Aspettando il Festival del cinema di Roma… che si svolgerà dal 28 ottobre al 5 novembre 2010: possiamo iniziare così il racconto di due serate di cinema molto particolari, svoltesi per iniziativa e con la partecipazione autorevole di Graziano Marraffa che alla competenza e alla passione unisce un’intensa e meritoria attività di operatore nel settore. Ha fondato l’Archivio Storico del Cinema Italiano di cui è presidente, con la finalità di valorizzare il patrimonio cinematografico nazionale conservandone la memoria storica, che mette a disposizione la propria vasta raccolta di materiale e organizza eventi culturali: mostre e retrospettive, convegni e conferenze, incontri e dibattiti.
Dopo il Colosseo, Liz Taylor all’Arcadia delle Muse
La prima serata è stata giovedì 14 ottobre, ci siamo stati dopo essere saliti al Terzo anello del Colosseo ed essere scesi negli Ipogei nell’anteprima dell’apertura per la stampa con l’intero stato maggiore del Ministero per i beni e le Attività Culturali, dal ministro Bondi e sottosegretario Giro al Commissario e segretario generale Cecchi e al direttore generale Resca. Ed è stato significativo che la giornata iniziata con il Colosseo sia terminata con l’omaggio a Elizabeth Taylor, legata alla romanità dalla sua Cleopatra che ha segnato un momento storico non tanto nell’arte cinematografica quanto nel costume, nel mondo del cinema e del divismo: quello della “Hollywood sul Tevere”. La ciliegina sulla torta è stata la “location” della serata, l’“Arcadia della Muse”, il delizioso cafè letterario nei pressi di palazzo Barberini, con la Fornarina di Raffaello sublime vicina di casa.
Raccontiamo il seguito della visita al Colosseo – già narrata il giorno dopo nei “venerdì di Archeorivista” sulla consorella www. archeorivista. it – come se continuasse la storia di Roma. Di Cleopatra si è parlato nella serata dedicata a Liz, l’occasione è stata la presentazione del libro appena uscito “I film di Elizabeth Taylor”, colmando una lacuna nelle famose monografie dell’Editore Gremese e completandone la galleria di interpreti con la filmografia completa dell’attrice in singole schede che conciliano completezza e sinteticità e sono il distillato del vastissimo materiale raccolto negli anni dall’autore Claudio Manari. E’ l’animatore delle serate dedicate al cinema all’“Arcadia delle Muse”, dall’alto della sua riconosciuta competenza non solo enciclopedica ma passionale, anzi viscerale; perché sapere tutto di ogni film di qualunque attore o regista e declinarlo con la luce negli occhi è cosa più unica che rara; e organizza eventi culturali negli altri campi di cui è competente e appassionato, dall’arte – soprattutto antica – all’archeologia.
Ebbene, si è parlato del libro e della superstar dagli occhi viola già sul set a 10 anni e lanciata a 11 in “Torna casa, Lassie!” seguito l’anno dopo da “Gran Premio” con Mickey Rooney, e a 17 anni da “Piccole donne”, a 19 in “Un posto al sole”, la “tragedia americana” con Montgomery Clift. E’ solo l’inizio precoce, il seguito sarà altrettanto travolgente. Si parte da “Cleopatra” superando quest’immagine della Taylor riduttiva per l’attrice anche se esaltante per la diva. Alla mostra dei gioielli di Bulgari si restava abbagliati dinanzi alle sfolgoranti “parure” dei verdi smeraldi regalateli da Richard Burton, all’esplodere del loro amore, eguagliati solo da quelli al collo di Gina Lollobrigida. In una vetrina antiproiettile non lontana i gioielli che le regalava, sempre nel soggiorno romano, il marito Eddie Fisher, giallini e scialbi, non c’era partita. Peraltro “Bulgari” era la sola parola in italiano che aveva imparato, si disse, ma non fu solo questo il contatto con Roma. .
