessioni interessanti che ci consente di conoscere meglio ( e in qualche modo di inquadrare insieme più efficacemente ) il Rega poeta, il critico e l’appassionato di letteratura ; complimenti all’intervistato e all’intervistatrice
Splendida intervista! Complimenti carissima Antonietta per averci dato la possibilità di conoscere più da vicino Enzo Rega, poeta, scrittore e critico che da anni lavora su una sua personalissima e distintiva grammatica comunicativa. Lo start up di credibilità accumulato, scandito a gran voce in esemplari pagine di versi, racconti e riflessioni, forma salienti di dedizione e impegno che da sempre permeano l’attività di Enzo in cui l’appassionata fedeltà alla parola non è mai pentagramma isolato ma luminosa, cantabile possidenza da condividere, accogliere e abitare.
Caro Enzo auguri per tutto ma ricordiamoci comunque che l’incultura non ha un colore politico, percorre trasversalmente identità e appartenenze, è quella spinta primordiale e illogica che fa dire a Quasimodo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo…” Perchè il deterioramento del pensiero è una violenza che facciamo innanzitutto a noi stessi
E’ sempre bello scoprire di Enzo Rega, seguire la sua attività e spero presto avere tra le mani un suo libro, per leggere, apprendere, imparare. Da questa approfondita intervista di antonietta emerge un profilo esatto e definito di enzo. Un poeta, un filosofo, un critico, uno scrittore ma penso, al di sopra di tutto, un autentico “uomo di lettere e di cultura”. Rossella Luongo
Ringrazio tutti coloro che hanno postato un commento all’intervista che mi ha fatto Antonietta…
Complimenti, per le domande fate in modo critico, attuale e coinvolgente.
il destino aveva già segnato il tuo percorso di grande intellettuale, profondamente fagocitato nel ricordo dei luoghi, ti dirò: anche se “lo scrittore è una persona eccezionale”, rimane sempre con il suo fanciullino. CONGRATULAZIONE
Indice dei luoghi è un libro bellissimo, pieno di vita, un libro che rivela un poeta vero: Enzo Rega
Molto interessanti il tema del viaggio, la sequela dei Maestri (a noi contemporanei e non), la mendicanza del senso più profondo delle cose e di noi. complimenti
Non conosco personalmente Enzo Rega, ma conosco la sua poesia attraverso la mia amica Antonietta che, come novella Beatrice mi conduce sempre sui sentieri dell’anima e nel mondo delle emozioni.
Mi sento emotivamente coinvolta quando Enzo parla delle sue prime poesie “sottoposte” al giudizio del maestro…io sono una maestra e nel mio piccolo cerco di creare nei miei alunni “la curiosità” di scoprire come si è “dentro, in fondo”.
Lo faccio leggendo poesie e scrivendo con loro poesie.
e come dice giustamente Enzo, ci si nutre con la cultura, ci si sente vivi,
ci si sente cittadini di un mondo che va oltre i confini spaziali e temporali.
Grazie a voi tutti che date voce anche a chi non ne ha.
E’ una delle poche voci più solide, quella di Enzo…