1861, i pittori del Risorgimento alle Scuderie del Quirinale: l’epica

E’ un luogo così simbolico quello dove si tiene la mostra “1861 – I pittori del Risorgimento”, che diventa il sigillo delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia: le Scuderie del Quirinale, il prestigioso centro espositivo sul colle romano fa parte del complesso che ha ospitato le massime residenze istituzionali dei papi, dei re, ora dei presidenti: papato, monarchia, repubblica, l’en plein; e aggiunge alla grande celebrazione la piccola ma significativa ricorrenza del proprio decennale.


Odoardo Borrani, “25 aprile 1859”, 1861, 75 x 58 cm.

Lo ha voluto il presidente Napolitano in persona, ed è facile capirlo dal contenuto della mostra divisa in due settori: i grandi quadri delle celebri battaglie, i piccoli quadri della vita comune. Dal 6 ottobre al 16 gennaio 2011 il pubblico vi troverà l’affresco di un periodo storico memorabile, e ne riceverà un’impressione straordinaria. Si sentirà portato nell’atmosfera risorgimentale fatta di grandi eroismi sul campo di battaglia e di piccoli eroismi nel chiuso delle case o nel lavoro all’aperto con nel cuore i valori autentici coltivati nella vita; dall’insieme degli eroismi individuali e collettivi, pubblici e privati, noti e ignoti nasce l’epopea risorgimentale celebrata nel 2011.

Per questo, prima della visita alla mostra è bene conoscere l’interpretazione dei personaggi intervenuti alla presentazione: l’assessore alla cultura di Roma Capitale Umberto Croppi e il presidente del Comitato per il 150° dell’Unità d’Italia Giuliano Amato, il direttore dei Musei Vaticani e presidente del Comitato scientifico Antonio Paolucci e il presidente delle “Scuderie”, del Palazzo Esposizioni e della Fondazione Roma Museo Emmanuele Maria Emanuele. I loro toni non sono stati retorici, tutt’altro, e la loro illustrazione degli intenti e dei contenuti prepara all’emozione che prende al solo entrare nella galleria espositiva: ci si trova avvolti nel tricolore, con i tre colori distribuiti tra il pavimento, le pareti e il soffitto e i dipinti sulle pareti che ne fanno una cornice patriottica di quadri pittorici non celebrativi e di maniera ma che scavano in profondità.


Gerolamo Induno, “La battaglia della Cernaja”, 1857, 292 x 494 cm.

Il significato della mostra, parlano le istituzioni

L’assessore romano Croppi ne fa l’inquadramento storico ricordando un recente dibattito tra gli studiosi sul grado di partecipazione popolare, questione controversa: aspetti evidenti sono il tentativo di coinvolgimento da parte delle classi intellettuali, ma la vera partecipazione del popolo avviene dietro le quinte piuttosto che sul proscenio, nella vita di tutti i giorni piuttosto che nell’azione eroica. La mostra, al di là della scelta estetica, mostra opere di artisti che hanno avuto un ruolo diretto come combattenti, quindi testimoniano l’impegno personale; e cerca di trasmettere l’idea di come il popolo visse l’evento rielaborandone la memoria in episodi di vita quotidiana nei quali si sente un partecipazione che non si ebbe direttamente, ma di riflesso. E’ questo un fatto importante all’interno delle celebrazioni dell’Unità d’Italia: già la partecipazione dei ceti artistici al Risorgimento è un recupero della nostra memoria, a loro si aggiunge il vissuto della gente semplice.

Il presidente del Comitato per le celebrazioni del 150°, Amato, sottolinea l’importanza della testimonianza diretta degli artisti del tempo, partecipi degli eventi, non si tratta di una visione successiva, ma contemporanea. Sono i protagonisti diretti della vicenda storica che danno una rappresentazione coerente della guerra. E’ fonte di dolore, c’è sofferenza anche in chi aspetta a casa, nelle scene di vita familiare, dove il sentimento di giustizia prevale: dolore e anche gioia sono legati al fatto che all’Unità si possa arrivare, ma sono visti come sentimenti umani, senza enfasi retorica. C’è l’italianità di un popolo unito più dalle sofferenze vissute insieme che da altro. La trasteverina uccisa da una bomba fa ripensare alla scena di “Roma città aperta” in cui viene uccisa Anna Magnani. E’ una mostra che parla di noi e non ci obbliga ad assistere ad una celebrazione ufficiale.