Oltre all’autore Claudio Manari, ne ha parlato Graziano Marraffa ricordando le fasi in cui si può dividere la vita artistica della Taylor, e i suoi legami con Roma, l’inizio fu un’assenza, la mancata partecipazione a “Vacanze romane”, e una presenza minore, da semplice comparsa nel kolossal “Quo Vadis”. Poi tornerà e non solo per ”Cleopatra”. Si parla di “Identikit” di Patroni Griffi, del suo modo di interpretare una forte depressione che porta alla crisi d’identità fino all’autodistruzione in un delitto commissionato a Villa Borghese. Vi aleggia qualcosa di Antonioni e dell’alienazione.
Nella serata scorrevano di continuo sullo schermo immagini della diva unite a quelle dell’attrice, in una compilazione essa stessa pregevole, che andrebbe unita al libro in un Dvd coinvolgente. L’ambiente intimo, la presenza di oggetti d’arte e libri rari, le stesse tartine e i drink hanno dato all’incontro un tono quasi familiare, sembrava una festa in famiglia con lei presente nelle vesti di Cleopatra nel quadro impreziosito dai materiali, autore Ciro Cellurale, artista titolare dell’Arcadia.
Raccontare gli innumerevoli aneddoti della vita dell’attrice e i particolari dei suoi numerosi film sarebbe impossibile, c’è la pubblicazione a darne un quadro completo, ancor più rimarchevole perché, come già accennato, è la sintesi di un materiale ben più copioso raccolto negli anni non per la circostanza ma per la passione cinematografica e la particolare predilezione verso la diva che lo ha gratificato di una dedica affettuosa in apertura del libro; le radici sono dunque profonde e lontane nel tempo, alimentate di continuo dall’interesse per una diva inquieta nella vita, come mostrano gli otto matrimoni, quanto nell’arte cinematografica, come mostra la caratura di certi suoi personaggi.
Nella vita cercava un appoggio forte, un punto di riferimento sicuro, lo aveva trovato in Mike Todd, dice Marraffa, il terzo marito che perdette troppo presto, seguì il debole Eddie Fisher, poi ci fu la storia d’amore con Richard Burton, .travolgente dal set di “Cleopatra” nel 1963, tempestosa con il divorzio del 1974, il ritorno di fiamma del nuovo matrimonio del 1975 e il divorzio finale del 1976. L’accenno alla vita privata non è stato per l’acquiescenza al gossip, ma perché la sua inquietudine si ritrova sullo schermo nei personaggi al di fuori di quelli con il cliché della diva.
Nel cinema, dopo il precoce inizio come bambina prodigio che abbiamo ricordato, a parte i divismi ha impersonato le inquietudini della donna borghese americana, il suo dramma esistenziale; molto di quanto messo in scena a teatro da Tennessee Williams si ritrova in tanti suoi film.
Marraffa sottolinea a lungo questo aspetto che ci fa apparire la diva in una luce di attrice ben più fulgida di quanto ci sembrasse prima di questa serata, forse i riflettori sulla diva l’avevano soverchiata. Le immagini sullo schermo dell’“Arcadia delle Muse” ci ripropongono le sue intense interpretazioni, e sono tante che preferiamo rinviare al libro di Claudio Manari. Ci limitiamo a citare negli anni dal 1954 al 1960, 6 film di grande spessore, dall’“L’ultima volta che vidi Parigi” a “Il Gigante”, da ”L’albero della vita” a “La gatta sul tetto che scotta”, da “Improvvisamente l’estate scorsa” a “Venere in visone”, un set tennistico irresistibile con registi del calibro di Stevens e Dmytrik, Brooks e Mankiewicz, fino a Mann che le fece avere il Premio Oscar. Sono grandi prove di attrice che preparano l’esplosione delle espressioni di gossip e divismo altrettanto grandi culminate tre anni dopo nel set romano del kolossal disastroso sul piano dei conti. Ci sarà nel 1966 un ritorno all’inquietudine e a toni intensi in “Chi ha paura di Virginia Woolf” di Nichols; e nel 1980 la gustosa interpretazione quasi di se stessa in “Assassinio allo specchio” di Hamilton.
The end con dignità nel cinema,. poi il passaggio al teatro e alla televisione, la classe non è acqua..
