A Forca di Valle (Te), le prove del genocidio armeno e il modernismo

Abbiamo interrotto il racconto della serata a Forca di Valle, Teramo, al momento in cui Elisabetta De Sapio Iacovoni, dopo aver rievocato la tragedia del popolo armeno sterminato in una spietata “pulizia etnica” per la paranoia nazionalista turca, è passata a documentare con le prove la propria ricostruzione riportata nel recente servizio: è stata una parte basilare dell’analisi su “L’olocausto armeno, un genocidio negato”. Questa pausa, oltre che per l’ampiezza della trattazione, si è resa opportuna per far sedimentare il racconto, suscitare le inevitabili incredulità che si è voluto lasciare libere di manifestarsi senza comprimerle subito con il peso degli accertamenti della studiosa.


Armeni deportati.

Il “modernismo” alleggerisce l’evocazione del dramma armeno

Ora è venuto il momento di concludere il film dell’orrore dell’olocausto armeno con le prove annunciate al momento della rievocazione; ma non le documenteremo con altre immagini dell’orrore, e ce ne sono di più raccapriccianti di quelle che abbiamo pubblicato, siamo al livello di teste mozzate ed esposte come macabri trofei. A parte l’apertura per tenere viva la memoria, le illustrazioni ravviveranno il racconto e non lo oscureranno; perché non saranno sull’olocausto armeno ma sul “modernismo” che nello stesso periodo – 1880-1920 – allietava intanto gli europei con le sue trovate stilistiche applicate ai settori più diversi, dalle lampade ai soprammobili, dagli oggetti di uso quotidiano a quelli molto particolari, fino all’architettura e ancora oltre.

Nell’accorta regia degli anfitrioni della serata e organizzatori del simposio culturale, Fabrizio Iacovoni e Michelina Possenti Iacovoni, a un tema intellettualmente complesso ne segue uno più leggero illustrato da immagini distensive; fu così lo scorso anno con i collegamenti tra Fascismo e Futurismo visti nel rapporto tra Marinetti e Mussolini con le rutilanti immagini dei quadri futuristi commentate dalla padrona di casa Michelina dopo la figura e il pensiero di Benedetto Croce analizzati da Paolo Tomassini; lo è stato quest’anno con le immagini leggere e colorate del “modernismo” commentate da Gabriella Fabbri dopo l’incubo del dramma armeno trattando il tema: “‘Modernismo’: origini ed esiti del movimento in Europa”. E allora ci è sembrato di dover riportare questo accostamento anche perché le due realtà sono compresenti nello stesso periodo e nella medesima parte del mondo, confermando che la natura umana è capace di tutto, nel bene e nel male: aspetto questo che dopo la “prova generale” dei turchi con gli armeni raggiunse il diapason dell’orrore e della scelleratezza senza confini con l’apocalittico genocidio nazista degli ebrei.

Le prove del genocidio armeno non concludono la storia, si parlerà anche del negazionismo, un alibi al quale ricorrono i governanti e gli stessi popoli quando il peso delle colpe è tale da risultare insopportabile per la coscienza civile. Allora si nega disperatamente anche di fronte all’evidenza, e abbiamo ricordato come ciò avvenga al livello più alto delle istituzioni turche, tanto che Obama ha dovuto fare una retromarcia quando la risoluzione del Senato americano di condanna del crimine turco ha provocato reazioni tali da minacciare di compromettere i rapporti tra i due paesi in un’area strategica molto delicata per gli Stati Uniti perché al confine settentrionale del tormentato Iraq.

Andiamo dunque alle prove del genocidio, intervallate dalle immagini del “modernismo” che ha dato in quel periodo una svolta nel gusto degli Europei nel segno della leggerezza e dell’originalità.


Manifesto “L’Art Nouveau”, la Maison Bing.

Il dispaccio di Taalat Pascià e le testimonianze di Morgenthau e del nostro Gorrini

Non ripercorriamo le tappe del massacro del popolo inerme, tra l’altro operato con l’inganno per nasconderlo alle nazioni europee, in tutt’altre faccende affaccendate soprattutto allo scoppio della prima guerra mondiale, ma delle quali era temuta la reazione se fosse stato evidente quello che veniva soltanto sospettato o percepito senza chiarezza né certezze. Diciamo solo che da una popolazione dell’ordine di due milioni, secondo il primo censimento della Repubblica turca del 1927, si scese a meno di 125 mila, e non fu l’effetto della guerra, gli eccidi cominciarono prima.

