Intervista a Claudia Iandolo

Claudia Iandolo è nata a Milano e vive in Irpinia, laureata in lettere classiche, insegna italiano e latino nei licei .Ha pubblicato per il teatro Rossa luna di Novembre e altri ( Grafic Way, Avellino 1995), per la poesia Aegre (Elio Sellino Editore, Avellino 2004), saggistica per il Centro di Ricerca Guido Dorso di Avellino, i romanzi Il paese bianco di Isidora vecchia ( Mephite, Avellino 2005), Qualcuno Distratto (Palomar, Bari 2007) E’ autrice del testo Marinai di terraferma, musica di Gianvincenzo Cresta, ( Stradivarius , Milano 2007). E’ apparsa sulle riviste L’Indice del libro del mese, Leggere:Tutti, L’Area di Broca, Zeta, Interpretare e Gradiva. E’ presente nelle antologie Ti bacio in bocca- antologia di poesia erotica al femminile ( Edizioni LietoColle), Antologia della poesia femminile italiana ( Tracce, Pescara 2005), Mundus, poesie per un’etica del rifiuto, a cura di Ariele D’Ambrosio e Mimmo Grasso, (Valtrend Editore Napoli, 2009). La parola che ricostruisce (Tracce, 2010).

Da quando tempo scrive?

“Scrivo praticamente da sempre, dalle elementari. Quanto a scrivere con consapevolezza, questa è un’altra storia, nel senso che non ci si sente mai sicuri, che si vivono alti e bassi, momenti di euforia alternati a periodi bui, e la scrittura sembra più nemica che amica”.

Come costruisce le sue storie?

“Non costruisco storie, non in senso normale. Comincio da un’idea, da un personaggio e mi lascio guidare. La storia si costruisce pian piano, quasi sempre io stessa ne ignoro gli sviluppi. Ho in mente un finale e ne viene un altro, entrano personaggi imprevisti, ecc”.

Quali sono i punti forti della sua scrittura?

“Forse il ritmo della prosa, l’imprevedibilità dell’aggettivazione, almeno è quello che sostiene la critica. Non so dire quali siano i i punti forti della mia scrittura, forse perchè sono ossessionata da quelli che considero invece punti deboli, come appunto l’incapacità di tener fede alla trama che ho in mente, la costanza nell’impegno ecc. Sono una che prima di sedersi davanti allo schermo di un computer prende tempo, inventa altri impegni, si trincera dietro alibi inesistenti. In poche parole, cerco di sottrarmi alla fatica che lo scrivere comporta. Scrivo solo quando davvero ne avverto l’urgenza. Fondamentalmente sono una pigra”.

I suoi personaggi sono completamente inventati?

“Nel senso etimologico che la parola inventare ha: e cioè trovati. I personaggi non s’inventano, si trovano e più spesso ci trovano. Da dove arrivino, poi, questo fa parte del mistero dell’inconscio. Forse i personaggi, pirandellianamente, girano tutti in cerca d’autore, come dotati di vita propria”.

Qual è la più grande soddisfazione per chi scrive?

“Scrivere”.

Quali sono i suoi scrittori preferiti?

“L’elenco è molto lungo, perchè si modifica continuamente: mi piacciono i poeti classici come Catullo, Lucrezio e Orazio. Adoro i lirici greci. Mi piacciono Neruda e Saramago, Pessoa e la Yourcenaure, Marquez e Delillo, la Merini e Gaspara Stampa. per non parlare di Borges, di Montale, Calvino, Sciascia, Pasolini, Pavese…”.

Quali sono i suoi maestri di riferimento?

“Per la poesia amo il rigore dei classici. Ma la poesia l’ho scoperta con Ungaretti in prima media. Prima pensavo che fosse un  gioco di rime e sentimentalismi. Poi, con Ungaretti si è spalancato un mondo. La vera poesia nasce dalla sottrazione, dal controllo formale, dalla cattiveria verso se stessi. Mai cedere, mai compiacersi: il lettore se ne accorge e la scrittura è  finta. Nella prosa mi affascinano anche scrittori dell’accumulo, come appunto Saramago, che hanno però la capacità di essere sempre presenti, lucidi”.

Chi scrive che ruolo ha nella società?

“Posso dire che ruolo dovrebbe avere: quello che ha ricoperto Pasolini per qualche decennio. Lo scrittore dovrebbe essere la coscienza critica della società e del potere. Di ogni forma di potere. E come Pasolini, avere anche capacità profetiche, leggere oltre il presente, individuare un possibile “altro”. La cattiva letteratura è semplice esercizio di stile, ed è spesso asservita alle logiche del potere. Oggi si insegna perfino a scrivere, scuole di scrittura creativa dovunque, e  gli autori di successo che spesso escono da queste scuole non fanno una buona letteratura. Entrare in una libreria è spesso deprimente: scrivono il cantante, la soubrette, scrivono i calciatori, i giornalisti… Si scrive per non dire, per insabbiare in parole fatue e false il senso d’impotenza che vivono gli intellettuali liberi in un clima come quello attuale. Non c’è bisogno di censurare apertamente la buona letteratura, che come tale è sempre destinata a dare fastidio. Basta controllare la grande distribuzione, e circoleranno solo i libri vuoti, complice la televisione. Se non vai in televisione non sei nessuno, e resti confinato nelle nicchie. Sono tempi terribili, stiamo tutti barricati in casa, in preda di paure indotte”.

La scrittura è necessaria in questa società? Perchè?

“Credo di avere in parte già risposto. La scrittura è sempre necessaria, perchè ci mette a nudo. E per lo stesso motivo è pericolosa. Pasolini docet”.

Lei ha pubblicato spesso in Abruzzo, che rapporto ha con questa terra?

“L’Abruzzo somiglia per tante cose all’Irpinia: il verde, le montagne, i volti della gente, i drammi come quello del terremoto. E del Post-terremoto, soprattutto. I terremoti hanno questo di particolare, che durano decenni, che cambiano la fisionomia dei paesaggi, che sconquassano l’anima. Ho pubblicato per  Tracce e sono molto contenta, anzi orgogliosa, di essere nell’antologia La parola che ricostruisce, dedicata appunto al sisma dell’aprile dello scorso anno. Gli abruzzesi sono fieri, come gli irpini, e come gli irpini sono stati traditi dalla loro classe dirigente. La tragedia della casa dello studente ci riporta al dramma dell’ospedale di Sant’ Angelo dei Lombardi, nuovo di zecca, che in quel novembre 1980 crollò su stesso. Non aveva cemento nelle fondamenta, e sì che la storia dell’Irpinia è storia di terremoti!”