Al Cinema Trevi è di scena Vittorio Gassman
Aspettando il Festival del cinema… abbiamo detto all’inizio. Con Graziano Marraffa non ci si annoia nell’attesa, dopo l’“Arcadia delle Muse” a parlare di Liz Taylor, eccolo al Cinema Trevi a parlare di Vittorio Gassman. Chiamare cinema lo storico locale è riduttivo, è già un’emozione visitarlo. Non solo perché è vicino alla storica fontana, riecheggiano le note della canzone e tornano le immagini del film che la vedono al centro della vicenda; si trova su un imponente complesso archeologico a cielo aperto, gli scavi illuminati sono visibili attraverso grandi vetrate dall’interno stesso del cinema, più unico che raro anche questo: ne siamo rimasti colpiti al punto da decidere seduta stante di tornarci per visitarli e poi raccontarli in un prossimo “venerdì di Archeorivista”.
Dire Cinema Trevi vuol dire anche evocare la Cineteca Nazionale e il Centro Sperimentale di Cinematografia, per il quale salutammo il parziale salvataggio dai tagli dissennati delle risorse che avrebbero compromesso un patrimonio di enorme valore storico e artistico dopo aver dato conto e aver appoggiato sulla rivista consorella www. abruzzocultura. it le proteste e le manifestazioni del mondo della cultura tutto unito nell’opporsi agli interventi iniziali di decimazione indiscriminata.
Il collegamento con queste istituzioni consente al Cinema programmi d’“essai” di grande spessore. Bastino i titoli dei cicli di ottobre: dall’1 al 10 La situazione comica (1934-1988); nella seconda decade Sguardi sul Tibet, Don Giovanni dissol(u)to, Figure del femminile tra cinema e psicanalisi, Una rosa di guerra, l’incredibile storia della Rosa di Bagdad; nella terza decade Roma tra cronaca e film, Omaggio a Piero Vivarelli, RomaIN pellicola e Le notti pazze della dolce vita.
Nello scorrere i titoli dei film si resta affascinati, è storia del cinema in visione a ciclo continuo, proiezioni plurime nella stessa giornata, a ritmo serrato, ne abbiamo contato 90 condite di presentazioni nell’arco del mese. Ancora non abbiamo citato la sezione dedicata a Vittorio Gassman, un mattatore scatenato, che ha aperto la seconda decade con “Il cavaliere misterioso” e “Riso amaro”, ed è culminata nella serata del 24 ottobre nell’incontro moderato da Graziano Marraffa con Giancarlo Scarchilli regista e autore di “Vittorio racconta Gassman – Una vita da mattatore” recentissimo del 2010, in anteprima nazionale a Venezia. Nel pomeriggio si era creata l’atmosfera per l’incontro della serata con “Il potere del male” e “Di padre in figlio”, il giorno precedente con “Caro papà”, “In nome del popolo italiano” e “Profumo di donna”. E’ tutto dire.
Marraffa, dopo aver delineato la figura dell’attore, ha colloquiato con Giancarlo Scarchilli che ha raccontato con dovizia di particolari l’esperienza vissuta nel girare il film autobiografico nel segno di un’antica amicizia che gli ha fatto frequentare casa Gassman quando Alessandro era un bambino, e ora nel film ha un ruolo di guida nel mondo così complesso e variegato dell’arte del padre: un mattatore prorompente nelle sue molte vite che vengono analizzate dall’interno per la vicinanza del regista che ne fa un testimone diretto, non solo un autorevole commentatore. Nel film-documentario ci sono tante altre testimonianze, anzi doveva essere impostato su questi ricordi, più di quaranta attori e registi avevano aperto la loro memoria, poi si è pensato che il nucleo fondamentale dovesse essere la propria memoria. Per questo è stato intitolato “Vittorio racconta Gassman” e non “Viva Gassman!” com’era nel progetto iniziale, non si tratta di una celebrazione, ma di un’introspezione.
