Dal premio Sulmona del 2009, alle mostre del 2007 e del 2008 a Il Cairo che ci riportano al recente trionfo internazionale del regista teramano dell’“Uomo Fiammifero”, parliamo di Abruzzo con Danilo Maestosi, all’inaugurazione della mostra dei suoi quadri ispirati alla musica e ai percorsi della memoria, al Complesso del Vittoriano a Roma dal 17 marzo al 5 aprile 2010.
La “Fata Turchina” ha colpito ancora, parliamo dei “segni” che finora ci ha dato per l’“Uomo Fiammifero. Nella mostra di Danilo Maestosi, “Concerto-Sconcerto”, ritroviamo Il Cairo, dove il film ha trionfato l’11 marzo 2010, il pittore era alla mostra del 2007 e alla Biennale del 2008, e suo tramite conosciamo anche Marco Arturo Messina, un musicista impegnato nel cinema che ha partecipato alla vittoria di Marco Chiarini il 5 gennaio al Festival di Foggia; il premio Sulmona 2009 ci ha riportati ancora all’Abruzzo. Sono nostre spontanee associazioni di idee; la mostra, curata da Carmine Siniscalco per “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, ha il patrocinio degli assessorati alla Cultura di Comune e Provincia di Roma, e della Regione Lazio.
L’arte e la vita di Danilo Maestosi
Ma l’esposizione al Vittoriano non ci ha regalato solo questi segni, oltre ai segni dell’arte di un pittore dall’itinerario artistico particolarmente intrigante. Ci ha fatto conoscere una persona con un percorso personale altrettanto intrigante. A latere dell’attività professionale di giornalista ne ha sviluppato un’altra, la pittura, coltivando un sogno nel cassetto, Confrontare il proprio percorso con il suo è stato istintivo per chi scrive, il cui sogno nel cassetto è stato il giornalismo, attirato dalla coincidenza dell’anno di iscrizione all’Ordine dei giornalisti, per entrambi il 1966. Anche per lui l’attività sottostante a quella prevalente è stato un fatto di libertà, abbiamo potuto immedesimarci nella sua passione, contenuta fino a quando è esplosa per esprimere il suo più profondo sentire.
Perché a prima vista i suoi quadri sembrano un’esplosione di forme e di colori, come se deflagrassero in pezzi di materia e di energia che si irradiano in un viluppo di linee e solchi di luci; oppure in concrezioni scure, da introspezione profonda nei recessi dell’inconscio. Sono tempere e catrami, smalti e oli, vernici applicate con spray e a pennellate, un coacervo di materia su cui lavora in profondità e in estensione per fare l’operazione einsteiniana di trasformarla in energia.
E lo fa in particolare ispirandosi alla musica, che è energia pura e spiega la loro conformazione ondivaga, che non rimanda a contorni definibili in senso figurativo ma segue le volute che gli accordi e le sinfonie suscitano nell’animo riportate dalla tavolozza su un pentagramma cromatico.
Si tratta di un’impressione d’insieme che ha di certo un suo significato, ma si nota subito qualcosa di più, anzi molto di più. Il tratto e i contorni mostrano delle stratificazioni, più o meno sottili, più o meno colorate, ridotte di volta in volta a delle linee o a livelli sovrapposti di diverso spessore e profondità. Non possono essere considerati casuali, devono avere una motivazione più o meno consapevole. Lo stesso per la superficie dei dipinti, appare traslucida e in qualche caso vetrosa, con riflessi cangianti che spiccano su un magma pittorico particolarmente denso ed elaborato.
Caratteristiche queste onnipresenti in una galleria di quadri nei quali notiamo due diverse connotazioni: in alcuni di essi la composizione pittorica risalta su un fondo colorato omogeneo, in altri occupa l’intera superficie del dipinto. Ne parliamo con l’artista, una conversazione tra colleghi giornalisti, stessa classe nell’iscrizione all’Ordine, ma diversa nell’anagrafe che vede Maestosi di otto anni più giovane; diventa un’intervista dalla quale emerge il notevole approfondimento di temi e motivi che sottende l’espressione pittorica apparentemente solo istintiva e improvvisata. Invece è il risultato di un percorso carsico che, come si è detto, è poi esploso in superficie.