Il direttore dei Musei Vaticani e presidente del Comitato scientifico Paolucci inizia dal grande quadro epico di Girolamo Induno, e parla dei musei pieni di pittura celebrativa e delle biblioteche ricche di letteratura entusiastica sul Risorgimento. Questa mostra per lui è speciale e originale, voluta da Napolitano alla vigilia delle celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia, si gioca sui sentimenti e sulle emozioni, la storia suscita emozione e partecipazione. La scelta è caduta su artisti non celebrativi che hanno saputo toccare i sentimenti. Il dipinto simbolo per lui, che considera un’icona, è un piccolo quadro, tra tanti giganti, di Edoardo Borrani, dal titolo 26 aprile 1859”. “In quel giorno cosa avvenne? Il Granduca di Toscana lascia palazzo Pitti, subentra il Re. è il giorno che vide la Toscana consegnata all’Italia unita”. Siamo in primavera, in una stanza dalla composizione semplice come nel ‘400 toscano, un’immagine che penetra la realtà come in Vermeer e Piero della Francesca: una giovane donna in silenzio cuce la bandiera con la finestra aperta. “E’ un momento di emozione, il tempo sospeso, il sole trema sui tetti della casa di fronte, è a Firenze. Potrebbe essere in qualsiasi città, in tutte le città. La storia passa nel pensiero di una donna, si sente come il Re abbia coinvolto e commosso il nostro popolo”. Ecco riassunto il nostro Risorgimento!

Gerolamo Induno, “La battaglia di Magenta
Gerolamo Induno, “La battaglia di Magenta”, 1861, 208 x 364 cm.

Il presidente delle “Scuderie” Emanuele ricorda come la sede espositiva sia riservata ai più grandi artisti, l’ultimo è stato Caravaggio, ma la sacralità del luogo ha reso necessario svolgere qui la mostra – come ha chiesto il capo dello Stato Napolitano – trattandosi di un contenitore privilegiato per la divulgazione di ciò che ha rappresentato l’Unità d’Italia anche come fatto pittorico e non solo come evento istituzionale. Si era pensato anche a una grande mostra sulla nascita delle nazioni d’Europa, si è preferito presentare quadri per lo più mai esposti – anche per le dimensioni notevoli che ne rendono difficile lo spostamento – di artisti che non vanno considerati minori, anche se finora confinati come pittori di genere; ma con la caratteristica di essere stati veri soldati partecipi degli eventi raffigurati. E’ notevole la loro capacità espressiva pur se non ai livelli sommi dal punto di vista artistico. La sezione della mostra più toccante è quella dove al trionfalismo delle battaglie succedono episodi in cui prevale l’umanità: in molte scene i protagonisti sono giovani anche di 16 anni, dall’una e dall’altra parte, soldati, prigionieri e carcerieri uniti dalla stessa sorte; di provenienze e stirpi diverse, russi e zuavi, marocchini e francesi in una Legione straniera ante litteram, il mondo partecipa a questo movimento emotivo. C’è l’immagine della delusione in molti, dai cattolici ai meridionali, al di là della retorica delle galoppate e delle truppe: è un sentimento che attraversa la storia nazionale e ancora oggi esprime l’amarezza per i grandi sogni incompiuti.

