Scuola: analisi logica

La frase è la seguente: “ La scuola pubblica non educa i ragazzi”. Il soggetto è la scuola come istituzione, veicolo di trasmissione dei saperi e conoscenze che nel tempo ha subito profonde trasformazioni, come d’altronde l’intera società. La scuola pubblica in particolare su cui si investe sempre di meno e chi la frequenta, come utente o insegnante, sa che bisogna spesso procurarsi il necessario ( dalla carta igienica alle fotocopie da usare con i ragazzi).

Questa scuola che accoglie e tende a sanare le carenze di ogni tipo, familiari e didattiche, in un’ottica di servizio all’intera comunità. Quasi sempre l’insegnante relega la sua funzione primaria per diventare sostegno psicologico, counselor e mediatore di conflitti interiori dei giovani adolescenti investendo in questo “mandato” il coraggio, l’umiltà e la determinazione per ottenere il meglio e rendere il mezzo comunicativo il ponte tra il mondo giovanile e quello degli adulti. Il malessere dei ragazzi è tangibile e così evidente da diventare spesso aggressività gratuita e apparentemente senza scopo raggiungendo livelli eclatanti con fenomeni come il bullismo.

Dunque “ la scuola pubblica non educa i ragazzi”. Sul concetto di educazione bisognerebbe aprire una parentesi importante perché “educazione” da “educere” riveste un significato di non poco conto visto i tempi che corrono. Educare ai valori del rispetto, dell’autostima, della consapevolezza, della crescita equilibrata in un mondo che sembra aver perso tutti questi riferimenti. La scuola si è talmente attrezzata ad accogliere le richieste di una società multiforme da investire non nell’educazione ma nelle “educazioni” i contenuti di valore didattico e sviluppo integrale della personalità dei giovani adolescenti.

Così abbiamo le varie educazioni del curricolo che con le abilità e le competenze certificate alla fine del corso di studi delineano una “ preparazione” che attesta il percorso di crescita individuale nell’arco di frequenza scolastica. Niente da aggiungere, solo un dato non secondario, la frase è stata detta dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi e su questo dobbiamo stendere un velo pietoso e fare le opportune considerazioni.