L’“outing” pittorico decisivo nel giornalista si è avuto a seguito di alcune mostre, prima collettive e poi personali, che secondo l’artista sono un momento molto importante perché pongono a confronto con il pubblico e il mercato. In queste Ravello, la deliziosa località frequentata particolarmente da stranieri e da Vip, è stato più di un trampolino di lancio, le sue personali annuali dal 1999 al 2003 lo hanno fatto decollare, a partire dall’acquisto in blocco della sua prima esposizione da parte degli americani, un segno inequivocabile che si è “bucato lo schermo”: il giornalista professionista, pittore per passione, aveva fatto “bingo”, diventava anche pittore professionista senza lasciare il giornalismo. Anche qui assonanze con nostre esperienze, le più recenti giornalistiche come cronista d’arte anche nell’archeologia, le più lontane nel ricordo di “Per voi giovani” di Renzo Arbore, che lo ha visto stretto collaboratore dello show man; laddove chi scrive era assiduo e appassionato spettatore di una trasmissione cult fatta non soltanto della nuova musica ma anche di costume. Oltre alla direzione di una rivista culturale, per noi “L’oleandro”, per lui “Cinema del silenzio”.
Del suo giornalismo e competenza nell’archeologia troviamo tracce profonde, è il caso di dire, nella sua arte: l’esplorazione che penetra dentro la materia e non solo, la chiama “carotaggio”: di qui le linee di quota quasi volesse fissare i livelli incontrati nel suo scavo, o registrare i cerchi paralleli che segnano l’età degli alberi nei tronchi tagliati. Un’esplorazione accurata che sottende a quella che, lo abbiamo detto, potrebbe sembrare una vistosa esplosione di emozioni improvvise ed estemporanee.
Philippe Daverio non potrebbe chiamarlo “geniaccio” come ha fatto con Gina Lollobrigida fotografa e scultrice, sorvolando sul fatto che non si trattava di un’improvvisazione ma di costanza e metodo associato a talento. Anche in Danilo Maestosi costanza e metodo oltre che talento, molto diverso se non opposto a ciò che appare a prima vista, anche se l’ispirazione è fresca e spontanea. Non ci siamo fermati alla prima impressione, dunque, abbiamo cercato di scavare anche noi; e scavando nella sua arte si trova che lui stesso scava nella materia per penetrare nell’anima.
La musica nell’ispirazione dell’artista
E’ uno scavo nel giacimento di materia depositata sulla tela in strati molto densi che si diluiscono andando in superficie; e vengono poi scalfiti e grattati nell’operazione di “carotaggio” con la quale emerge lo strato sottostante messo a nudo, sul quale però le sovrapposizioni precedenti lasciano il segno nelle striature di colore. Che ha effetti di trasparenza, la materia diviene vitrea e nel contempo delicata pur nello spessore da non ricondurre a singole pennellata, ma all’operazione più complessa dei giacimenti esplorati con cura certosina. E’ la delicatezza appresa dalla seta, la sente “come pelle”, ci rivela, il padre vi commerciava e lui ha percorso in Oriente proprio la via della seta.
Non sono le uniche confidenze che fa al collega giornalista. Il suo “carotaggio” per esplorare gli strati interni della materia si ferma quando approda al livello del ricordo e della memoria, nel portare alla luce i pensieri reconditi resta un alone di quelli sovrapposti, come nei riflessi cangianti sullo strato che viene in superficie. Al pari della ceramica non è prevedibile l’effetto finale. D’altro canto, ci dice, anche su un piano generale “l’innovazione è un intreccio tra caso e progetto”.
Abbiamo accennato che la sezione principale della mostra è fatta di quadri ispirati alla musica, precisamente a grandi compositori i cui accordi e sinfonie danno il titolo alle opere. Il riferimento alla musica è profondo e intenso, si sente che scava nell’animo dell’artista, lo fa “lavorare sulla memoria”. Dice che “la musica non ha bisogno di parole e di segni, restituisce le emozioni. E’ memoria individuale e collettiva, dà il senso di sé e nel contempo fa sentire il senso degli altri”.
