Le più belle e suggestive catacombe paleocristiane d’Abruzzo si trovano vicino l’Aquila, poco distante dalle rovine romane di Amiternum, nel cuore del borgo di San Vittorino, e sono dedicate all’omonimo martire cristiano.
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Poco fuori da l’Aquila, in direzione della vecchia strada che porta al passo della Capanelle, ardito valico che, prima dell’apertura del traforo del Gran Sasso, rappresentava il passaggio obbligato per traversare le montagne verso Teramo e il mare, si incontrano i resti romani di Amiternum. Nell’antichità quest’ area era abitata dai Sabini, e in quel territorio sorgeva la città di Amiternum. Essa, di origine sannitica secondo Livio, si estendeva nell’alta valle del fiume Aterno, da cui sembra abbia desunto il suo nome.
Conquistata dai Romani all’inizio del III secolo a.C., divenne prefettura fino all’età augustea, e poi fiorente municipio della tribù Ouirina. Dell’antico splendore restano oggi un teatro, un anfiteatro e poche vestigia di terme e di un acquedotto, quello delle aquae Arentani. Sulla destra, sopra al colle, si intravedono le poche case del borgo di San Vittorino. Qui, celata dalla sua apparenza modesta, si erge da secoli la chiesa di San Michele. Le prime notizie sulla diocesi di Amiternum risalgono alla fine del V secolo quando il vescovo Valentinus inviò una lettera papa Gelasio I fra il 495 e il 496. All’inizio del secolo VI, doveva occupare la cattedra episcopale un Castorius, ricordato più tardi da Gregorio Magno.
Probabilmente nel secolo VIII confluì nella diocesi di Amiternum la confinante diocesi di Pitinum, ma ben presto tutto il territorio passò alla diocesi di Rieti e il vescovado amiternino fu soppresso. Infine nel 1257 papa Alessandro IV soppresse la diocesi di Forcona e instaurò quella di Aquila: il clero amiternino spontaneamente si sottomise al nuovo vescovo. Nell’alto medioevo la città cadde in declino e nel secolo X si presentò agli occhi del vescovo di Metz, Deodorico, come un cumulo di rovine. La popolazione rifugiata sui colli circostanti e in particolare in un borgo che si andava formando intorno alla basilica costruita sulla tomba venerata del martire Vittorino. Da questo prese il nome che tuttora conserva.
Grazie anche al conforto di fonti storiche, si ritiene che San Vittorino venne sepolto su di un colle nei pressi di Amiternum, grossomodo nel luogo ove oggi sorge l’omonimo paese. Intorno alla sua tomba si sviluppò un cimitero sotterraneo, in parte sotto la chiesa di San Michele Arcangelo e in parte fuori del suo perimetro ad ovest della navata centrale, costituito da un lungo corridoio di accesso che immette in un’ampia galleria e da sei sale, tre a pianta regolare, con pareti e volte rivestiti da muratura, e tre scavati nella roccia e in parte ricavati da grotte e cunicoli naturali.
La catacomba si sviluppa secondo una sorta di percorso, con ingressi alle due estremità. Uno di tali accessi si raggiunge da una scala che si apre sul lato destro del presbiterio sopraelevato di quella che si ritiene essere la basilica primitiva.
Nella prima sala (ambiente A) si trova una grande tomba ritenuta essere quella del martire Vittorino, una struttura a cappucina addossata allo spigolo sfruttando i muri ad angolo. Il vescovo Quodvultdeus decise di costruire sulla tomba un monumento più importante e più adeguato alla crescente venerazione del martire. Esso fu ricostruito nella posizione attuale durante i lavori di restauro del 1940.