Molti di questi temi sono stati già sviscerati negli “incontri sul Risorgimento” che si sono svolti al margine della Mostra e, oltre alle passioni dipinte e ai pittori-soldato per introdurla, hanno trattato di cultura dell’Unità d’Italia e di letteratura risorgimentale, del teatro d’opera e del Risorgimento fino alla costruzione dell’immaginario nazionale. Con “Italia Anno zero” si è coniugato “cinema e Risorgimento”, dodici film cult, da “1860, I Mille di Garibaldi” a “Senso”, da “Piccolo mondo antico” al “Brigante di Tacca di Lupo”, da “Bronte” ad “Allonsanfan” fino ai “Viceré” per citare alcuni titoli che fanno entrare nel clima dell’epoca. Reso anche dalle serate dedicate a “Musica e Risorgimento”, in particolare “E la bandiera dei tre colori”, con la voce di Elio Pandolfi, e “Viva Verdi” con il baritono Giovanni Meoni, entrambi accompagnati al pianoforte da Marco Scolastra. Dedicati e scuole e famiglie, proseguono nei fine settimana le attività e i laboratori per fare “una riflessione sull’idea di collettività come unione di singoli che creano un insieme. Per ricreare una mappa ideale della nostra storia attraverso le parole dell’Unità d’Italia”; dopo che lo si è fatto attraverso i grandi dipinti epici e i piccoli dipinti familiari nella spettacolare galleria tricolore.

Ora è il momento di iniziare la visita, siamo “caldi” come direbbe Madonna nei suoi concerti.

Federico Faruffini, “La battaglia di Varese
Federico Faruffini, “La battaglia di Varese”, 1862., 145 x 290 cm.

Le grandi battaglie di Gerolamo Induno

E se non fossimo “caldi” ci riscalderebbe l’allestimento coinvolgente, il già citato tricolore che avvolge il visitatore mentre percorre la galleria espositiva quasi entrasse nel ventre dell’italianità. Ci si sente all’interno della balena di Pinocchio, che è la nostra patria, protetti dalla “bandiera dei tre colori che è sempre stata la più bella”: e questo dall’inizio alla fine, nel primo piano dove si respira l’epica delle battaglie come nel secondo piano dove si vive il Risorgimento nell’intimità familiare.

Ma come non restare colpiti dal primo, gigantesco quadro di Gerolamo Induno, nome che ai visitatori più grandi di età finora evocava più che altro la via romana del Palazzo degli esami, vicino al Ministero della Pubblica Istruzione in Viale Trastevere? Qui viene rivalutato, riabilitato diremmo, agli occhi dei profani, in una quasi personale di grande effetto pittorico e documentario, avendo vissuto di persona gli episodi rappresentati. Quadri quasi come gli “Scatti di guerra” di Tony Vaccaro, un fotografo di prima linea nella mostra del 2009 alle stesse “Scuderie”; Induno nel campo di battaglia non poteva “scattare” istantanee ma ha riprodotto le scene a cui aveva assistito, e le grandi dimensioni esprimono la volontà di renderne l’effetto nella sua evidenza smisurata. Per di più, in analogia con il reporter americano, come pittore aveva avuto il compito di documentare le vicende belliche, e lo fece con disegni tradotti in litografie oltre che con alcuni dipinti monumentali.

L’impatto iniziale si ha con “La battaglia della Cernaja”, 1857, quasi cinque metri per tre. Induno è un garibaldino che ha vissuto diverse fasi risorgimentali, dalla Repubblica romana del 1849 alla seconda guerra d’Indipendenza, dalla campagna siciliana alla guerra di Crimea di cui viene immortalato un momento culminante nel quadro dipinto un anno dopo il 16 agosto 1856, data della battaglia. Fu un evento importante per i timori che l’invio del corpo di spedizione – il cui scopo era partecipare con le grandi potenze agli accordi di pace – fosse stato un gesto avventato, non potendo il piccolo Piemonte competere sul piano militare, per cui quella insperata vittoria fu provvidenziale.

Non era stato commissionato, ma figura come “acquisto regio” nell’esposizione milanese del 1859 alla quale fu mandato da Torino. Dal racconto di Filippo Villani, della “Gazzetta ufficiale di Milano”, risulta che il dipinto faceva parte di un trittico celebrativo in preparazione con altri due episodi della stessa battaglia, dove figuravano altri protagonisti, gli zuavi francesi nella “Ripresa del ridotto dello Zig Zag” e l’esercito inglese nella “Battaglia di Inkerman”; la cura messa nell’esecuzione è dimostrata dai 23 studi preparatori presentati alla sua retrospettiva del 1891.

