Al Vittoriano a Roma dal 19 febbraio al 16 marzo la mostra dell’“altra ceramica” rispetto a quella abruzzese di Castelli, a Teramo, che orna di paesaggio o “fioraccio” piatti e anfore, servizi e oggetti di arredamento: con Giorgi oltre a quadri e piatti la materia prende la forma di pannelli e sculture, anche installazioni, lo stile ha echi cubisti e futuristi, con il colore c’è il bianco e nero.
Il riferimento a Castelli è d’obbligo per gli abruzzesi, ne abbiamo parlato con lo stesso Giorgi che ne ha grande considerazione, tra l’altro fa le vacanze ad Alba Adriatica, vicino Teramo, quindi è di casa. La sua strada nella ceramica è stata diversa anche per una storia personale che all’attività di artista unisce quella di docente e operatore, designer e consulente industriale, e lo ha portato a un’attività di ricerca e sperimentazione nelle tecniche e negli impieghi espressa poi nelle sue opere.
La matrice umana e artistica
L’inizio è stato comune a quello di tanti ceramisti di Castelli, la rinomata località teramana: la Scuola d’Arte Ceramica. Lui ha frequentato quella di Civita Castellana dall’età di dieci anni e ancora non c’era la scuola media unica. Poi il Liceo Artistico a Roma, docente Renato Guttuso, quattro anni che segnano la vita anche perché al rapporto scolastico si aggiunge quello personale.
“Disegnare dal vero sotto la sua guida – ricorda l’artista – non significava soltanto riprodurre le sembianze del modello, ma capire e riuscire ad esprimere, con tratti, toni e chiaroscuro, la realtà di una figura o di un paesaggio in tutte le sue possibili sfaccettature”. L’influenza è tale che Giorgi si trova a dipingere con un neorealismo a imitazione di Guttuso, e anche a fare politica, fino a quando ottiene l’insegnamento di materie artistiche che lo riporta alla ceramica dove la forma espressiva è diversa dal dipinto, per cui può seguire la propria ispirazione senza schemi stilistici prefissati.
La successiva direzione di un Istituto d’Arte del Garda lo mette in contatto con i giovani emergenti, entra nel gruppo di Bruno Munari. Le attività di designer e consulente lo fanno entrare nel mondo della produzione industriale, dove esplora tutte le possibilità di espressione della produzione ceramica penetrandone i segreti; inoltre sperimenta nuove forme di utilizzo delle creazioni artistiche che offrono molteplici modi applicativi anche nella quotidianità meno praticata dalla ceramica.
Un impegno notevole il suo, che in quarant’anni di intensa attività si è tradotto in quindici mostre personali, da Civita Castellana a Viterbo, da Orvieto a Firenze, da Torino a Milano, da Messina a Roma. E in notevoli riconoscimenti , ne abbiamo contato almeno dieci tra premi a concorsi ceramici anche internazionali, acquisti d’onore, medaglie e targhe d’oro. Un prestigioso “cursus honorum”.
La manualità creativa di Giorgi
Nasce da qui la grande varietà della sua produzione, l’altra caratteristica saliente della sua opera oltre quella della maestria tecnica, che la mostra del Vittoriano valorizza dando il giusto risalto alla sua personalità definita “poliedrica” da Maria Teresa Benedetti, che ha curato la mostra. Perché è “ceramista, pittore, designer, docente e consulente industriale”; per noi è “poliedrico” anche il modo con cui questa personalità si manifesta nella produzione artistica, e la mostra ne è la prova.
Per meglio apprezzarne i risultati ascoltiamo dalle sue parole le difficoltà che incontra il lavoro dell’artista ceramico: “Non sono ammesse improvvisazioni, non è consentita una violenza paragonabile a quella di uno scalpello su un blocco di marmo, o di una pennellata rabbiosa su una tela. Né il risultato può essere immediato e definitivo”. Tante negazioni, ma cosa occorre in positivo? “Si richiede pazienza e soprattutto serenità interiore, insieme alla capacità di affidare all’immaginazione quanto ci si propone di far risultare ad opera compiuta”.
Un’opera che incontra una serie di problemi pratici: “I tempi tecnici non possono essere predeterminati” per la complessità delle diverse fasi della lavorazione le quali “concorrono in modo autonomo a determinare il risultato finale” e possono comportare, “se l’opera è complessa, giorni, settimane, mesi”. Giorgi le enumera: modellazione ed essiccazione della creta, prima cottura e smaltatura, seconda cottura ed eventuale applicazione di lustri metallici con una terza.