Un documento inequivocabile riportato dalla De Sapio Iacovoni precede l’inizio della guerra mondiale, quindi nessun rapporto di causa ed effetto con il conflitto, anche se poi ha favorito la reiterazione dei massacri in atto da diversi anni a fasi alterne, come abbiamo visto, per una “soluzione finale” vera e propria: termine apocalittico coniato solo in seguito dai criminali nazisti. E’ un dispaccio del ministro Taalat Pascià al governatore turco di Aleppo il 15 settembre 1915, così concepito: “Siete già stato informato del fatto che il governo, su ordine del comitato (Unione e Progresso) ha deciso di sterminare l’intera popolazione armena. Occorre la vostra massima collaborazione. Non sia usata pietà per nessuno, tanto meno per le donne, i bambini, gli invalidi”. Segue l’invito a superare ogni remora: “Per quanto tragici possano sembrare i metodi di questo sterminio, occorre agire senza alcuno scrupolo di coscienza e con la massima celerità ed efficienza”. Infine l’avvertimento: “Coloro i quali si oppongono a questo ordine non possono continuare a rimanere negli organici dell’amministrazione dell’impero”. La minaccia doveva vincere le resistenze già manifestatesi, come si è accennato nella rievocazione. Dinanzi a tale orrore le rivelazioni del “WikiLeaks” odierno tratte anch’esse dai dispacci delle cancellerie fanno sorridere.

Lo stesso Taalat Pascià, assurto al ruolo di “Gran Visir”, arrivò a chiedere all’ambasciatore degli Stati Uniti presso la “Sublime Porta”, Henry Morgenthau, la lista delle assicurazioni sulla vita stipulate con le compagnie americane dagli armeni facoltosi sterminati nei campi di concentramento, “in modo da consentire al governo di incassare gli utili delle polizze”; e questo in un’ingordigia altrettanto criminale che si aggiungeva alle confische e rapine, sempre ai danni degli armeni, valutate nel 1919 nel libro “Deutschland and Armenian” da J. Lepsius in un miliardo di marchi, definita “cifra astronomica” dallo scrittore e storico tedesco, prodigatosi con atti concreti oltre che con gli scritti per la causa armena.

Il “Gran Visir” aveva sbagliato indirizzo, perché Morgenthau si segnalò per l’aiuto agli armeni, cercò di evitare le deportazioni raccogliendo prove anche attraverso la rete consolare e trasmettendo rapporti al suo paese che, tuttavia, rimase inerte. Nel 1916, tornato in America, aiutò gli armeni sopravvissuti con apposite sottoscrizioni fino alla denuncia pubblica in ripetuti scritti e conferenze; nella sua “Storia dell’Ambasciatore Morgenthau” il capitolo “L’assassinio di una nazione” denunciava anche le responsabilità della Germania alleata della Turchia, i cui consiglieri fecero quella che abbiamo chiamato “prova generale” dell’olocausto; non solo, cercò di aiutare in altri modi gli armeni sopravvissuti con una patria, “l’Armenia di Wilson”, disegnata sulla carta che però fu stracciata dalla spartizione “tra la Russia sovietica e la Turchia kemalista”. Resta una grande figura che svolse un’azione diplomatica indefessa, vanificata dalle grandi potenze.

C’è anche la testimonianza del console italiano Giovanni Gorrini, che vale la pena di riportare testualmente per la genuinità e la sua forte drammaticità: “Dal 24 giugno non ho più dormito né mangiato. Ero preso da crisi di nervi e da nausea al tormento di dover assistere all’esecuzione di massa di quegli innocenti e inermi persone, le crudeli cacce all’uomo, le centinaia di cadaveri sulle strade, le donne ed i bambini caricati a bordo delle navi e poi fatti annegare, le deportazioni nel deserto: questi sono i ricordi che mi tormentano l’anima e quasi fanno perdere la ragione”. Tornano alla mente le immagini strazianti della “Fattoria delle allodole” della Aslan.


