Giuliana Poli, giornalista e antropologa, ha pubblicato il volume “L’Antro della Sibilla e le sue Sette Sorelle” (Controcorrente, pp. 205, Euro 16): in quest’intervista spiega come è nato il libro e in cosa è consistito il suo lavoro di ricerca.
Cosa significa per lei “fare ricerca”?
«La ricerca è emozione, cervello, intuito, pazienza e sacrificio».
Qual è il suo metodo di lavoro?
«Scegli l’argomento e cerchi di completare il puzzle che lo riguarda. Nello specifico sono partita dalle tradizioni locali e orali della comunità dei Monti Sibillini, che ripetono fideisticamente storie e preghiere del passato e che spesso celano antichi saperi che provengono dal mondo pagano. Poi ho adottato una tecnica interdisciplinare che comprende oltre le fonti orali anche l’architettura, le fonti storiche, le religioni comparate, l’antropologia, la toponomastica, l’etimologia, l’esoterismo».
Il suo è un libro sui Monti Sibillini. Perciò una doppia domanda. Primo: che tipo di “realtà” storico-culturale rappresentano i Monti Sibillini? Secondo: che cosa rappresentano per lei?
«I Monti Sibillini sono stati mèta di pellegrinaggi fin dal periodo neolitico, quando secondo la mia ipotesi furono costruiti templi in onore della Grande Madre, rispecchiando in terra, intorno al Monte Sibilla, la costellazione della Vergine Celeste. Poi si sono avvicendati una serie di culti indoeuropei, primi fra tutti i picentes. Le fonti storiche hanno poi riscontrato influssi artistici e religiosi squisitamente orientali, sicuramente recepiti attraverso la cultura greca submicenea ed un’iniziale ascendenza etrusca. Fondamentale è stato l’influsso celtico, romano, con penetrazioni cristiane ed ebree. I Longobardi hanno completato la profonda stratificazione culturale avvenuta nei nostri monti. Tra tutti, l’elemento di mio interesse, è che tutte le diverse civiltà succedutesi nel tempo nella storia del territorio piceno ed in particolar modo sui monti Sibillini, hanno praticato il culto di divinità femminili. La riscoperta del femminino sacro sui nostri monti, è stato l’aspetto che più mi ha affascinato ed affascina. Sul Monte Sibilla, l’energia della Madre Terra si congiunge con le influenze dell’universo, rappresentando una montagna cosmica; il suo antro è un probabile tempio, luogo di culti di risalenza preistorica, frequentato dai cavalieri in cerca del mistero. Emblematico è il pellegrinaggio di Clarice Orsini, moglie di Lorenzo il Magnifico e San Benedetto, fondatore di uno dei più alti ordini spirituali, che nell’antro della grotta hanno sentito l’esigenza di comprendere il mistero della Sibilla, in sostanza di scoprire se stessi».
Il libro s’intitola “L’Antro della Sibilla e le sue Sette Sorelle”: di cosa tratta questo saggio?
«É un libro che parte da un’intuizione e poi cerca di strappare via i veli che celano molte delle più intime realtà della Sibilla e far riaffiorare man mano il vero nucleo essenziale, anche se i misteri della Sibilla sono inesauribili. Dall’introduzione in cui spiego il mio percorso anche interiore, affronto il tema sui mille volti della Sibilla e della Grande Madre, della costellazione della vergine e le relative coincidenze tra eventi cosmici e feste calendariali. Nel capitolo sull’intuizione di cui parlo, c’è un importante paragrafo sul tema dell’acqua simbolo del femminino sacro. Tema centrale del libro è l’antro della Sibilla, la montagna cosmica, le porte solstiziali, le funzioni religiose che avvenivano nella grotta, il Guerin Meschino narrato in chiave sapienziale con riferimenti alle Sibille, Sirene, le fate ed il Picus Martius. Otto paragrafi sono poi dedicati alla sorella preferita della Sibilla Appenninica, ovvero la Sibilla Cumana, ed infine affronto il tema della donna vista come Grande Maestra dei Misteri».
Qual è la chiave che ha adottato per affronatre questo tema?
«Raccogliendo fonti orali, antiche preghiere, ritualità, leggende e ricordi, collaborando al progetto di un libro sulle tradizioni locali per il Professor Mario Polia, mi sono imbattuta con un’anziana signora che mi ha narrato la Storia delle Sette Sorelle, poi un’altra signora mi ha raccontato la litania delle sette sorelle. Queste storie destarono la mia curiosità e quasi per gioco, ma anche per puntiglio decisi di indagare su una possibile realtà celata. Credo molto alle fonti orali che le agiografie ufficiali ignorano, perchè in ognuna c’è sempre un fondo di verità, a volte riportato in modo romanzato e condito di particolari fantasiosi, ma tracce importanti su antichi saperi si trovano sempre. Avendo letto libri, simboli e monumenti sulle civiltà che hanno una ricchissima simbologia astronomica e cosmologica e soprattutto osservando un fregio incastonato su una casa di Rocca di Montemonaco che rappresenta oltre ad un fascio di spighe, un monte a forma di trapezio dal quale partono due linee di forza che raggiungono due stelle, mi suggerirono l’idea di una associazione iconografica di un bassorilievo ritrovato a Dendera in Egitto, che è il più antico reperto raffigurante la costellazione della Vergine. Munita di più cartine messe insieme da un esperto topografo, analizzai diverse ipotesi cercando di trovare una soluzione e alla fine ho scoperto che le sette sorelle potrebbero essere le sette stelle del corpo centrale della Costellazione della Vergine celeste che corrispondono in terra, a sette chiese che sorgono intorno al Monte Sibilla, chiese sorte su antichi templi pagani dedicati alla Grande Madre. Poi pian piano ho trovato anche il corpo intero della Vergine. Le sette sorelle erano profetesse che insieme alla Regina Sibilla, costituivano una scuola iniziatica al femminile tramandatasi nel tempo».