Nella prima fase ci si confronta con l’“instabilità della materia allo stato plastico” che richiede di tornare sul lavoro compiuto; nella seconda con gli “shock termici” che possono deformare la creta modellata, nella terza con la diversità degli smalti prima e dopo la cottura: ne deriva l’imprevedibilità del risultato che forse è un aspetto del tutto peculiare in campo artistico.
“Ognuna di queste operazioni, spiega Giorgi, necessita di un continuo esercizio d’immaginazione, che ha come punti di riferimento l’idea della forma e l’intuizione del risultato”. E aggiunge: “Ci si accosta ad esse con rispetto e umiltà e si chiede loro di assecondare il nostro spirito creativo, pronto anche ad accettare le sorprese della trasformazione degli elementi costitutivi”.
Una vera e propria lezione di chi, docente d’arte ed esperto nei processi industriali, trova modo di imparare da ogni operazione, con l’entusiasmo del neofita: “L’apertura di un forno dopo la cottura crea sempre curiosità, ansia, emozione. Si rigira tra le mani il pezzo ancora caldo, lo si accarezza delicatamente, si osservano i colori, gli effetti, ma presto si pensa al lavoro successivo”.
La mostra la divide in quattro sezioni, materia e forma, bianco e nero e colore, non nettamente differenziate, in ognuna ci sono opere che potrebbero far parte anche di altre sezioni. In tutte troviamo una molteplicità di espressioni e artistiche e utilizzazioni pratiche: piatti e oggetti, sculture e pannelli, contenitori e installazioni, che Alessandro Nicosia, presidente di “Comunicare Organizzando” cui si deve il pregevole allestimento, così definisce: “Installazioni e sculture, che danno alla ceramica una dimensione quasi monumentale, piatti che travalicano completamente la propria destinazione quotidiana diventando tavolozze che ribollono di materia creatrice, contenitori che si torcono in spirali ardite”.
A questo punto non resta che visitarla nei grandi saloni a pianterreno del Vittoriano dove di recente erano esposte le dolci vedute della Campagna romana. Si apprezza subito una peculiarità: titoli lapidari quasi tutti di una sola parola, e nessun “senza titolo”, una rarità l’uno e l’altro.
Materia
Per mera convenzione, una dedica più che un’attribuzione, alla “materia” appartengono opere molto diverse tra loro, dal “Rudere”, una specie di grande installazione di mattoni ceramici con un disegno variopinto, alla “Frattura” che è un piccolo quadro di maiolica. La “Focale” e il “Rilievo metallizzato” sono due piatti scolpiti: il primo con una raggiera, il secondo con grumi di materia.
Due quadri di maiolica smaltata rappresentano la “Corteccia” con le sue rugosità, e il “Fiume” con i suoi colori, mentre la “Battaglia” è un bassorilievo in maiolica con piccole forme umane accavallate. Cambia del tutto conformazione con il “Ricciolo”, una grande conchiglia smaltata con “smalti screziati” e la “Figura”, scultura in maiolica smaltata, sembra di vedere Enea e Anchise.
Forma
Alla sezione “forma” appartiene più di un terzo delle 70 opere esposte. Troviamo quattro bassorilievi in maiolica dei quali in forma di quadro “Bozzetto”e due “Maitani studio” che fanno pensare al “Laocoonte”, e di piatto l’intrico di figure di “Pier delle Vigne”, tutti di tonalità chiara.
Le altre opere assumono conformazioni molto diverse, come le sculture in maiolica: dai due pezzi del “Cavallo” all’evocativo “Continua”, dai circolari “Perla” e “Omero”, ai verticali “Stele” e “Ali bianche”, un gabbiano che si libra da una guglia su una leggera base circolare per metà verde; e le scultura in terraglia bianca del “Bozzolo” e della “Bocchetta” con figure candide su uno sfondo scuro e quella in “fire clay” di “Arredo urbano”.
Poi ci sono quelle definite “forma” come la sezione, con la precisazione “in maiolica”: si va dal “Diagonale” a “Forma turchese”, da “Mandorla” a “Colature”, da “Lumaca” in giallo e rosso a “Occhio” in turchese, fino ai rossi-bruni “Baccello” e “Pentola”. Una voluta grigia “Rame” e due figure di piatti, in una con un “Pesce” stilizzato dal grande occhio. Colori appena percepiti, sul beige e marrone, salvo il giallo-rosso smorto e i due vivaci turchesi.
Bianconero
La materia e la forma si sono espresse in conformazioni materiche con maiolica senza colore o su bruni contrastati con il bianco, fino a dei rossastri intervallati ancora ai bianchi: prevalenza dei primi in alcune composizioni, un ricordo della terra rossa di Civita Castellana? Mentre in altrre, due nella “forma” e le altre nella “materia”, irrompe un rutilante turchese.