“E’ stata una idea di Vittorio – dice Scarchilli – raccontare il rapporto tra padre e figlio e anche il mestiere di attore”. La svolta fu l’incontro con Kean: aveva portato sulla scena nel 1955 “Kean, genio e sregolatezza” di Dumas padre, e questo fu forse lo stimolo iniziale che doveva rafforzarsi fino a farlo uscire dal cliché del teatro classico per le sue altre vite. Quella televisiva con “Il mattatore” del 1959 dove faceva cose più adatte a un giocatore di basket, quale egli era, che al severo attore dalla voce impostata e l’atteggiamento grave che interpretava “Otello” e “Amleto”, “Oreste” e “Adelchi”: però amava aggiungervi il teatro moderno, come “Un tram che si chiama desiderio”, e lavorava con registi come Squarzina e Visconti. Se nel 1955 fonda la propria compagnia, pochi anni dopo si lancia nell’impresa del teatro popolare, con i 4000 posti del Teatro Tenda al Parco dei daini di Villa Borghese, una scommessa impossibile che vinse alla grande.
Fa sorridere pensare che non voleva fare teatro, tanto che fu la madre a iscriverlo all’Accademia d’arte drammatica; e da sportivo, atleta di basket agonistico, aveva la respirazione polmonare e ci volle molta fatica per fargli acquisire quella teatrale che fa leva sul diaframma. Sembra anche paradossale che non fosse una “attore naturale”, e forse la faticosa costruzione, fino alla costrizione, è stata pagata cara nella sua vita reale: con la depressione ricorrente che lo affliggeva. Ma non c’è solo teatro classico, spazia nei generi, nel 1977 abbiamo “Affabulazione”, fino allo straordinario canto del cigno “Ulisse e la balena bianca” nel 1992. Per non parlare della bottega fiorentina di teatro con la quale ha passato il testimone ai giovani, oltre che al figlio Alessandro.
Come per il teatro, anche per il cinema Marraffa e Scarchilli prendono avvio dai dati più esteriori della sua figura per scendere poi in profondità. Abbiamo parlato della respirazione polmonare che all’inizio lo ostacolava sulla scena, sul set l’ostacolo iniziale veniva dal suo volto regolare e affilato, dalla figura slanciata e aitante, che ne facevano l’immagine del cattivo e del mascalzone, quando negli anni ’40 i protagonisti erano biondi dai lineamenti dolci. In “Riso amaro” del 1949 se ne trova la massima espressione, come in “Guerra e pace”: il ruolo è basato sulla fisognomica.
Ma questo non lo turbava, nella prima fase il cinema lo interessava soltanto perché gli forniva i mezzi economici per il teatro, tanto che cercava di sciogliersi dal contratto con gli americani, dopo lo sbarco a Hollywood che a tutti gli attori, giovani e non, sarebbe apparso la più grande fortuna.
Finché Mino Monicelli, dopo avergli visto impersonare dodici personaggi sulla scena, intuì le sue enormi potenzialità nel versante opposto di attore comico e popolare, e provvide al “travestimento” in “I soliti ignoti”, del 1958: un pugile suonato e trasfigurato nei capelli e nel viso, con tic che ne facevano una maschera; in più gli furono affiancati attori sperimentati come Totò e Capannelle, Mastroianni e Salvatori che garantivano al produttore la comicità. Fu invece quella sua a sfondare e con “La Grande guerra” dell’anno successivo ebbe la consacrazione. Passeranno sette anni e Monicelli torna a dirigerlo in “L’armata Brancaleone”, surreale cavalcata in tutti i sensi nella comicità mista al paradosso, Gassman indossa di nuovo una maschera, cavalleresca e in costume.
A proposito di “La Grande guerra”, il duetto tra Marraffa e Scarchilli offre un’originale lettura dell’evoluzione divergente nelle carriere dei due grandi protagonisti, Sordi e Gassman: “E’ stato come un passaggio di testimone, Sordi si allontanerà dalla comicità per ruoli sempre più drammatici – culmineranno nella tragedia in “Il borghese piccolo piccolo” - mentre Gassman sarà sempre più preso dai ruoli comici, diventando il campione della commedia all’italiana, senza più trasformazioni in senso grottesco del suo viso, ma con il suo sorriso”.