René Lalique, “Spilla”.

Le prove processuali turche

Un processo ci fu per lo sterminio armeno, avvenne nel 1919 a Costantinopoli a seguito delle accuse formali avanzate subito dopo la resa della Turchia sconfitta nella prima guerra mondiale; ne ebbe la supervisione il nuovo primo ministro Damad Farid Pascià che aveva ammesso i crimini verso gli armeni. Finì nel nulla anche per l’assenza di gran parte degli imputati, espatriati prima, e per l’archiviazione delle sentenze che furono comunque emesse.

Furono insediate tre commissioni d’inchiesta, del governo, del Parlamento, della Corte marziale, quest’ultima istituita con uno dei due decreti imperiali del dicembre 1918, l’altro sottoponeva alle corti d’assise i funzionari delle province teatro dei massacri non soggetti alla leggi marziali; un decreto del gennaio 1919 precisava che la corte marziale giudicava gli autori di “deportazioni e massacri”, i processi avvennero nelle città dove si erano avuti i maggiori eccidi o nelle vicinanze.

Si svolsero in sequenza dal febbraio 1919 al giugno 1920, anche se diverse udienze furono contemporanee, in un clima teso nel quale si temevano azioni armate per liberare i ministri sotto accusa, tanto che di un processo fu trasferita la sede a fine maggio 1919. Pur con queste ed altre difficoltà, furono portate precise prove così elencate dalla De Sapio Iacovoni: “Ordini di missioni classificate top secret; telegrammi in codice; confessioni di accusati avvenute durante gli interrogatori preliminari condotti alla presenza di un magistrato; deposizioni di civili e di militari che accusavano gli imputati di complicità per i fatti in giudizio”. Viene ricordato che la requisitoria principale, in base alle prove presentate, concludeva che si era trattato dello “sterminio di un popolo intero che costituiva una comunità separata, non di incidenti isolati né circoscritti a particolari zone”; inoltre “non erano da attribuirsi a necessità militari e neppure a misure disciplinari”. Anche sulle responsabilità molta chiarezza: “Le deportazioni furono concepite e decise dal Comitato centrale dell’Ittihad [cioè dei “Giovani Turchi” al potere con l’“Unione e progresso”], le tragiche conseguenze sono state documentate in tutte le regioni dell’Impero ottomano”; anche le conclusioni di altri processi sostenevano “l’organizzazione e l’attuazione del crimine di massacro attuata dai dirigenti dell’Ittihad. Questo fatto è provato e verificato” con documenti, e non solo testimonianze.

A questo punto, siamo all’inizio dell’ottobre 1919, la macchina della giustizia rallenta e poi si arresta: “Lo zelo dell’avvocato generale si affievolì – ricorda la studiosa – Un anno più tardi, nel momento in cui il quinto ed ultimo governo Farid cadeva di fronte alla irresistibile ascesa di Mustafa Kemal Ataturk e dei suoi seguaci, la corte marziale sospese definitivamente le udienze”.

Ma ciò che non fece la giustizia degli stati lo fece quella degli uomini, come avvenuto per quanto possibile nella tragedia degli ebrei, con la caccia ai nazisti di Wiesenthal e dei servizi segreti israeliani. I sopravvissuti dall’olocausto tirarono fuori le unghie, il Partito armeno Dashmak, più estremista del partito Hunchak, organizzò l’“Operazione Nemesis”, eliminazione fisica di 200 responsabili rimasti impuniti, operazione riuscita con l’ex primo ministro Said Halim Pascià e con il coordinatore dell’apposito Comitato dell’Ittihad, con i massacratori di Baku e di Trebisonda, con l’ex ministro della difesa Jemal Pascià e del più ambizioso dei triunviri turchi, Enver Pascià. Alcuni responsabili dell’esecuzione di queste vendette furono arrestati ma poi graziati o rilasciati.


Gustav Klimt, “L’albero della vita”, part.