Questa sobrietà coloristica diventa ancora più spartana nel “bianconero”, dove solo il volo dei bianchi gabbiani in un cielo nero è percorso da strisce di rosso; altrimenti tutt’al più un verdastro scuro interviene nella sostanziale bicromia, anzi acromia delle composizioni. Non si pensi a delle eccezioni, anche qui quadri e pannelli, forme e sculture, una stele e due installazioni, quindi la gamma compositiva dell’artista. Il vetrochina e la maiolica, raramente la porcellana, si alternano nella scelta materica.
Nei quadri emergono figure stilizzate, quasi oniriche, in “Danza” le sagome delineate richiamano vagamente Matisse, in “Voli” e “Rondine” leggere reminiscenze picassiane, che si allontanano in “Pianeta rosso”, mentre “Uccello” ricorda i profili bidimensionali egizi. Il pannello in “fire clay” “Gara” mostra figure appena delineate, il compasso di gambe ci riporta a Matisse, di “Gabbiani” abbiamo già sottolineato le striature rosse che fanno eccezione al cromatismo bianconero.
Le due forme in maiolica esposte rimandano alla prima sezione, “Chiaroscuro” a “Mandorla”, “Etnico” a “Forma turchese” pur nel radicale oscuramento del colore.
Nelle sculture il bianconero si esprime in una varietà di raffigurazioni: “Equilibrio” ha lo stesso gabbiano che si libra sulla guglia di “Ali bianche” ma su una base più pesante e senza colore. In “Scheggiato” vediamo una torre con delle lacerazioni, mentre “Torsione” e “Torsione plastica” esprimono visivamente l’energia che piega la materia. In quattro grandi piatti, veri supporti circolari, la scultura si esprime con l’inquietante zig zag di “Faglia” e i rassicuranti rilievi di “Tastiera”, , l’intrico umano appena delineato di “Fuga” e il ritorno delle rondini di “Strati”.
La stele in “fire clay” si erge per quasi due metri, intitolata proprio “Stele”, colpisce la sua trasparenza cristallina, mentre le due installazioni quasi riassumono la sezione anche con i loro titoli, “Struttura” e “Bianconero” e ci fanno entrare nella sezione che volutamente abbiamo lasciata per ultima, quella del “colore”.
Colore
“Brillano i dipinti, eseguiti su superfici ceramiche investite da fluidi colori, a costituire un preciso segnale della circolarità delle arti, ben al di là di gerarchie di generi”, scrive la già citata curatrice Benedetti. Sembra anche a noi, i colori sono “fluidi” e la loro compresenza li fa brillare: si vedono fluire in una mescolanza che fissa cromie contrastanti ma amalgamate in perfetta assonanza. Questo si riscontra soprattutto con le opere con cui concluderemo la visita, soprattutto le installazioni.
Ma prima diamo conto di quelle più tradizionali, per così dire, e cosa più di “Tubero”, forse nel segno della sua essenza primordiale? E’ soltanto sfiorato dal colore, con un bruno su bianco incontrato nella sezione “forma”, dove si sarebbe potuto collocare accanto a “Pesci” o “Pentola”.
Rendono onore alla collocazione le altre due forme, “Lustri” con vaghi segni del tempo circonfusi di celeste, ed “Esotico” dove la st 1essa forma smaltata quasi a conchiglia chiusa è ripartita in settori con segni che ricordano iscrizioni etniche.
Troviamo di nuovo nelle sculture i piatti, forme circolari dove spicca il rilievo all’interno, però ora il colore è prevalente. Così in “Raggiera” che sembra liberare il colore seminascosto in “Focale”, mentre “Ruote” ed “Espressione” si avvitano intorno al tema visibile: nella parte superiore per il primo, al centro per il secondo. “Sole nero” non si avvita ma lievita da una terra spaccata, come le forre di Cinita Castellana. che si va dissolvendo verso un sole cupo, dal quale irradia un’energia esplosiva nell’alone infuocato.
L’energia è irradiata sulla terra dai colori dei pannelli maiolicati “Foglie secche studio” e “Daniela Studio”; soprattutto in“Cartina” il sole la trasmette alla natura.
Ci avviciniamo al “clou” della mostra, vediamo ciò che ci colpisce di più ma ci giriamo ancora intorno, prima le due stele in maiolica alte oltre due metri: la “Stele spiralica” e “Turchese”, entrambe rispecchiano il titolo, sobriamente bicromatiche.
