“Un Natale lontano” nei ricordi di Felice Marcantonio

“C’era la luna piena la notte della vigilia di Natale di quell’anno. E faceva freddo. Mentre la mamma, Cris, sparecchiava, Marco, il primo dei suoi tre figli, se ne stava muto seduto sulla panca alla destra del camino. Di tanto in tanto stuzzicava con le molle i tizzi accesi da cui sprizzavano tante fatue scintille. Gli altri della famiglia, Rocki e Lino, fratelli di Marco, un vecchio zio, Roccuccio, e zia Maria, sua moglie chiacchieravano del più e del meno, tutti attorno al camino.

Il vecchio zio parlava di lepri e di trappole, si beava nel racconto delle sue, ormai lontane, prodezze di bracconiere, delle sue astuzie per catturare faine soprattutto, le cui pelli erano molto ricercate. “Ci vogliono quaranta pelli di faina per confezionare una pelliccia da gran signora”, diceva. La piccola cucina era illuminata da una rugginosa lampada ad olio la cui fiammella, tremolante e gialla, rendeva l’ambiente di una tristezza spettrale. Cenere e fuliggine annerivano le pareti, punteggiate inoltre da numerosissime caccoline di mosche.
Il capofamiglia, Beppe, aveva cenato presto senza così partecipare alla cena della Vigilia, un po’ diversa dal solito.

Anch’egli cacciatore di frodo era uscito di casa prima dell’imbrunire per andare alla ” posta” in un capanno lungo il fiume, non distante in linea d’aria dalla sua abitazione. La luna piena illuminava a giorno un sentierino da dove Beppe sperava sbucasse la lepre. E sperava di “accopparla” con la sua doppietta calibro 12 con due cartucce di piombo “zero”. Le aveva preparate lui le cartucce, con scrupolosa meticolosità ! Aveva dosato la polvere, balistite, con l’apposito misurino e pesati col bilancino i 32 grammi di pallini di piombo. Sperava proprio di accopparla una lepre quella notte; sarebbe stato, il giorno dopo, un ricco Natale !

Verso le 21 si sentì un colpo e subito dopo un secondo…

Il vecchio zio, per camuffare la sua contentezza, esclamò con sussiego: “ha sparato”!

Speriamo torni presto, disse Cris, fa un freddo cane, si sarà congelato. Poi prese la vecchia teglia che fungeva da braciere, vi mise un po’ di brace viva e, lasciando tutti al buio, attraversò il lungo e tortuoso corridoio facendosi luce col lume per recarsi nella stanza dei figli. Sotto le lenzuola dell’unico letto depose con prudenza il braciere sul sostegno, detto “prete”, predisposto in precedenza. Il letto così si sarebbe almeno intiepidito prima che i figli fossero andati a dormire. L’operazione si ripeteva anche per i letti degli adulti.
La zia Maria si era messa a sferruzzare, appena tornò Cris con il lume; voleva rifare i ” calcagni” a due pedalini del marito che si reggevano per scommessa. Non sarebbe andata alla messa di mezzanotte, data l’età, ma era curiosa di sapere, anche lei, se Beppe l’aveva presa la sospirata lepre. Poco dopo tuttavia, augurata la buonanotte, se ne andò a dormire.
Il marito, Roccuccio, non sarebbe andato a letto per nessuna ragione al mondo prima del ritorno di Beppe, avido com’era non solo di sapere l’esito della caccia, ma anche i particolari più minuti dell’avvenimento.

Rocki e Lino decisero di andare a letto preceduti dalla mamma che, col solito lume, illuminava loro il percorso. Nella stanza dei ragazzi Cris appese il lume ad un chiodo della parete e spostò il ” prete ” con estrema attenzione sul ciglio destro del letto, nel posto che più tardi avrebbe occupato Marco. Attese che i figlioli si ficcassero nel letto con la sola maglia di lana che lei stessa aveva confezionato, raccomandò di stare attenti al braciere e se ne tornò in cucina, conscia che sarebbe tornata tra poco, come sempre faceva, a controllare che tutto fosse tranquillo.