Le prove documentali tedesche

Le fonti tedesche sono attendibili dal momento che la Germania era alleata della Turchia con la quale condivise la sconfitta nella prima guerra mondiale; e si fidava dell’alleato al punto da prendere per buone sia le accuse di sabotaggio e spionaggio fatte dai turchi agli armeni, sia le assicurazioni date agli ambasciatori che lo spostamento massiccio degli armeni verso altri territori aveva lo scopo di proteggerli per poterli poi ricollocare nelle terre loro assegnate. Questo solo in una prima fase, da metà giugno 1915 – documenta la De Sapio Iacovoni - “una valanga di rapporti, stilati dai consoli delle diverse città, bollarono l’inerzia degli ambasciatori, che si erano fino ad allora rifatti in modo supino alle dichiarazioni ufficiali turche. A ciò fece seguito un flusso continuo di rapporti inviati a Berlino, un lungo rendiconto dei massacri, un censimento minuzioso e terribile”. Il ricordato Talaat Pascia fu accusato di aver risposto con “sordide menzogne”, e la studiosa fa i nomi degli ambasciatori che reagirono con durezza inconsueta ai diplomatici: Wangenheim, Metternich, Kuhlman. Come nei documenti di “WikiLeachs” ci troviamo di fronte a rapporti confidenziali, quindi ben più veritieri delle dichiarazioni ufficiali, spesso opportunistiche.

I rapporti degli ambasciatori a Costantinopoli erano il frutto degli stretti contatti intrattenuti dai diplomatici con gli ambienti civili e militari, dell’amministrazione e dei servizi segreti: in più gli archivi tedeschi contengono i dispacci di consoli, vice-consoli e loro rappresentanti che operavano nelle terre dei massacri, nonché quelli degli uffici militari collegati all’esercito turco alleato.

Cosa emerge dalla loro consultazione? La studiosa lo riassume in tre punti. Il primo è la “premeditazione” e al riguardo cita tre rapporti, in due si legge che l’eliminazione degli armeni avveniva “in base ad un progetto nato da molto tempo”, nel terzo si riportano testimonianze sui “criminali rilasciati”. Il secondo punto è il “ruolo centrale della gerarchia dell’Ittihad”, cioè dei Giovani Turchi, i cui commissari e capi locali gestirono il massacro nelle province. L’ultimo punto è “la volontà di compiere il genocidio”, provata dai termini usati dai tedeschi – “estirpazione”, “annientamento”, “sterminio” – e dalla considerazione secondo cui i pochi scampati dovevano la salvezza a inefficienze nell’annientamento di massa pianificato e non certo a resipiscenze.

Questi documenti scagionano la Germania dalla corresponsabilità, anche se singoli ufficiali e consiglieri vi furono implicati. Soltanto a loro, quindi, si riferisce il nostro accenno alla “prova generale” dell’olocausto ebraico, ammesso dai tedeschi in tutta la sua spaventosa realtà; avrebbero ammesso anche quello armeno se ne fossero stati complici. Si tratta quasi di un terzo dei 6 milioni di ebrei sterminati dai nazisti: in entrambi i casi l’eliminazione di un popolo risorto poi dalle sue ceneri come l’araba fenice, temprato dalla tremenda prova ed esempio di forza e di democrazia.


Victor Horta, Balaustra di Casa Solvey.

Le prove negli archivi turchi

Il fatto che furono celebrati dei processi nell’immediato in Turchia indica di per sé quante prove devono trovarsi negli archivi del Tribunale militare, allora costituito in Corte marziale. Ma non è dato di accedervi sebbene il tempo trascorso avrebbe dovuto consegnarli alla storia, quindi agli studiosi. Sono scomparsi gli archivi del comitato centrale dell’Ittihad, furono distrutti quelli personali dei citati Talaat, Enver e Djemal, prima della fuga in Germania, i primi due disponevano perfino di un sistema telegrafico speciale che poteva annullare in segreto gli ordini ufficiali del governo; furono distrutti tutti i dispacci telegrafici su deportazione e massacri e fu dato alle fiamme l’archivio dell’“Organizzazione speciale”, il braccio armato, ad opera di Kuskubasi, uno dei capi.