Colpisce subito lo spettatore profano il “deja vu”, ma ciò dipende essenzialmente dalle numerose riproposizioni di scene consimili di cui il dipinto è un antesignano soprattutto a livello cinematografico: lo Stato maggiore sulla collinetta che scruta gli schieramenti nel costone e gli scontri in corso nella vallata è un classico dei film storici. Ma non ci sono solo i “capi” in evidenza, si compie la saldatura con l’anima popolare: in secondo piano si notano in basso i bersaglieri che prendono posizione mentre una batteria si muove sulla destra, e la fanteria di riserva è schierata sulla sinistra; in primo piano non c’è Lamarmora, che pure domina la scena al centro sul suo cavallo, bensì si vedono semplici fantaccini, il soldato anziano e il giovane, lo “zappatore” di trincee e il portabandiera; e una scena quasi da “deposizione”, una suora seduta che dà l’ultimo conforto a un ferito disteso sul suo grembo, mentre il cappellano militare in piedi gli impartisce l’estrema unzione; colpisce che il ferito amorevolmente soccorso sia dell’esercito nemico.

Della battaglia giunge l’eco visiva nella polvere e nelle figure lontane e quasi indistinguibili, il tutto immerso nella luce dell’alba – il conflitto iniziò a notte fonda – e nei grandi spazi della vallata delineati con un taglio scenografico che dà il senso della prosecuzione al di là del pur vasto campo di osservazione. Mentre la composizione nelle sue figure centrali è tutta rivolta a descrivere i quattro aspetti compresenti che non vanno cancellati dall’infuriare degli scontri – per questo sono visti in lontananza – ma fissati sulla tela e tramandati: i capi; i semplici fantaccini; la tragedia della morte; la misericordia verso i feriti dalle donne, le suore, e dalla religione. Ci sembra sia tanto.

Quanto si è detto si applica, con i necessari mutamenti, anche al resto della pittura epica di Induno. Nel dipinto “La presa di Palestro”, 1860, tre metri per due, la battaglia del 30 maggio 1859 è vista dalle retrovie con la compresenza, a stretto contatto, dello Stato maggiore e della truppa, non solo nella massa di soldati ma anche in precise individualità: c’è il soldatino che si toglie il berretto e l’ufficiale che passa impettito, la teoria dei prigionieri a sinistra che incrocia lo Stato maggiore e la truppa al centro, l’artigliere in riposo sul pezzo a destra. Gli scontri si svolgono ugualmente in lontananza, qui non nella vallata ma nei pressi dell’abitato sullo sfondo: fumo e figure indistinte.

Molto importante storicamente, per motivi diversi, l’evento al quale lo stesso artista dedicò un altro grande dipinto, oltre tre metri e mezzo per due, “La battaglia di Magenta”, 1861: la vittoria dei piemontesi alleati ai francesi il 4 giugno 1859 che portò a liberare Milano dagli austriaci. E sono proprio gli austriaci al centro del dipinto, con le loro giacche bianche, incalzati dagli zuavi e granatieri francesi nelle divise scure con bandoliere chiare e alti copricapo di pelo: Ci sono scontri anche in altri settori, a sinistra un assalto alla baionetta con l’ufficiale a cavallo, mentre sulla destra i tamburini che suonano la carica, e due morti degli opposti eserciti distesi al suolo: emblematico!

Michele Cammarano, “I bersaglieri alla presa di Porta Pia
Michele Cammarano, “I bersaglieri alla presa di Porta Pia”, 1871, 290 x 467 cm.

Come altri pittori raffigurano le battaglie

Anche Giovanni Fattori - appartenente ai “macchiaioli” e approdato alla pittura militare – con il grande dipinto di oltre 4 metri per 1,75, “Assalto a Madonna dello Scoperto”, 1864-68, raffigura una battaglia senza entrare nella mischia, anzi in un momento di pausa. Si tratta di un “episodio della battaglia di San Martino”, altra denominazione usata, combattuta il 24 giugno 1859 con il ribaltamento a favore dell’esercito sardo contro le forze austriache preponderanti che dovettero ritirarsi lasciando poi la Lombardia, tranne Mantova, ai francesi che la passarono ai piemontesi.