Spogliarsi in quella specie di frigorifero era certo drammatico ma i ragazzi non se ne curavano più di tanto, tutto sembrava loro normale ed accettato senza riserva.
In attesa che tornasse il padre, Marco dormicchiava con la testa infilata nel vano a fianco della panca su cui era rimasto seduto per tutta la serata. Aspettava sempre il ritorno del padre dopo le battute di caccia, curioso anch’egli, come lo zio Roccuccio, di sentirne raccontare i particolari. Talvolta, quando il padre gli prometteva di portarlo con sé, si eccitava oltre misura e faticava a prender sonno la notte prima della battuta.

Ora era Cris che sferruzzava per finire la riparazione dei calzini mentre il vecchio zio dormiva sulla sedia. Di tanto in tanto si piegava in avanti, inerte, e la testa andava a sbattere sulla soglia del camino da cui subito si ritirava; riprendeva poco dopo ad oscillare e tornava ancora a poggiarsi sulla soglia. A questi involontari gesti si accompagnavano altrettanto involontari suoni e fischi che gli uscivano dalla bocca semiaperta e dalle narici.

Erano ormai quasi le 23 quando la porta di casa si aprì e Beppe, raggiante, posò sul tavolo il carniere con la lepre , senza parlare. Lo zio si riscosse dal dormiveglia, guardò soddisfatto la preda e disse: “ah…L’hai presa…Bella bestia…Col secondo colpo eh…Piombo zero!” Cris riattizzò il fuoco, fece posto al marito ma non gli permise di avvicinarsi subito alla fiamma. Beppe aveva i ghiaccioli alle orecchie. Durante l’attesa nel capanno, l’umidità dell’alito gli si era dapprima condensata sulle orecchie e poi ghiacciata a formare due piccoli pendagli senza romperli altrimenti avrebbe potuto provocare un sanguinamento dei lobi, se non qualcosa di peggio. Cris prese una pezzuola di lana, tante altre volte l’aveva fatto, la scaldò al fuoco e l’avvicinò alle orecchie del marito senza toccarle.

Piano piano dai candelotti cominciarono a staccarsi delle goccioline che Cris raccoglieva sul panno. In breve l’operazione si concluse e Beppe poté accostare la sedia al camino e stendere finalmente le mani intirizzite verso la fiamma provando un immediato sollievo. “Che bestia”, sentenziò lo zio guardando ancora una volta la lepre; augurò poi la buonanotte e facendosi luce con un mozzicone di candela, se ne andò a letto vistosamente contento. Si riprometteva di conoscere i particolari della cattura l’indomani, a tavola magari.
“Berrei un bicchiere di vino caldo”, disse Beppe, senza aggiungere altro.

Intanto anche Marco si era destato; guardava ammirato la lepre e s’accingeva a far domande. Il padre lo prevenne e gli disse: “domani, Marco, domani ti racconto tutto, sono molto stanco ora, non vedo l’ora d’andare a letto”. Marco capì, diede la buonanotte al padre ed accompagnato dalla mamma che gli faceva luce col solito lume, se ne andò in camera.
Cris tolse il “prete” dal letto, la brace ormai era quasi spenta, senza far rumore per non destare gli altri due figlioli che, abbracciati, ronfavano tranquilli.

“Buonanotte, Marco, fai piano piano e recita le preghiere prima di addormentarti”.

“Buonanotte mamma”, rispose Marco mentre infreddolito si ficcava sotto le coperte.

Ci sarebbe stato buio pesto, in quella camera, se dalle fessure d’una finestra sgangherata non si fossero introdotte all’interno alcune strisce luminose che generosamente la luna piena dispensava compiacente!  Cris preparò il vino, lo aromatizzò con un chiodo di garofano, un po’ di cannella e la scorza di mezza arancia. Lo fece bollire per qualche minuto e lo colò nella tazza, zuccherandolo. Poi lo porse al marito che lo bevve a piccoli sorsi, come fosse ambrosia. Le campane della chiesa intanto avevano già per due volte preannunciata la messa di mezzanotte. Cris era sempre andata alla messa di Natale e anche quella volta non voleva mancare.