Ne fu artefice soprattutto Dino Risi con “Il sorpasso”, del 1962, sul quale viene rivelato il particolare significativo che il protagonista doveva essere Sordi, ma rifiutò dicendo di non accettare perché non voleva fare “tanta fatica in tutto il film per rendere simpatico l’altro”. Altro successo strepitoso, trecento milioni di lire spesi, due miliardi di incasso, cifra allora stratosferica. Risi fece il bis l’anno dopo con “I Mostri”, altro ritratto dell’italiano nel clima esaltato del boom economico; replicò più avanti, nel 1971, con “In nome del popolo italiano”, una forte denuncia del potere di qualunque natura, anche di quello giudiziario – il magistrato addirittura vuole far sparire le prove per non essere contraddetto – e approdò ai toni drammatici in “Profumo di donna” nel 1974.
Monicelli aveva scolpito in Gassman una maschera, Risi non ne aveva bisogno per rappresentare in lui il cialtrone disinvolto che aveva reso celebre Sordi, concludono a due voci Marraffa e Scarchilli.
Nello stesso anno di “Profumo di donna” irrompe Ettore Scola, prima era stato sceneggiatore divenutogli amico, poi per amicizia passa a dirigerlo. “Ha inizio, dice Marraffa, una galleria di personaggi vulnerabili e indifesi, quasi volesse esprimere la propria fragilità naturale, quasi volesse interpretare se stesso”. “C’è tutta la complessità a 360 gradi del grande attore, la manifesta anche nel cinema dopo avere coperto tanti ruoli nel teatro, da quello classico a quello popolare, fino alle esibizioni acrobatiche e irridenti televisive” dice Scarchilli. E’ una poliedricità sconosciuta da noi, che non troviamo neppure nel mondo americano dove c’è di tutto. “Alla quale corrisponde una profonda autenticità, come nella vita: ha avuto quattro figli da quattro donne diverse, che ha sposato non sovrapponendo storie e amori ma vivendone ognuna nel suo tempo”. Con onestà, merce rara.
A questo punto la sorpresa: invece del racconto autobiografico “Vittorio racconta Gassman – Una vita da mattatore” c’è stato il film “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola, che rende alla perfezione la nuova svolta dell’attore. Ne dà uno spaccato significativo nello scorcio di un’Italia che impietosamente guarda dentro se stessa e rivela profonde inquietudini in un’introspezione psicanalitica nella quale lui rappresenta il fallimento esistenziale con toni così intensi e veri da farvi sentire un’autobiografia delle proprie depressioni reali e ricorrenti. Lo stesso film ci dà al contempo il Gassman sfrontato e sicuro della commedia all’italiana – e torna il cialtrone affarista e imbroglione impersonato da Sordi – e l’animo fragile e smarrito, in definitiva sconfitto dalle proprie debolezze e contraddizioni. Con uno straordinario Nino Manfredi invece forte della sua debolezza consapevole e Stefano Satta Flores nell’intellettuale egoista e in fondo disonesto; tra questi vasi di ferro una Sandrelli deliziosamente smarrita e sballottata dalla vita è il vaso di coccio predestinato che però trova il suo spazio vitale. Il film è del 1974, potrebbe essere anche di oggi e Marraffa lo colloca ai vertici tra i film che raccontano il nostro paese. Seguirà nel 1987, sempre di Ettore Scola, “La famiglia” con un grande figura di patriarca. Gassman entra nella storia del cinema e alla figura di straordinario interprete della commedia all’italiana aggiunge un nuovo intenso spessore e rilievo.
L’applauso finale della platea del Cinema Trevi, prima attenta alle parole del regista Scarchilli e del moderatore Marraffa, poi stretta dall’emozione di “C’eravamo tanto amati”, è stato liberatorio. All’uscita sono proseguite le discussioni. Restano scolpite alcune parole che segnano dilemmi e lacerazioni: “Vincerà l’amicizia o l’amore?” E ancora: “La scelta è tra essere onesti o felici”. A stare alle inchieste pubblicate in questi giorni sui tradimenti nella coppia” è “la seconda che hai detto” quella giusta. Già allora con “C’eravamo tanto amati” si era centrata la risposta.