Ebbene, c’è un’atmosfera di sospensione tra l’assalto appena concluso da parte della fanteria italiana e la successiva ripresa dei combattimenti che vedrà protagonista la cavalleria: la traccia del primo assalto è nel corpo del tamburino disteso al centro, i preparativi per il secondo nei cavalieri che prendono posizione, c’è il cavallo bianco che scalpita e l’ufficiale che smonta dal suo, in una visione da dietro le quinte, quasi fosse una retrovia mentre è soltanto una pausa. Non c’è retorica né idealizzazione, ma realismo per le pose e l’accuratezza dei dettagli nelle divise e nei finimenti; e una tensione evidente, quella dell’attesa prima del nuovo scontro sanguinoso.

Si combatté per venti ore tra Medole, Solferino e San Martino, rimasero sul campo 17.000 morti francesi e sardi e 22.000 austriaci: ma il grande dipinto ne mostra soltanto uno, peraltro poco visibile, Induno ne mostrava due nella “Battaglia di Magenta” dove le vittime furono 6.000 e un moribondo alla Cernaja. Nessuna ricerca di facili effetti da parte di tutti, dunque, ma il tentativo di penetrare all’interno del meccanismo della battaglia che muove le masse e sconvolge i singoli.

Finora abbiamo assistito soltanto a combattimenti a vari livelli nella “Battaglia di Magenta” di Induno, per il resto si vede lo Stato maggiore che non combatte ma dirige, e la pausa che è attesa. Per un drammatico primo piano che dà l’idea dello scontro cruento c’è l’assalto alla baionetta oltre i reticolati in “La battaglia di Varese”, 1862, di Federico Faruffini, unico quadro di soggetto militare dell’artista, dipinto per legato testamentario di Ernesto Cairoli, che aveva destinato una somma a un “dipinto di storia patria”; il destino volle che le 1.800 lire del lascito finanziassero il dipinto con la scena della sua morte. Si tratta dello scontro del 26 maggio 1859 con gli austriaci dei 3000 Cacciatori delle Alpi volontari guidati da Garibaldi. Cambia tutto rispetto a Induno e Fattori, qui spiccano i volti tesi nel momento del grave pericolo, i corpi nelle diverse posizioni dell’attacco, uno a terra senza vita. A destra davanti a tutti l’ultima immagine di Ernesto Cairoli appena colpito che si incurva all’indietro senza lasciare il fucile, con gli occhi socchiusi, “quasi ‘bloccato’ in una sorta di istantanea fotografica”, scrive Anna Villari; ci ricorda uno degli “scatti di guerra” di Tony Vaccaro, che “blocca” l’attimo estremo con una vera e propria istantanea fotografica, sensazionale come lo è questo “fermo immagine” da reporter di guerra, anche se l’artista, che morirà suicida nel 1869, non era stato sul campo di battaglia. Alle spalle di Ernesto la figura di Enrico Cairoli, che morirà a Villa Glori negli scontri con le truppe pontificie il 23 ottobre 1867, e dell’amico Pietro Magenta, in due atteggiamenti diversi molto dinamici. Come dinamica è l’intera composizione al contrario della staticità, anche voluta, di quelle commentate finora. Un’immagine che sembra ripresa dal vivo – anche se costruita con manichini e divise da atelier, come è stato riferito dai visitatori del suo studio – dove si disegnano senza retorica dei veri “ritratti del coraggio”, non letterari come quelli che procurarono a J. F. Kennedy il Premio Pulitzer, ma pittorici.

Eleuterio Pagliano, “Il passaggio del Ticino a Sesto Colombo dei Cacciatori delle Alpi il 23 maggio 1859
Eleuterio Pagliano, “Il passaggio del Ticino a Sesto Colombo dei Cacciatori delle Alpi il 23 maggio 1859”, 1865, 230 x 600 cm.

