La frase è la seguente: “ La scuola pubblica non educa i ragazzi”. Il soggetto è la scuola come istituzione, veicolo di trasmissione dei saperi e conoscenze che nel tempo ha subito profonde trasformazioni, come d’altronde l’intera società. La scuola pubblica in particolare su cui si investe sempre di meno e chi la frequenta, come utente o insegnante, sa che bisogna spesso procurarsi il necessario ( dalla carta igienica alle fotocopie da usare con i ragazzi).
Questa scuola che accoglie e tende a sanare le carenze di ogni tipo, familiari e didattiche, in un’ottica di servizio all’intera comunità. Quasi sempre l’insegnante relega la sua funzione primaria per diventare sostegno psicologico, counselor e mediatore di conflitti interiori dei giovani adolescenti investendo in questo “mandato” il coraggio, l’umiltà e la determinazione per ottenere il meglio e rendere il mezzo comunicativo il ponte tra il mondo giovanile e quello degli adulti. Il malessere dei ragazzi è tangibile e così evidente da diventare spesso aggressività gratuita e apparentemente senza scopo raggiungendo livelli eclatanti con fenomeni come il bullismo.
Dunque “ la scuola pubblica non educa i ragazzi”. Sul concetto di educazione bisognerebbe aprire una parentesi importante perché “educazione” da “educere” riveste un significato di non poco conto visto i tempi che corrono. Educare ai valori del rispetto, dell’autostima, della consapevolezza, della crescita equilibrata in un mondo che sembra aver perso tutti questi riferimenti. La scuola si è talmente attrezzata ad accogliere le richieste di una società multiforme da investire non nell’educazione ma nelle “educazioni” i contenuti di valore didattico e sviluppo integrale della personalità dei giovani adolescenti.
Così abbiamo le varie educazioni del curricolo che con le abilità e le competenze certificate alla fine del corso di studi delineano una “ preparazione” che attesta il percorso di crescita individuale nell’arco di frequenza scolastica. Niente da aggiungere, solo un dato non secondario, la frase è stata detta dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi e su questo dobbiamo stendere un velo pietoso e fare le opportune considerazioni.
Mi permetto di interloquire sulla scuola.
Anziano, e quindi senza problemi diretti nella scuola (però dentro ci sono i miei nipoti), mi permetto di dichiararmi del tutto d’accordo con la lucida esposizione della Sig.ra Alberico (la quale sarà sicuramente una Prof., vista la competenza con la quale si esprime).
E’ tutto vero: con l’espressione del nostro Ministro del Tesoro (la cultura non ci dà da mangiare), il governo ha chiarito in modo esauriente quali siano le sue idee di futuro.
Questo chiarimento è avvenuto negli ultimi tempi, quando la stretta economica si è fatta pesante, e sono state fatte scelte ben precise (vedi quote latte).
Devo ammettere che nelle impostazioni iniziali della Gelmini avevo visto molte idee condivisibili.
E’ un fatto che la scuola non può reggersi sulla selezione dei suoi insegnanti esclusivamente in base alle graduatorie storiche e che il merito debba entrare di prepotenza nella loro selezione.
Ed è anche un fatto che la scuola era diventata, insieme con le valanghe di precari, una specie di stipendificio.
E’ però certo che, dopo le prime corrette diagnosi e impostazioni, i nostri reggitori hanno gettato la maschera.
Il combinato disposto tra Tremonti che non dà i soldi, e la Gelmini che non fa nulla per dare seguito alle sue promesse iniziali, porta ai risultati che abbiamo sotto gli occhi.
Adesso il Presidente e il suo Ministro ci ricordano che la scuola pubblica è un covo di comunisti e che è meglio non mandarci i propri figli.
Con questo, facendo perdere loro la cosa più importante: quella del rimescolamento sociale, del confronto con gli altri, provenienti da mondi e culture diverse.
Credo che questa dovrebbe essere la preparazione da impostare per i nostri giovani.
Forse è meglio stendere un velo pietoso, e aspettare che “passi la nottata”.