L’odissea dei trasporti nelle notti romane: una domanda a Roma Capitale
Valeva la pena seguire tutto fino all’ultimo, anche se si è dovuta poi affrontare l’odissea post-spettacolo delle notti romane - con la sola eccezione del venerdì e sabato – quando i mezzi pubblici terminano alle 23,30, si chiudono i cancelli della metropolitana e occorre affidarsi alla lotteria del Servizio notturno, “rara avis” che lascia tutti per strada in un’attesa interminabile.
Per quali e quanti spettacoli ne varrà ugualmente la pena? E perché c’è da pagare questo scotto insopportabile al diritto di partecipare alle tante rappresentazioni teatrali e cinematografiche nel centro di Roma? E’ una domanda che rivolgiamo a chi mantiene questa assurda eclisse dei trasporti nell’ora in cui terminano gli spettacoli, una ottusa e inammissibile punizione per chi ama la cultura e l’arte senza che vi sia una ragionevole giustificazione. Il Ministero per i Beni e le Attività culturali lavora per l’apertura notturna dei Musei, che realizza già con i “Martedì per l’Arte” aperti fino alle 23, e ne abbiamo dato conto. Ma se poi mancano i mezzi pubblici per tornare a casa dopo i Musei nei martedì, e anche negli altri giorni dopo cinema e teatro, a che valgono sforzi e iniziative?
Basterebbe estendere all’intera settimana gli orari dei trasporti di venerdì e sabato notte, deve essere possibile. E’ così difficile? Rivolgiamo la domanda alle autorità di Roma Capitale e speriamo di avere una risposta, gli amanti del cinema e del teatro vogliono sapere. Ci sentiamo di dire che la rivolgiamo nel nome di Vittorio Gassman, questa domanda la farebbe anche lui che creò il Teatro Tenda al Parco dei daini di Villa Borghese: un teatro popolare di gente che non usa prendere il taxi.





Caro Romano, un bellissimo articolo come sempre, impreziosito dal tuo magnifico modo di raccontare gli eventi, riuscendo sempre a cogliere la parte più intima degli stessi.
nel caso mio, e dell’Arcadia delle Muse, si può senz’altro affermare che è il nostro ” marchio di fabbrica “. Come autore del libro, hai colto la mia passione per la settima arte, e nel caso specifico, la mia particolare adorazione per la diva in questione. Come sai sin dall’adolescenza, Elizabeth Taylor ha per così dire, turbato i miei sonni e nel contempo allietato il mio avvicinamento al cinema. Grazie a lei, ho incominciato a vedere e soprattutto a voler conoscere nei dettagli i film dell’età d’oro successivamente allargando le mie conoscenze nel campo. Con l’arrivo a Roma ed il concretizzarsi di un sogno ho avuto modo di conoscere persone come Graziano Marraffa che hanno contribuito e continuano a contribuire alle mie conoscenze. Ebbene si hai colto ogni sfumatura del mio intervento, di quello di Graziano e hai nuovamente “centrato” l’obiettivo! Nel tuo racconto non trascuri giustamente la maestria di Ciro Cellurale che con i suoi dipinti accompagna ogni evento dell’Arcadia delle Muse e nel caso di Elizabeth Taylor ha saputo trasferire sulla tela tutta la bellezza e la regalità del personaggio Cleopatra/LIz. Un bellissimo e doveroso omaggio a Elizabeth Taylor e a Vittorio Gassman che, attraverso la serata a lui dedicata da Graziano Marraffa, è praticamente ritornato fra di noi con la sua monumentale presenza e con la sua ineguagliata bravura, sia sullo schermo che sul palcoscenico. I due attori insieme nel film Rapsodia condivisero lo schermo e costituirono una coppia eccezionale seppure in una pellicola che non ebbe una grande eco.
Nei ricordi di Elizabeth, Gassman rimane un partner di grande signorilità, fascino e enorme talento. Così come per noi tutti, entrambi rappresentano quell’arte così particolare di rappresentazione della realtà che è il cinema.