E ancora: “La musica è quiete e ardore. Ti ridesta poi si addormenta con te, scivola a fondo fino a impastarsi con la memoria e regolarne palpiti e impulsi. Può rimuovere, rendere sempre più opaco un ricordo, la musica te lo riporta su. A volte rimpianto, a volte una gioia dimenticata, a volte dolore puro. L’anima non è impermeabile, basta uno spiraglio e la musica filtra, si insinua come l’acqua o la sabbia. Digerisce e misura il tempo meglio di un orologio”.
Per questa sua natura, ha scritto Erminia Pellecchia, “la musica è sua compagna in questo viaggio nelle viscere dell’anima, è la memoria, il presente, l’ombra del futuro”. Quale musica? “Canzone colta, canzonetta, poco importa. E’ la vita. vissuta, immaginata, sperata, che Danilo Maestosi scrive sul pentagramma onirico della tela”.
Come avviene la trasposizione lo dice il curatore della mostra Carmine Siniscalco: sottolineando che le opere esposte “sono ciascuna dedicata ad una composizione musicale, dalla sinfonia al jazz, dalla melodia alla cacofonia”. Prima di individuare gli autori delle diverse forme musicali guardiamo come avviene la trasposizione, sempre secondo il curatore: “La nota diventa qui pennellata, l’accordo una velatura, l’allegro un rutilante vortice di colori, l’adagio una solenne campitura, un requiem un drammatico mosaico di neri falciati da lampi luminosi, un pezzo folk un inseguirsi di vernici vivaci e ballerine, una messa l’offerta sacrale di una trascendente tavolozza”.
Il concerto impossibile in musica si realizza nella pittura
Cominciamo con l’“omaggio a Beethoven”, 8 tavole di piccola dimensione, su legno, le composizioni più recenti, del 2010. Gli strati esplorati sono evidenti nelle linee che li marcano con forza, i gialli sono alternati ai neri, le forme si dipanano e si scompongono, si può immaginare lo scorrere delle sinfonie.
Mozart viene “interpretato” in pittura con due composizioni molto diverse: le Dissonanze sono forme e flussi molto colorati, forse i maggiori contrasti cromatici dell’intera mostra, su una sfondo rosso dal quale spiccano i verdi e i blu, e gli scavi in intarsio e in linee parallele; il Requiem è una grande tavola dove i viluppi oscuri stringono fino a soffocare la vita, una macchia rossa centrale.
Flussi verticali nel senso delle Dissonanze mozartiane nel Crossroad Blues di Johnson, dove i bianchi e neri sono appena striati di giallo. Mentre in un intenso Dies irae si ha l’effetto cromatico e compositivo opposto del Requiem, il nero centrale è sommerso dal rosso. In Enea e Didone di Purcel c’è un nucleo bianco centrale, circondato di un verde che schiarisce fino a un’ansa marina.
Nell’Italiana in Algeri di Rossini troviamo una conformazione del tipo delle dissonanze mozartiane nelle linee e forme sottili, ma opposta nel colore, qui quasi monocromatico, c’è anche il dipinto ispirato alla Gazza ladra. Poi due per Vivaldi, i Concerti per mandolino, e ancora altri grandi musicisti come Pergolesi, lo Stabat mater, composizione impressionante, con dei grandi bianchi circonfusi di rosso sui quali incombono macchie nere in un sofferto ripiegamento.
Le Sinfonie di Mahler, un nucleo bianco quasi assediato da un reticolato su un fondo rosso sono molto diverse da quella di Bach, Sweet per orchestra, un flusso parallelo longitudinale, sembra il tronco di un albero; si alternano con il Jazz del prediletto Miles Davis e il Chet Baker di My funny Valentine.
