Alfredo Di Bacco, la pittura si riconcilia con l’estetica

Alfredo Di Bacco

Due mostre personali che saranno allestite al Palazzo Santoro Colella di Pratola Peligna (dal 10 al 19 aprile 2001) e al Mediamuseun di Pescara (dal 27 aprile all’11 maggio 2011), porteranno alla ribalta l’opera dell’artista abruzzese Alfredo Di Bacco uno dei più significativi pittori italiani facenti parte di quell’indirizzo denominato “Pittura colta” che negli anni ’80 fu teorizzata da Italo Mussa come fondamentale capitolo del postmodernismo nel campo delle arti visive in opposizione anche alla Transavanguardia di Bonito Oliva la cui caratteristica, a mio avviso, consisteva nell’apologia di un vanto: quello del non saper dipingere. 

Al contrario Mussa, avvertendo da parte di alcuni artisti la nausea di tanti sterili sperimentalismi, si propose meritoriamente di sostenere una pattuglia ragguardevole di pittori dallo straordinario rigore formale e dotati di un’invidiabile tecnica esecutiva. Negli stessi anni altri illustri studiosi praticavano identici sentieri; ad esempio Maurizio Calvesi con l’Anacronismo, Italo Tomassoni con l’Ipermanierismo, per finire con l’indimenticato Giuseppe Gatt, scomparso lo scorso anno, mentore a partire dal 1985 della notissima Nuova Maniera Italiana.

Tornando ad Alfredo Di Bacco, c’è da osservare come ad una tecnica raffinata di esecuzione si unisca una cultura umanistico-rinascimentale davvero rara come si evince dall’analisi di alcuni fondamentali elementi strutturali delle sue opere, in primis il disegno, il colore e il tono, asservito quest’ultimo ad una calda atmosfera arcadica che lascia intuire la volontà romantica dell’autore di trasferire lo spettatore in un passato remoto felicissimo come poteva essere appunto quello praticato dai componenti della celebre Accademia, fondata, come noto, nel 1690 e ispirata alla mitica regione greca abitata da pastori.

Ma ecco una breve scheda su Di Bacco: nato a Sulmona nel 1947, consegue la maturità all’Istituto d’Arte della sua città. La sua pittura, sviluppatasi dapprima con la tecnica dell’acrilico e successivamente con quella ad olio, si può inserire entro il filone della Nuova Figurazione, sebbene la realtà sia avvolta da un senso di mistero vellutato, reso da un tonalismo magico. Consistente e qualificata la sua attività espositiva, che lo ha visto presente a diverse edizioni dei vari Premi Michetti, Avezzano, Sulmona, Salvi di Sassoferrato, Mazzacurati, Primavera di Foggia, Arte Fiera di Bologna, Expo Arte di Bari e così via. Illustri critici hanno scritto di lui: tra questi Marcello Venturoli, Cecilia Trombadori, Augusta Monferini, Luciano Marziano, Franco Simongini, Maria Cristina Ricciardi, Franco Solmi. Nel 1981 per iniziativa di Officina Culturale ’77 gli è stata allestita una mostra personale all’Aquila. Sue personali negli anni sono state tenute in diverse città italiane: Macerata, Pisa, Teramo, Firenze, Pescara, mentre nel 2010 con grande successo di pubblico e di critica ha esposto sempre con personali all’estero in quattro città, ovvero Berlino, Lubiana, Crnomelj (Slovenia), Stoccarda. Ha eseguito opere per chiese (S. Bartolomeo a Cerchio, S. Francesco a Popoli). Nel 1998 vince il concorso per l’opera pubblica IMPDAP di Roma. Sue opere sono in diversi spazi museali come il Museo Barbella di Chieti e il Castello di Nocciano.

Alfredo Di Bacco

Veniamo ora a parlare della mostra di Pratola Peligna che poi sarà reiterata al Mediamuseum del capoluogo adriatico. È curata da Chiara Strozzieri che nel suo testo critico per il catalogo evidenzia come dopo l’azzeramento linguistico della poetica informale Di Bacco, di concerto con i colleghi della pittura colta, abbia sentito la necessità di volgere lo sguardo ai grandi del passato, accettando contaminazioni surreali e metafisiche, per riportare l’arte a un certo rigore formale.

A questo proposito già negli anni settanta l’artista peligno in una serie di eleganti disegni a matita mostrava un’attitudine alla compiutezza formale e alla costruzione classica della postura delle figure. Successivamente con la pittura ad olio egli riuscirà a meglio definire il binomio forma-contenuto approfondendo ancor più il concetto di storia proprio della cultura citazionista. Essa è vista come accumulo, stratificazione nel tempo di visioni, culture, stili, ideologie intese come pensiero filosofico, il tutto in grado poi di recepire adattamenti consoni al proprio tempo.

Si vuol dire che sulle radici di una tradizione classica vengono innestate traiettorie della contemporaneità che sappiamo essere apologetica del soggettivismo. Nel contrasto onnipresente tra luce e ombra, che al dire di Chiara Strozzieri “offre richiami cinquecenteschi e induce al coraggioso accostamento con l’artista maledetto, il Caravaggio”, emerge un forte potenziale dell’individuo raffigurato, per lo più della donna, che sempre primeggia nelle sue preferenze. La luce, e per contrasto l‘ombra non solo è mirata ad esaltare la plasticità dei corpi, quanto piuttosto a separare l’individuo dalla stretta fisicità corporea.

Parlavo poc’anzi di richiamo all’esperienza di Arcadia, un’esperienza che seduce la fantasia dell’artista che induce lo spettatore alla contemplazione, la quale non può concretizzarsi se non in un clima di silenzio e di soffuso crepuscolarismo. Le sue tele sono favole mitiche ove i nudi personaggi soprattutto femminili risultano ebbri di luce soffusa ma ombrosa e totalmente morbida, come si conviene a chi abbia a cuore di esternare la nostalgia per un mondo arcadico appunto.

Tocchiamo qui il tema del postmodernismo a cui si faceva cenno all’inizio e non è eretico credere che certe tessere iconografiche storiche sono per Di Bacco strumentali, nell’andirivieni tra passato da riesumare e futuro da proporre, a quello che chiamerei “figurativismo astratto”. Coesistono infatti nelle sue immagini sempre coloristicamente controllate e compattamente idealizzate, l’opulenza delle nudità pudiche e l’ideale rarefazione della carne.

È la magia di un’atmosfera “altra”, metafisica o surreale che dir si voglia, che solo gli artisti di talento riescono a porre in essere: trattasi di una magica sospensione della fisicità, sicché il reale non è più realistico e lo stesso spegnimento della timbricità dei colori è funzionale all’armonia dell’anima che è la verità somma a cui il maestro sulmontino ha sempre mirato.