Il promontorio dei sogni: l’eremo dannunziano

“Ti racconterò la natività del mio romanzo avvenuta nel mio cervello, ieri, sul promontorio dei Sogni” (dalle lettere a Barbara Leoni)

Scrive D’Annunzio di quella casa sul mare, circondata dai grappoli di fiori di robinia dall’odore penetrante, dell’enorme ragno del trabocco e lo scoglio che affiora poco lontano. Odori e colori intrisi di forte sentimento, comunione della vista e del cuore. E la scrittura spalanca le sue finestre sul paesaggio incontaminato, come un dipinto lasciato ad asciugare al sole.

Nero su bianco e colore su colore, visione o miraggio, specchio che riflette la luce e da essa si lascia attraversare, guerriero che muta il suo canto e alle parole piega il verso. Realtà assaporata e mai stanca di mostrare il suo volto, cangiante come il colore del mare e talmente vera da rendere animati gli oggetti e i pensieri, i desideri e la vita stessa legata come un’edera rampicante ai sentieri della poesia.

L’eremo dannunziano esiste ma non è solo un luogo reale. E’ un’isola sulla terraferma, una lingua di terra che affonda nel mare le sue radici, è finestra aperta sul sogno impossibile di possedere il tutto e il suo contrario. Perché qui la vita e la morte si trasformano e l’immaginazione plasma la sua creatura per diventare un miraggio irraggiungibile così ogni parola legata a questo luogo risorge sempre come all’alba un nuovo giorno, quando il colore degli aranci, degli olivi e delle ginestre diventano un canto che si sposa al mare.

Il promontorio dei Sogni dove D’Annunzio trascorre alcuni mesi con la donna del cuore, Barbarella (Barbara Leoni) viene descritto dal poeta minuziosamente. Qui, davanti a “un mare prodigioso” l’incanto del paesaggio offre uno scenario unico, quasi un affresco in cui i colori non perdono mai la loro vitalità e il mare con il suo odore lascia ancora tracce indelebili nella memoria dei sentimenti intensamente vissuti.