Ci fu un’inchiesta della Camera dei deputati turca che ascoltò due ministri dell’epoca: Said Halim, che era stato “Gran Visir” – ricorda la De Sapio Iacovoni – “riconobbe che l’ordine di deportazione aveva come obiettivo quello di ‘uccidere’ i deportati” e ammise che l’“Organizzazione speciale”, esecutrice del genocidio, operava al di fuori di ogni controllo; l’ex ministro della giustizia Ibrahim disse che “un numero non indifferente” di delinquenti comuni era stato liberato e arruolato in tale organizzazione per compiere il “lavoro sporco” delle sevizie e dei i massacri più agghiaccianti.

Nell’ultimo trimestre del 1918 si svolse un dibattito parlamentare del quale si conoscono alcune testimonianze: un deputato di Trebisonda dove erano avvenuti tremendi massacri, l’avvocato Hafiz, disse di essere stato testimone oculare dell’affondamento da parte degli aguzzini turchi, della chiatta dove erano stati fatti salire gli armeni deportati, ci ricorda una scena del film dal libro della Aslan; il senatore Akif rivelò di aver visto una circolare che dava ai funzionari del partito la disposizione “di dare il via ai massacri ricorrendo ai criminali comuni”, che trova conferma nella testimonianza sopra riportata del ministro turco Ibrahim; lo stesso presidente del senato turco, Ahmed Riza – aggiunge la studiosa – “insorse contro la ‘barbarie’ con la quale gli armeni erano stati assassinati”.

Testimonianze numerose di parte turca si aggiungono a tali dichiarazioni ufficiali: il generale Fouad Erden, capo di stato maggiore, ha respinto la falsa versione di comodo sulla protezione degli armeni spostandoli in zone più sicure dicendo che “nulla era stato previsto né organizzato per dare ospitalità alle centinaia di migliaia di deportati”, perché si intendeva eliminarli; lo storico Refik, all’epoca nei servizi segreti dello stato maggiore ottomano scrive nell’autobiografia: “L’Ittihad si era prefisso l’obiettivo di distruggere gli armeni” e aggiunge che “i crimini più abominevoli furono quelli perpetrati dai criminali comuni reclutati dall’Organizzazione speciale”, altra conferma incrociata dell’arruolamento dei delinquenti per il “lavoro sporco”; il generale Vehib, comandante della terza armata ottomana, che istituì la corte marziale nel 1916, sugli eccidi prima del suo comando dichiarò: “Il massacro e l’eliminazione degli armeni, oltre al saccheggio dei loro beni, furono la conseguenza delle decisioni assunte dal comitato centrale Giovane-Turco”.


Hector Guimard, Entrata Chatelet Metro Parigi.

La ricostruzione dei fatti

Nel precedente servizio abbiamo rievocato gli eventi che nel loro drammatico crescendo hanno portato al “genocidio armeno”, lo sterminio di un popolo pacifico da parte dei turchi. Ora ne riassumiamo le tappe sulla base delle prove documentate tratte dalle fonti di cui si è detto.

La nostra fonte continua ad essere – e lo sarà fino alla fine – l’appassionata ricostruzione della De Sapio Iacovoni nel simposio culturale “Meeting sul ‘900” in casa Iacovoni a Forca di Valle.

Prima tappa, “indebolire la comunità arruolando forzatamente tutti gli uomini validi” nel corso di una mobilitazione generale sullo sfondo dell’alleanza segreta con la Germania alla vigilia della guerra 1915-18.

Seconda tappa, l’arresto di massa, con un’operazione notturna sull’intero territorio, dei notabili armeni, deportati e massacrati eliminando l’intera classe dirigente della comunità. C’era anche del sadismo: l’ambasciatore Morgenthau disse che nelle riunioni dell’Ittihad ci si compiaceva per “le sofferenze che avevano loro inflitto”; alcuni impiccati in pubblico, come monito, nelle grandi città.

Terza tappa, “deportazione massiccia della popolazione armena, ormai costituita essenzialmente di donne, bambini e vecchi”; spesso l’eliminazione aveva lo schermo dell’assalto dei convogli da parte delle bande dell’“Organizzazione speciale” costituite da delinquenti liberati, al comando di ufficiali.