I cantautori italiani presenti in questa carrellata pittorica fanno sentire la colonna sonora di una stagione indimenticabile, non ancora esaurita, Endrigo e DeAndrè, Gino Paoli e De Gregari, due nella storia della musica leggera, due in servizio. La fanno sentire nelle forme e nei colori:
L’Aria di neve di Endrigo è tutta negli strati bianchi che sovrastano un terreno accidentato; sullo sfondo verde delle “Acciughe fanno il pallone” di De Andrè sono impresse forme ovali che si muovono come ectoplasmi, sembra vederle seguire le volute della musica; un motivo che ritroviamo nei Rolling Stones, She’s a Rainbow e in Omaggio a Bela Bartok con forme ovali bianche sovrastate e incorporate nel rosso; mentre in Menhuin-Shankar, West Met East le forme sono evanescenti, restano linee marcate nere su un bianco macchiato di azzurro. L’omaggio a De Andrè continua con Dolcenera e Il filo di lana, fino a Ho visto Nina volare.
Non proviamo a descrivere uno per uno questi e gli altri esposti, abbiamo dato un assaggio per alcuni di loro. Diciamo solo che hanno una forte unitarietà di stile, sono evidenti le linee di quota dello scavo nella profondità dell’anima sull’onda della musica; delle volte la forma spicca su uno sfondo colorato, in altre viene sbalzata in primo piano, come in una “zoomata”, lo sfondo scompare.
L’artista li ha dipinti nel corso degli ultimi tre anni, musiche di epoche molto diverse sono presenti insieme come in un concerto impossibile nella musica ma non nelle emozioni che dà la pittura. Sono “brani di un concerto che non tenta la sfida impossibile di trasporre la musica in un altro linguaggio ma che vuol riproporre un viaggio attraverso le stagioni che l’artista ha vissuto e condiviso con altri”, dice ancora Siniscalco; ma lo fa sotto l’effetto delle musiche ascoltate da solo o in concerti oceanici, nel riascolto immediato o nella memoria – ce lo confida da collega a collega – le riproduce filtrate dalle proprie emozioni, trasmettendoci le onde musicali dall’animo.
Nelle parole dell’artista è “una colonna sonora di ricordi personali e collettivi per misurare presente e passato. Ogni brano, jazz, pop, musica classica, canzoni d’autore, una scheggia di vita fatta riaffiorare strato dopo strato da segni e colori”. Non musica in pittura, ma memoria di vita.
Per questo ci riconosciamo in quanto dice Gabriele Simongini: “Per Maestosi tutta la musica è compresente e contemporanea, si intreccia, affiora da inimmaginabili lontananze, abbatte le barriere tra passato e presente, fra alto e basso, proprio come la memoria a cui pure si rivolge la sua attenzione”; e nella sua citazione del grande filosofo Bergson che nel “proprio io interiore trovava ‘un flusso continuo, una successione di strati, ciascuno dei quali preannuncia quello che segue e contiene quello che lo precede’”. Gli strati del “carotaggio” della memoria di Danilo Maestosi.
L’irruzione dello “sconcerto” nel “concerto” interiore
A spezzare il “flusso continuo” del suo “concerto” interiore irrompe lo “sconcerto”, l’altro motivo dichiarato della mostra, paragonato dall’artista alla “stessa miscela di stupore ed attesa” degli spettatori di un concerto di Jim Hendrix dinanzi all’assolo travolgente concluso facendo a pezzi la chitarra o allo “stesso sgomento” provato da lui bambino dopo aver rotto un giocattolo per “cavarne il mistero” del carillon che “aveva smesso di suonare”.
“Rompere i giochi” è il sigillo dei suoi dipinti nei quali irrompe lo sconcerto, i più recenti percorsi da quella che Simongini chiama “un’accigliata inquietudine, una specie di sensibilità apocalittica che ha trasformato il precedente ed inarrestabile flusso in vortice ed abisso”. In che modo? “E così il concerto si è tramutato in sconcerto, la pittura musicale in pittura a nervi scoperti, in organico filamento nervoso dal respiro pulsante, non più fluente ma disgregato”.
In effetti le opere del 2009 ancora hanno la forma e danno l’immagine dei flussi, come vediamo nel Rompere i giochi- Omaggio a J. Coltrane e a Django Reinhard, entrambi con tinte livide in violetto dove i flussi permangono ma sono tormentati, nel secondo è molto evidente la rottura.