L’epopea dei bersaglieri, alla carica e in riposo

Un altro assalto, anch’esso cruento, con l’immagine del caduto nel momento in cui stramazza a terra colpito a morte, lo vediamo nel monumentale – quasi cinque metri per tre – “I bersaglieri alla presa di Porta Pia”, 1871, di Michele Cammarano, vicino al naturalismo napoletano e ai “macchiaioli”, dipinse lo storico episodio del 20 settembre 1970 di ritorno da Parigi sotto l’influsso del realismo di Courbet. La composizione è schiacciata sul grippo di bersaglieri che corrono lanciati nella carica con le ali ai piedi – sono sollevati rispetto al terreno – le piume al vento, i fucili con le baionette innestate e le trombe della fanfara, solo una striscia di polvere in alto e del terreno in basso, null’altro a differenza delle note ambientali degli altri dipinti di guerra volte a fissarne la località. E’ un realismo, quindi, a metà, preciso nei particolari delle divise e dei volti, anche se assimilati nell’espressione volitiva, ma assente in tutto il resto che identifica l’episodio bellico, nulla che richiami Porta Pia, Roma o quant’altro ad esso ricollegabile. Non c’è la drammaticità della “Battaglia di Varese”, neppure nel bersagliere che cade colpito rispetto a Enrico Cairoli ancora in piedi ma fulminato dalla pallottola e con la morte nel viso. E’ un quadro più celebrativo che epico, di taglio cinematografico, sembra di essere dietro la macchina da presa, piuttosto che dalla parte dove dovrebbero trovarsi i nemici, come in una parata; forse c’è retorica più che realismo, ma si deve anche dire che è questa l’immagine popolare più amata dei bersaglieri.

Dello stesso Cammarano c’è anche il “flash back” di quest’immagine – per usare il linguaggio cinematografico che gli si addice dopo il “taglio” della scena precedente – “I bersaglieri (il 19 settembre 1870)”, 1915, di poco più piccolo di quello appena citato. Atmosfera opposta, tanta agitazione e dinamismo nella “presa di Porta Pia”, quanta quiete e rilassatezza alla vigilia. Gli zaini sono allineati davanti allo steccato, i fucili raggruppati, ma soprattutto i singoli bersaglieri, in secondo piano rispetto al loro equipaggiamento, sono sorpresi a scherzare e conversare. Un ufficiale ripreso di profilo si rivolge a un sottoposto di spalle gesticolando, a fianco un assistente, ci sono anche dei gruppi e singoli militari con le più diverse espressioni, tranquille e anche gioiose. Taglio cinematografico anche questo, nei primi e secondi piani che fanno entrare nella composizione. E poi il cupolone e la città all’orizzonte, non è un solo un fondale, c’è chi lo indica e chi lo guarda. Tanto realismo in questa scena, senza retorica né raffigurazione simbolica. Forma una specie di “dittico” con l’altro dipinto, ma è stato eseguito quasi quarantacinque anni dopo, alla vigilia del grande conflitto mondiale della guerra 1915-18, Che la sua freschezza derivi dal ritorno della guerra?

Francesco Hayez, “Gli abitanti di Parga che abbandonano la loro patria
Francesco Hayez, “Gli abitanti di Parga che abbandonano la loro patria”, 1826-1831, 201 x 220 cm.

Due scene corali convergenti nell’epopea rinascimentale

L’iconografia monumentale della mostra presenta anche un dipinto altrettanto smisurato, sei metri per più di due, con una scena corale, “Il passaggio del Ticino a Sesto Colombo dei Cacciatori delle Alpi il 23 maggio 1859”, di Eleuterio Pagliano. 1865. Ritroviamo i Cacciatori delle Alpi garibaldini di “La battaglia di Varese” di Faruffini, nell’attraversamento del fiume compiuto nella notte del 22-23 maggio 1859 che fu un passaggio del Rubicone in quanto diede avvio alle ostilità con gli austriaci che avevano un presidio nella zona neutralizzato all’alba da un’azione preventiva. L’autore, che vi partecipò, crea un vero affresco nel quale trovano posto tutte le componenti di un evento arricchito dalla cronaca di toni celebrativi: un’umanità pittoresca si affolla sulla riva e sulle barche, come nell’Arca di Noè, è una massa scura con macchie rosse ma dai volti ben distinguibili mentre una figura indorata dalle luci dell’alba si erge luminosa al centro: è Garibaldi, con intorno i suoi luogotenenti, da Giacomo Medici comandante del reggimento che ha occupato l’avamposto austriaco, a Nino Bixio. Inoltre c’è il gotha dell’intelligenza e del patriottismo, compreso Ernesto Cairoli che abbiamo visto colpito a morte tre giorni dopo nella citata “Battaglia di Varese, con questo dipinto potrebbe formare un altro “dittico”; sono ritratti anche alcuni pittori tra cui Induno e lo stesso autore, e letterati come Ippolito Nievo. E’ un’umanità pittoresca anche nell’abbigliamento, non un esercito regolare pur se sono inquadrati dal generale Garibaldi; tuttavia non c’è animazione scomposta ma un’atmosfera sospesa di immobilità e di attesa. E’ stata scambiata per freddezza, quando invece c’è solennità, consapevolezza del momento: non è stato come varcare il Rubicone?