Una sinfonia di colori, invece, il “Grande tappeto futurista”: dopo i richiami cubisti quelli futuristi nella composizione di oltre due metri per due di mattonelle in maiolica. Nel cercare di individuare i richiami nei triangoli in varie direzioni e nella cromia che li accompagna dimentichiamo per qualche attimo la grande attrazione, le installazioni. Già anticipate nelle altre sezioni dai bi o acromatici “Bianconero” e “Struttura” e dallo smalto colorato di “Rudere”, qui le possiamo guardare nella loro imponenza strutturale e nel loro fluido cromatismo.
Ai primi due appena citati si può accostare “Muro colore”, metri 1,60 per 1,40, con un cromatismo discreto su una base molto scura; al “Rudere” avviciniamo “Spigolo”, quasi 1,80 di altezza, una sorta di obelisco dalla base triangolare con la colorazione che fluisce nella mescolanza cromatica. La stessa di “Katrina”, un muro colorato in maiolica di oltre un metro e mezzo di altezza dove l’evento è evocato dal vortice di nubi che scatena il ciclone in un planisfero dai colori distesi: il globo si presenta nella sua vastità. Un macrocosmo, in una sinfonia di colori.
Sembrerebbe il culmine e forse lo è, però preferiamo concludere con “Arco”, installazione in maiolica che ne riproduce la struttura circonfusa di colori e di forme che ne compendiano le modalità espressive, ritroviamo le figure matissiane, le rondini ed altri motivi di Giorgi. Ci piace immaginare l’artista passare sotto quest’arco, lo merita. Noi lo consideriamo un arco di trionfo per il suo spirito creativo e l’impegno che ha profuso raggiungendo livelli di assoluta eccellenza.
Dal microcosmo al macrocosmo
Nella grande varietà di opere visitate, che vanno dalle lontane citazioni etrusche di Civita Castellana alla modernità più spinta, c’è la vivacità di immaginazione e una maestria tecnica che sa plasmare la materia in mille forme, e in mille colori senza disdegnare il bianco e nero. La sua versatilità ci fa scoprire che la ceramica non è solo liscia o rugosa, ma anche granulosa e corrugata, sa assorbire la luce e sa rispecchiarla, è multiforme. Può esprimere un’infinità di contenuti che l’artista riesce a infondere nella materia dandole forma e colore con la complessa manualità dell’artigiano guidata dall’ispirazione artistica e rispettando la ceramica come materia viva senza forzarne la natura.
Una molteplicità di espressioni, dunque, che sfuggono a limitazioni di generi e di stili. Ebbene, l’artista nel parlare della ceramica come filo unitario della sua poliedrica produzione artistica l’ha definita “un microcosmo dove pensiero e manualità si incontrano in un atto che ha del sacro”. E lo ha spiegato così: “Perché si usa acqua, terra e fuoco, materia primordiale che richiede umiltà e fonde spirito creativo e materia che si piega solo in parte alle esigenze artistiche, resta autonoma”.
Ed è proprio questa autonomia della materia anche rispetto alle esigenze artistiche che lo porta a spaziare nelle più diverse modalità espressive. Dove non può “piegare” la materia lo fa con la forma, e dove entrambe sono refrattarie alle esigenze della creazione artistica lo realizza nel colore, e quando anche questo non basta si affida al bianco e nero unendo pittura e scultura, come nei bassorilievi nei quali rifulge l’effetto plastico e insieme leggiadro dei voli di bianche rondini.
Si può ridurre soltanto a microcosmo tutto questo? Crediamo di no, il microcosmo è la base e l’inizio, la partenza e l’abbrivio. Poi lo spirito creativo unito alla manualità si prende tanti gradi di libertà, e se il piatto non può esprimerne i contenuti c’è il quadro, se neppure questo è idoneo c’è il bassorilievo, e poi la scultura, e quando la spinta creativa lo richiede si va ai pannelli e perfino a installazioni insolite nell’arte ceramica. In questo processo non siamo più nel microcosmo.
Dunque l’arte di Giorgi crea anche la mutazione della ceramica: la trasforma da microcosmo in macrocosmo. Questo si manifesta soprattutto nel colore dove si distacca dai temi più propriamente materici per abbracciare la natura dal “Fiume” alla “Cartina” e il cosmo, da “Katrina” a “Sole nero”. La mutazione della ceramica è anche la sua mutazione: dal microcosmo al macrocosmo.
Nel quale non si smarrisce perché con la creazione artistica infonde energia nella materia, così realizza se stesso. E ne è consapevole, lo dicono le sue parole: “Nulla di più suggestivo, che far emergere dalle proprie mani una forma, essenza simbolica del proprio esistere nel mondo”.