La contabilità dell’orrore indica 80.000 armeni eliminati nella pianura di Mouch con l’incendio delle stalle e fienili dove erano stati rinchiusi e bruciati vivi; 50.000 soppressi per annegamento sul Mar Nero verso Trebisonda e sull’Eufrate e i suoi affluenti; 150.000 assassinati nella seconda ondata, nel 1916 in Mesopotamia dopo la deportazione dall’ovest e dal sud dell’Anatolia. In base alle statistiche ufficiali turche sarebbero 800.000 gli armeni uccisi nelle deportazioni, numero al quale va aggiunto – dice la De Sapio Iacovoni - “quello degli ufficiali e dei soldati armeni eliminati dai propri commilitoni [la prima tappa di cui sopra], le innumerevoli orfane, le fanciulle e le donne costrette alla prostituzione o che furono aggregate negli harem dopo una conversione obbligata all’islam”. Non basta: “Altre donne, inoltre, giovani e meno giovani, furono violentate prima di essere uccise, quelle che opponevano resistenza venivano prima mutilate e poi assassinate”.


Sommaruga, Palazzo Castiglione.

Le basi del negazionismo storico del genocidio armeno

Gli armeni scampati allo sterminio – 123.602 al censimento del 1927 – nel 1919 sembrarono trovare pace in una repubblica armena dov’era il governatorato russo di Erevan, un americano ne divenne Commissario supremo. Con il trattato di Sèvres di quell’anno e il successivo di Losanna del 1923 si fece e si disfece la tela dell’impero turco e dello stato armeno, vaso di coccio tra i vasi di ferro delle grandi potenze, interessate ai campi petroliferi di Baku, nella zona cruciale confinante con l’Unione sovietica. Ci fu un attacco armato alla Cilicia armena con nuovi eccidi.

Con la guida del nazionalista Kemal Ataturk la Turchia era riuscita a riavere i propri territori dopo lo smembramento che l’aveva ridotta a una piccola regione dell’Anatolia: retta in modo autoritario divenne uno stato laico e unitario. Commenta la studiosa:“Questo stato unitario non poteva tollerare l’esistenza di minoranze potenzialmente dissidenti: la resistenza curda era stata spezzata al prezzo di feroci massacri; gli armeni superstiti avevano visto crollare il sogno effimero di una Grande Armenia. L’eliminazione delle minoranze e lo scambio delle popolazioni garantivano l’unità nazionale del nuovo stato, ma questo doveva ugualmente impegnare contro l’Islam la battaglia della laicizzazione”. Di recente, con Erdogan e il nuovo capo della stato proveniente dal partito islamico, sono stati fatti passi indietro su questo percorso che non si sa dove porteranno.

Per tornare al tema, nell’atteggiamento verso il genocidio armeno fu determinante la posizione di chiusura verso le minoranze, e in particolare i sospetti contro gli armeni considerati nemici interni, la cosiddetta “sindrome di Sèvres”, lo spettro della divisione; inoltre il fatto che il nuovo stato turco ebbe dall’inizio uno stretto legame con il genocidio perché nei fondatori vi furono coloro che erano tra i responsabili, i “Giovani Turchi”. In definitiva – riassume la De Sapio Iacovoni - “il genocidio armeno fu il compendio della politica di annientamento delle minoranze e fu dichiarato ‘tabù’ subito dopo la creazione della repubblica. Una delle ragioni fondamentali di questo fatto fu proprio il legame tra il genocidio e la fondazione della repubblica”. Quindi, “dopo i trattati di Sèvres e di Losanna la storia e le questioni riguardanti il genocidio armeno furono eliminate dall’agenda internazionale; per l’occidente assicurare il proprio interesse materiale era più importante che promuovere i diritti umani, o affrontare il problema dei crimini contro l’umanità”.

E’ una forte denuncia della studiosa che prosegue: “Gli altri ‘tabù’ del nuovo stato turco sono caduti ad uno ad uno”: la negazione delle classi e delle differenze etniche e culturali; la laicità dello stato con la cultura islamica fuorilegge e il ruolo dell’esercito come guardiano dello stato. La ribellione di gruppi curdi e islamici e delle classi sociali li hanno abbattuti, tra colpi di stato militari: “Quindi l’unico tabù rimasto è il genocidio armeno”, conclude, commentando: “La Turchia ha preferito ignorare i fatti, cancellarli dalla memoria, convinta di non avere la forza necessaria per affrontarli, la società turca teme di ritrovarsi ad affrontare condizioni simili a quelle vissute in passato”.