L’Omaggio a O. Coleman, quelli a J. Cage e a G. Bregovic, mostrano come l’artista va avanti nel “Rompere i giochi”: i flussi, che nel secondo sono striati di rosso, vengono come risucchiati, sia pure parzialmente, nel vortice evocato da Simongini, fino all’angoscioso Omaggio a M. Ravel, un agglomerato dove sono scomparsi in una forma che ha l’inquietante assonanza con un teschio su un fondo rosso violento: è l’approdo angoscioso del 2010. La rottura delle linee e dei flussi si trova anche in Mama Africa, non catalogato nel ciclo “Rompere i giochi” ma percorso da un marasma che fa sparire le linee di flusso con un vortice centrale di un nero profondo.
Dal sole di “Nina” di Messina al sole di “El Condor Pasa” di Maestosi
Come simbolo dell’“accigliata inquietudine” e della “sensibilità apocalittica” vogliamo porre l’Omaggio a M.A. Messina, del 2009: non per la pur significativa evocazione abruzzese fatta all’inizio, ma perché la esprime con chiarezza, ancora il vortice non si è tradotto in abisso, non ha disgregato i flussi e le linee di forza della memoria. Abbiamo l’opportunità di commentarlo con l’autore del dipinto e l’autore della musica cui si è ispirato. Non chiediamo l’interpretazione a Maestosi, è tutta nella sua opera che viene recepita da ciascuno secondo la propria sensibilità, ma lo chiediamo a Messina. Ci parla della musica o piuttosto del film di cui è colonna sonora, “Il sole di Nina” di cui è stato anche regista, una storia crepuscolare, interiore: la ragazza si rintana sui tetti di Mantova, si specchia nel lago, vede il proprio volto diventare clownesco, osserva la vita delle persone che camminano e non si incontrano mai, un animo ferito di un tempo passato. Tutto questo è reso dal pittore con le linee dove gli strati della memoria si incupiscono e si avvolgono a vortice su uno spazio vitale, come un’agorà con il rosso simbolo della vita che fa arrestare la nera marea, mentre si apre l’azzurro dell’acqua, un lavacro rassicurante come la pioggia dei Promessi sposi.
Dal mare al cielo, anzi al sole con il giallo abbagliante del disco che indora la bella immagine di Paul Simon, El Condor Pasa: l’autore ce ne parla volentieri, ricorda quando li ha visti su quelle lontane montagne arrivare a gruppi e ne è rimasto colpito, le linee degli strati di materia e di memoria si piegano in una suggestiva evocazione del sovrapporsi di ali svolazzanti e di teste aguzze, un’astrazione materica di un figurativo in controluce, anzi in autoanalisi. Un capolavoro.
E’ un dipinto del 2008, prima che l’artista decidesse di rompere i giochi. Rivela uno slancio interiore che non può essere cancellato dall’inquietudine del presente, basta tornare tra quelle montagne, e un viaggiatore come lui può farlo, realmente o virtualmente. Erminia Pellecchia lo vede in positivo: “L’artista è deciso, vuol rompere i giochi, varcare l’ulteriore soglia alla ricerca di altri orizzonti. Si rompono le cose per andare avanti”. Dice anche come: “Danilo Maestosi guarda al vecchio e al nuovo con curiosità, cerca nuove stazioni da raggiungere, continua ad emozionarsi con onestà e passione sul palcoscenico dell’arte”. Non manca una prospettiva invitante: “Cosa c’è oltre la soglia dello sconcerto? si chiede. Il sogno”.
A proposito viene citato Giuliano Scabia, il sognatore, che “invita a toglierci la maschera, a cercare la luce dentro di noi”. Così potremo “volare liberi”. Sarà semplice tornare a farlo per Maestosi, anche dopo la rottura dei giochi. Gli basterà tuffarsi nel sole come il suo prediletto El Condor Pasa. Lo auguriamo di cuore al collega in giornalismo, l’artista sensibile e ispirato che dopo un decennio di mostre di successo si trova dinanzi a una nuova sfida alle sue capacità espressive.