Sulla sommita si trova una lastra di marmo, forse un pezzo romano riutilizzato, e sulla faccia frontale, dentro una tabula ansata sorretta da due personaggi palliati, e’ incise l’iscrizione: IVBENTE DEO CRISTO NOSTRO SANCIO MARTYRI VICTORINO DVODVVL(t) DEVS EPIS(copus) DE SVO FECIT, ossia “Per volontà di Dio Cristo nostro, il vescovo Quodvultdeus fece (questo monumento), a sue spese, al santo martire Vittorino,”.
Delle due figure scolpite ai lati, quella di sinistra, anziana, ha volto scarno con fronte calva e sporgente, profonde ombre intorno agli occhi incavati nelle ampie arcate sopraccigliari, corti capelli trattati con brevi e rapidi colpi di scalpello e barba appuntita. Veste tunica e pallio il cui lembo forma dietro la spalla un ampio sinus e calza sandali. Fra la tabulae il personaggio si scorge a terra un volumen.
La figura di destra, forse con barba, ha volto giovanile con capelli corti e ricci, lineamenti piuttosto minuti nei quali si evidenziano gli occhi con la pupilla sporgente e forata. Indossa il pallio con ampio lembo ricadente dietro la spalla sinistra e calza sandali. Nel triangolo alla sua sinistra è il volumen. Più che identificarli con singoli personaggi, come si é voluto in passato, pensando al vescovo Ouodvultdeus o agli apostoli Pietro e Paolo, la d.ssa Ermini li ritiene figure generiche di apostoli, come si trovano, ad esempio, in sarcofagi romani, anche se, per la prima figura, non è da escludere che l’artefice possa essersi, ispirato al tipo iconografico di Paolo, quale risulta nei prodotti artistici della prima arte cristiana.
Al centro del monumento si trova una scena scolpita che raffigura il Cristo, con barba e capelli fluenti sulle spalle, siede sul globo e tende la destra per prendere la mano di un personaggio in tunica e pallio. Dietro di lui e’ una figura, ugualmente palliata, colta nel gesto di poggiargli la mano sulla spalla. Alla sinistra del Cristo, vi e’ un altro personaggio, vestito allo stesso modo, barbato e con corti capelli che lasciano scoperta l’ampia fronte, che acclama.
Sullo sfondo infine, tre palme. Forse si tratta di una scena dell’ accoglienza di un defunto in paradiso, dove l’uomo alla destra del Cristo sarebbe il martire Vittorino rappresentato come colui che intercede presso il Salvatore affinché l’anima del defunto sia ben accolta, mentre nel defunto, cui Cristo porge la mano, si potrebbe identificare il vescovo Quodvultdeus.
Da questa sala si puo accedere in una grotta (ambiente B) caratterizzata da un gran numero di tombe scavate nella roccia, di epoca molto antica, oppure nella sala adiacente (ambiente E), assai bella per la presenza di colonne romane riusate come sostegno della volta. Nelle pareti, fatte di pietre e mattoni, si intravedono resti di lastre romane con iscrizioni. Su una parete laterale si trova un altare sormontato da un bel dipinto databile ai secoli XIV o XV. Vi si vede una Madonna col Bambino, alla sua destra Giovanni Battista e alla sinistra un santo dal volto giovanile che regge nella mano destra un lungo bastone.
Esso si sovrappose ad un altro dipinto a parete di cui è possibile distinguere qualche resto nella parte inferiore: una mano che sorregge un bimbo. Forse anche in esso era raffigurata la Vergine col Bambino. Questo primo strato é databile intorno al XIII, se non addirittura al XIV secolo.
Accanto all’ altare si trova la porta di accesso ad una stanza (ambiente D), intonacata e completamente spoglia, arricchita da un monumentale altare costruito tra il XVI ed il XVII secolo riutilizzando materiali medioevali. Esso ha sulla fronte cinque piccole aperture attraverso le quali i fedeli potevano vedere le reliquie conservate all’interno.
Tornati nella sala dell’ altare affrescato (E) si può scendere verso la lunga galleria che porta, attraverso l’ ambiente F, all’altro ingresso delle catacombe.
Giovanni Lattanzi