Si preparò in fretta, raccomandò al marito di andare a letto: “non ti appannocchiare qui”, gli disse, “il camino è ormai spento, ti raffredderesti e basta, rimarcò”. Con uno scialle nero si coprì la testa ed uscì di casa. Proprio allora, mancava poco a mezzanotte, il terzo scampanio avvertiva che la messa stava per cominciare. Intanto la luna era stata coperta da una nuvolaglia minacciosa e qualche raffica di tramontana faceva presagire un mutamento repentino del tempo. Zio Roccuccio si era fatto leggere da Marco il “Barbanera”, un simpatico almanacco di cui molto si fidava…

Per Natale prevedeva neve, anche a bassa quota, e la previsione sembrava si potesse avverare da un momento all’altro. Beppe sonnecchiò alquanto sulla sedia, a cospetto del camino ormai spento. Poi, stiracchiandosi e sbadigliando, se ne andò a dormire non prima di aver controllato che tutte le finestre fossero ben chiuse. Ciononostante attraverso le fessure gli spifferi non mancavano ed il vento, attraversandole, produceva suoni d’ogni tipo, taluni acuti come trilli di violini, altri cupi come lugubri lamenti.

Non si usavano allora gli alberelli di abete sotto cui trovare i doni, il mattino di Natale, non nella famiglia di Beppe almeno. Era già problematico sbarcare il lunario. Marco ed i fratelli avevano però preparato un piccolo presepe ponendo per terra del muschio, adagiando su di esso, statuine di creta da loro stessi preparate. Era allora molto avvertito, tra gli abitanti del paese, il sentimento religioso ed erano ancora lontane le distrazioni che sarebbero seguite alla crescita del benessere economico. Uscendo da messa Cris e gli altri fedeli trovarono la sorpresa. Si era messo da poco a nevicare…

Sul sagrato della chiesa si scambiarono in fretta gli auguri e subito sgattaiolarono, rannicchiati alla meglio, verso le rispettive abitazioni. Tornata a casa, Cris si scrollò di dosso la neve, soffiò tre o quattro volte sulle mani a coppa, rattrappite dal gelo, per riscaldarle un po’. L’olio del lume era quasi esaurito, sul lucignolo ricurvo si era formata una pallina incandescente di carbone attorno cui ondeggiava una fiammella gialla. Silenziosa come poté , andò a controllare i ragazzi, rincalzò loro la coperta e se ne andò a dormire.
Nevicò tanto quella notte ma per la famiglia di Beppe, grazie anche anche alla lepre, fu un felice e bianco Natale”.

Felice Marcantonio

Proprio bello il Natale di un tempo, quello stesso Natale che accendendo i camini per far la brace, o preparando accuratamente i “fritti”, per far bella figura con gli ospiti ci raccontavano i nostri nonni ; era un Natale pieno di tradizioni e festose riunioni che non potevano assolutamente mancare , perché se fossero mancate sarebbe stato come disonorare questa magica celebrazione, questo attesissimo “compleanno”. Ancora una volta è Felice Marcantonio a farci riflettere sull’importanza di un periodo come questo , dove bastava ben poco per rendere gioiosa tutta la famiglia ,ed i festosi borghi d’Abruzzo avrebbero davvero numerose scene da favola da raccontarci .

C’è una netta differenza tra il passato ed il presente: oggi ci rendiamo conto che il Natale si avvicina dalle vetrine dei negozi, dalle città addobbate a festa già il mese prima e dall’idea che finalmente ci saranno con frequenza momenti per stare insieme ; è bello pensare che questi momenti aumentano solo perché ci si trova nel periodo di vacanza e dunque si ha anche più tempo libero. Ma riflettendo bene , il Natale di un tempo non era poi così “povero”, infatti era “ricco” di contenuti , e povero solo di risorse : i bambini attendevano con ansia l’arrivo di Babbo Natale che forse a causa della “slitta rotta” , non sarebbe mai arrivato , o forse a causa della neve avrebbe avuto difficoltà ad orientarsi nel cielo ; per non parlare poi della Befana, povera vecchietta , con le “scarpe tutte rotte”era impensabile che potesse portare i giochi a tutti bambini del mondo in una sola notte . Ma anche senza nulla si era comunque tutti amanti dell’idea che forse il Natale dell’anno successivo sarebbe stato migliore.

Cari amici , sono sicura che questa sentita storia raccontataci da Felice ancora una volta vi abbia emozionato , soprattutto perché , la lettura di ciò che lui scrive ci aiuta a tuffarci ogni volta nel passato , permettendoci di avere un’immagine del nostro Abruzzo che non verrà mai persa, fatto di tradizioni , fatto di folklore e di attimi di vita vissuta insieme nel nome dell’amore per questa terra. Approfitto di questo momento per augurarvi un Buon Natale ed un Felice Anno Nuovo , sottolineando una cosa importante : il nostro Abruzzo ha bisogno di noi!

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