Da parte nostra aggiungiamo che per le zone d’ombra non ancora rimosse nella propria vita civile e istituzionale, continua da decenni l’attesa di essere accolta nell’Unione Europea. Un atto di coraggio nel riconoscere queste responsabilità storiche potrebbe aiutare a dissipare i sospetti e le riserve molto forti in alcuni paesi, in modo da far superare all’Unione Europea le persistenti remore.


Anton Gaudi, Sagrada Familia, Barcellona.

Dall’inferno del genocidio armeno alle forme e colori del “modernismo”

Dobbiamo essere grati alla De Sapio Iacovoni e agli organizzatori del simposio che hanno permesso di rilanciare la questione armena dal piccolo paese alle falde del Gran Sasso, Forca di Valle, dal quale partirono l’ultimo dell’anno del 1943 due donne di Pietracamela, Annina e Rubina, per ritornare al loro paese risalendo l’impervia vallata per finire assiderate nella tempesta di neve.

Ma non sono queste le immagini che il simposio ha lasciato nei partecipanti. Anche il clima greve del genocidio armeno è stato stemperato dalle figure leggere ed eleganti del “modernismo” proiettate e commentate con altrettanta leggerezza ed eleganza da Gabriella Fabbri nel trattare il secondo tema della serata; e abbiamo voluto alleggerire anche noi il racconto intercalandovi quelle figure raffinate, a parte l’apertura che richiama le fotografie molto crude del primo servizio.

Un motivo di interesse in più per il tema “Modernismo’: origini ed esiti del movimento in Europa”: la Fabbri ha parlato del rapporto tra “modernismo” e tradizione, tra arte maggiore e arte applicata, tra quest’ultima e l’arredamento, tra forma e funzione, stile e architettura; e degli artisti, iniziando con William Morris, “Ars and Craft”, proseguendo con Horta in Belgio e Guimard in Francia, Mackintosh in Inghilterra e Loos in Austria, D’Aronco e Sommaruga in Italia, Gaudì in Spagna. Con le immagini della monumentale incompiuta cattedrale della “Sagrada Familia” di Barcellona si è conclusa l’esposizione. Ne facciamo un sigillo, svettante com’è verso il cielo.

Al termine, a coronamento della carrellata di immagini rasserenanti, la Fabbri ha aperto un delizioso ombrellino, credevamo per proteggersi scherzosamente dalla pioggia di domande. No, era l’ombrellino della nonna, verde chiaro con le frange ai bordi, un oggetto di raffinato “modernismo”.

Gli armeni non erano dimenticati, soltanto l’atmosfera si era rasserenata e addolcita prima della cena. Poi pasta con fagioli e timballo, polpettine e arrosticini, “caggionetti” e “bocconotti”, più altre specialità abruzzesi, hanno fatto il resto. Non è vero che “con la cultura non si mangia”, come qualcuno ha detto incautamente: intendendo “con” in senso strumentale la valorizzazione dei beni culturali può promuovere lo sviluppo economico, quindi far mangiare; intendendo la preposizione nel senso di compagnia con la cultura si mangia e bene. Quella di casa Iacovoni a Forca di Valle è stata una bella accoppiata – cultura-cucina – un esempio che raccomandiamo di seguire ancora una volta, come abbiamo fatto lo scorso anno in una “pillola romana”. A tutti, non solo agli abruzzesi forti e gentili o, se si preferisce, forti e fieri; in quest’occasione anche bravi. Molto bravi.

Ph: La prima immagine è tratta dal CD che accompagna la relazione di Elisabetta De Sapio Iacovoni: “Il genocidio armeno 1914-1920”; quelle successive dal CD con le immagini che hanno illustrato la conversazione di Gabriella Fabbri su: “Modernismo’: origini ed esiti del movimento in Europa”.