Per ultimo vogliamo commentare un altro grande dipinto della galleria monumentale, anche se dalle dimensioni minori, poco più di due metri per due. Si tratta del quadro di Francesco Hayez, “Gli abitanti di Parga che abbandonano la loro patria”, 1826-1831, che non riguarda il Risorgimento dei nostri pittori, cui è molto anteriore in senso cronologico, ma con la sua scena corale rappresenta un paradigma del diritto inalienabile dei popoli alla libertà. Le aspirazioni della città sulla costa greca furono sacrificate sull’altare della riorganizzazione geopolitica dell’Europa e la popolazione fu costretta all’esilio. Ugo Foscolo vi si immedesimò per la sua storia personale di esule e ne fece un’epopea, ponendo in primo piano la dignità del popolo che lascia la sua terra con le ceneri dei propri morti riesumati e cremati. Il fascino che esercitò il quadro di Hayez sugli italiani deriva, dalla identificazione in quel popolo senza patria, sorte in cui si sentivano accomunati. Lo stesso artista si raffigura al centro del dipinto il cui spirito di fratellanza tra i popoli ne fece un simbolo della Giovane Europa mazziniana. La scena, di grande qualità pittorica, ha un sapore biblico, i primi piani sono inondati di luce con la donna che ha in braccio un neonato; c’è l’invocazione al cielo, uomini e donne che si stringono, poi più in basso a destra la folla che si accalca sulla riva prima dell’esodo, dietro la grande rupe con la città arrampicata quasi in una reminiscenza giottesca.

Il popolo raffigurato smarrito ma volitivo e pieno di speranza ci sembra l’immagine più adatta per concludere una rassegna pittorica che all’epica associa l’umanità; e prepararci alla seconda parte della visita, quella che ci metterà in contatto con un’umanità vissuta e sentita in modo diverso.

E’ il momento di salire al piano superiore dove l’ambientazione cambia completamente: non quella della mostra, l’allestimento mantiene il tricolore avvolgente nell’intera galleria espositiva; bensì quella dei quadri che, non riproducono più i campi di battaglia ma – salvo qualche eccezione di movimenti di truppe o agitazioni di piazza – scene di vita familiare dove si vede che la partecipazione popolare era intima e silenziosa, fatta di attesa e anche di dolore, non per questo meno intensa. Ne parleremo prossimamente, vi troveremo il quadro scelto da Antonio Paolucci come “icona” della mostra, e da noi per questo messo in apertura: esprime il collegamento tra l’epica patriottica e questa partecipazione popolare intima e silenziosa.

Localizzazione delle opere esposte

  • Immagine 1, [Borrani ragazza che cuce] ,Viareggio, Istituto Matteucci.
  • Immagine 2 [Cernaja], Milano, Fondazione Cariplo.
  • Immagine 3 [Magenta], Milano, Museo del Risorgimento, Foto  Saporetti, Milano.
  • Immagine 4 [Varese], Pavia, Musei Civici del castello Visconteo, part.
  • Immagine 5 [Porta Pia], Napoli, Museo di Capodimonte.
  • Immagine 6 [Pagliano, Ticino], Varese, Musei Civici, part.
  • Immagine 7 [Hayez, Parga], Brescia, Musei Civici d’Arte e Storia.

Ringraziamenti

Si ringraziano Skirà Editore e i Titolari dei diritti per le immagini prese dal Catalogo”1861– I pittori del Risorgimento”, a cura di Fernando Mazzocca e Carlo Sisi con la collaborazione di Anna Villari, Skirà Editore, settembre 2010, dal quale sono stati tratti anche i commenti dei critici citati.