Soffermiamoci adesso su quelli che mi paiono essere i tre punti-cardine del suo lavoro? Iniziamo dal recupero di un «patrimonio di orale che altrimenti rischiava di andare smarrito».
«L’aspetto più importante per me è quello di aver salvaguardato attraverso le interviste sul campo, un patrimonio di tradizioni orali su tutto ciò che rimaneva di antichi riti pagani, che altrimenti rischiava di disperdersi e di andare perduto per sempre. Non dimenticherò mai l’antica orazione della passione ed i racconti sui giganti dei boschi nascosti dentro la montagna raccontati da un signore di centoquattro anni. Ricordo il suo sguardo, lo sforzo di memoria che ha fatto per me. Rimarranno sempre impresse dentro di me le voci, le emozioni e gli insegnamenti di vita ricevuti da questi meravigliosi personaggi. Ne ho intervistati un centinaio e non li dimenticherò mai».
Un altro aspetto importante concerne «il nesso fra le fonti orali ed il simbolismo dei fregi incisi sui portali e sui muri degli edifici storici, delle chiese, delle case dell’area studiata».
«Certo, i numerosi fregi raffiguranti ruote solari, stelle e fiori a quattro a cinque e a sei petali, il trapezio cosmico, fasci di spighe, le scale, scritte templari ed altre molto più antiche non ancora tradotte (tutti argomenti trattati nel libro), mi hanno molto incuriosito e li ho messi a raffronto con il sistema del metodo tradizionale».
E oi c’è il rapporto tra la Leggenda delle Sette Sorelle e i Monti Sibillini…
«Come già spiegato il nesso è astronomico ma è legato anche alle sette profetesse che ancora vengono ricoradate dalla comunità sibillina».
Vorrei indicasse, una per una, quali sono state le fasi in cui si è articolato il suo lavoro: dall’idea di partenza alla pubblicazione del libro?
Tutto è partito per caso durante la collaborazione per il libro dal titolo “Tra Sant’Emidio e la Sibilla” di Mario Polia, poi si sono verificate una serie di coincidenze, d’incontri importanti ai fini del mio studio che mi hanno stimolato ad approfondire sempre di più ed il bello è che non si finisce mai, sono solo all’inizio…Ringrazio l’Editore di Controcorrente, Pietro Golia, Stefano Arcella che ha partecipato al mio libro attraverso il suo splendido saggio introduttivo e ringrazio la Fondazione Carisap di Ascoli Piceno, la Comunità Montana dei Monti Sibillini, l’Ente Parco e molti sindaci preposti allo sviluppo e gestione dei nostri monti, perchè hanno sostenuto con i loro contributi la riuscita del progetto».
Com’è strutturato il volume? Qual è, cioè, la ratio che ha presieduto all’architettura interna dei capitoli?
«Il mio libro è un ponte sottile pieno d’insidie che bisogna superare per poi giungere nell’antro della Sibilla, che è mistero, sogno e consapevolezza di sé».
Quanto tempo ha lavorato a questo libro?
«Lavoro al libro dal 2003».
Quali sono state le difficoltà maggiori da superare?
«All’inizio cercare i contatti per effettuare le numerose interviste e poi l’aver dovuto consultare una bibliografia notevole. La difficoltà è stata anche quella di esportare un prodotto locale a livello nazionale, cercando non una tipografia ma una casa editrice vera, perchè se il libro non viene vagliato da esperti severi ed esigenti, il lavoro non ha nessun valore scientifico. Tutto questo è stato difficoltoso ma anche stimolante, perchè il confronto con intellettuali seri e rigorosi che ho conosciuto attraverso la casa editrice, mi ha permesso di crescere».
Come si è regolata quanto a fonti e documenti?
«Ho consultato diverse biblioteche».
Ha saputo riversare, in un impianto di chiara impostazione scientifica, una scrittura capace di “parlare” ad addetti ai lavori come ai profani: che tipo di lavoro ha dovuto svolgere per ottenere questo risultato?
«Per essere un libro denso di concetti, credo di essere riuscita ad adottare un linguaggio piuttosto scorrevole, cercando di arrivare al cuore e alla consapevolezza del lettore. Il libro interessa tutte le fasce d’età. In appendice ci sono i migliori racconti sulle fate, sul Guerin Meschino e sulla Madonna, che le mamme potrebbero raccontare ai bambini la sera prima di andare a letto».



Non entro nel merito del fantasioso esercizio della Poli. Quello che tengo a sottolineare è che tutta la disamina sugli antichi simboli del territorio è priva di qualsiasi fondamento scientifico. Quando nel 1997 nell’ambito del Progetto Elissa di Montemonaco individuai e pubblicai con l’architetto Ristori dell’Università di Firenze, quanto dice di aver scoperto cinque anni dopo, fummo meravigliati nel constatare la grande stagione rinascimentale che interi borghi oggi diruti avevano vissuto. Non esiste niente che possa far riferimento a pietre scolpite di templi pagani reimpiegate nelle povere case dirute e scalcinate. Tutto il contrario, sono diffuse e fanno perfettamente parte degli stilemi decorativi presenti negli edifici del parco in epoca rinascimentale. La fantasia va bene, ma l’antiscientificità no! Grazie Marco Carobbi