
Un “carnevale” di distruzione e di morte quello che ha colpito all’improvviso il Giappone, potenza economica all’apice della tecnologia e dello sviluppo. Dopo l’11 marzo, quando al terremoto si è succeduto lo tsunami, le immagini che ci giungono sono terribilmente vere e dolorose; esse mostrano la devastazione ma anche la compostezza del popolo giapponese. Un popolo alacre e operoso, dedito al lavoro e capace di costruire piccoli e grandi gioielli all’avanguardia tecnologica conosciuti ed esportati in tutto il mondo.
E come non ricordare la bomba atomica del 1945, quell’evento devastante che sembra collegato in maniera evidente con il pericolo radioattivo che oggi i giapponesi vivono di ora in ora sulla propria pelle,un boomerang che dopo tanti anni ha il suo ritorno, amplificato dalle conseguenze del sisma e del maremoto. Bambini istruiti sin da piccoli a sentire le vibrazioni della terra e a comportarsi seguendo le norme istituzionali che instillano il senso del dovere, dell’azione coordinata priva di clamore e grida scomposte, adulti che sembrano ondeggiare come giunchi flessibili seguendo le onde sismiche in una innaturale e rispettosa forza, nel silenzio e nell’attesa che la terra finisca di far sentire la sua voce.
Il popolo giapponese chiude la sua bocca e impara ogni giorno ad ascoltare, piccoli soldati addestrati a usare le armi del coraggio e della rassegnazione, della calma e della fermezza contro il gigante che ogni tanto scuote la testa e si sveglia per far sentire la sua presenza. Le immagini che scorrono ci mostrano che la vita continua nonostante tutto, il via vai delle città lontane dalle zone più colpite sembra un formicaio ordinato e le piccole mascherine bianche appaiono di un candore sconcertante nel grigio lattiginoso che trasporta inesorabilmente le particelle radioattive, il pericolo più subdolo e feroce, quello che uccide lentamente e sembra il fantasma di una morte invisibile.