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Francesco Pagani, “Io me e il pescatore”

pubblicato il 1 dicembre 2008 alle 21:50
scritto da S. G.
tematiche affrontate: interviste

Francesco Pagani è nato nel 1991 e vive a Lodi. “Io me e il pescatore” (Il Filo, pp. 75, Euro 13) è la sua opera d’esordio. In questa intervista parla del suo approdo alla scrittura e di cosa significa raccontare.

Come si è manifestato in lei il desiderio di scrivere?

«Ho iniziato a scrivere per gioco, rendendomi poi conto di quanto fosse qualcosa di naturale in me, che dovevo coltivare».

Mi parli di lei come lettore?

«Mi piace molto leggere. Uno scrittore non sarebbe tale se non fosse anche un buon lettore. La lettura ora è poco coltivata e quasi dimenticata ma ha un potenziale enorme, ovvero quello di comunicare emozioni».

Crede che questo suo primo libro abbia risposto a una urgenza momentanea? Oppure ritiene sia la premessa ad altre opere narrative?

«Ha risposto sicuramente a un esigenza momentanea, mi ha liberato da emozioni difficili. Ma credo sia al tempo stesso un inizio per entrare nel mondo della fantasia».

Come e quando è nata l’idea di questo libro?

«Avevo, appunto, emozioni. Forti emozioni. E volevo imprigionarle in un libro, in pagine, in parole. Così ho iniziato a scriverlo. E tutto si è susseguito in modo naturale, dalla prima all’ultima pagina».

Nella premessa dice: «Scrivo questo libro perché so che questa è una storia che non è mai esistita, ma che sarebbe potuta esistere, solamente il destino è riuscita a non scriverla». Un passo affascinante ed enigmatico. Le va di spiegarlo un po’?

«E’ vero, le storie sono dentro ognuno di noi ed esse possono nascere ed esistere. Tutti noi siamo frutto del caso, e anche qualcosa che non c’è lo è. Voglio dire: il caso evolve popolazioni, ci salva, ci aiuta, ma anche ci priva di qualcosa. Di storie. Non può scriverle tutte lui. Quindi io ho scritto una storia che è esistita ed esiste, in un altro mondo, ma esiste. Questo è fantastico, vuol dire trapassare il cinismo della vita quotidiana trovando e aprendo altre strade per la vita».

In apertura di volume ha riportato un pensiero di Einstein: «La fantasia è più importante della conoscenza». Lei che rapporto ha con queste due parole?

«La fantasia è ciò che mi fa vivere: la vita non è solo pura realtà, ma anche ciò che ci immaginiamo sia. La conoscenza è invece il conoscere ciò che ci sta intorno, ciò che scriviamo».

Quindi preferisce la fantasia…perché?

«Perché senza fantasia un libro di narrativa non lo si può nemmeno iniziare. Io posso sapere come scrivere un libro ma non sapere cosa scrivere. Il contenuto è la fantasia, è il succo di un libro, è la parte fondamentale».

Cosa ha significato per lei raccontare questa storia, scrivere questo libro?

«Ha significato imparare che si può vivere in diversi modi. La realtà fisica è uno dei tanti, non l’unico. Siamo formati da mente e corpo? E siamo così sicuri che si vive soltanto utilizzando il corpo? No, assolutamente».

Quanto lavoro, quanta fatica, che tipo di approfondimenti interiori le hanno richiesto le pagine?

«Non ero stanco quando avevo finito di scrivere. Ero felice e a livello mentale ero libero, svagato. La fine mi aveva portato contentezza e realizzazione».

Che tipo di scrittura ha usato? E perché? Voglio dire: perché ha scelto di scrivere il libro nel modo e con le parole con cui l’ha scritto?

«Ho utilizzato una scrittura veloce, diretta, immediata. Il libro di oggi deve intrattenere e, magari, lasciare un messaggio. Per fare ciò ritengo sia indispensabile essere veloci e immediati».

Ha frequentato corsi di scrittura? Ci crede? Oppure è autodidatta?

«No, non li ho frequentati. E non ci credo molto a dir la verità. La creatività, che è il punto fondamentale della scrittura, non la si costruisce, è un dono».

Quanto tempo ha lavorato a questo libro?

«Quattro giorni. Dormivo poche ore e tutto il resto del giorno scrivevo».

Cosa significa “creare” un personaggio?

«E’ difficile dirlo. Per prima cosa si pensa al suo carattere, poi si costruiscono i dettagli».

Nel libro ci sono molti dialoghi: come si è regolato per stenderli?

«Come se stessi guardando un film. Come in una recita di teatro. Stavo solo guardando la mia mente e trascrivendo ciò che mi diceva. Il risultato mi è piaciuto molto».

Ha scelto una suddivisione in capitolo brevi: perché?

«Perché ogni capitolo ha il suo significato, vuole comunicare qualcosa. E poi, da lettore, i capitoli lunghi non mi piacciono, il più delle volte mi annoiano».

Quanto tempo e quanto lavoro ha dedicato alla revisione delle pagine?

«La revisione è sempre un compito difficile e delicato. Prima di inviarlo a qualsiasi casa editrice devi essere sicuro che non ci siano errori grossolani dovuti alla scrittura di getto. Io ho impiegato qualche giorno».

Raccontare: che significa raccontare?

«Significa guardare dentro sé stessi. Specchiarsi dall’interno. E quindi questo fa male, ti lacera, ti addolora, anche se la soddisfazione finale è grandiosa: hai comunicato te stesso».

Se dovesse definire questo libro, cosa direbbe?

«Direi che è un libro di emozioni e di interrogativi che nella vita prima o poi tutti devono affrontare. E direi che è scorrevole e grande intrattenitore».

È un libro di scelte, di interrogativi, di sorprese…

«Sì, anche le scelte sono importanti. Sono ciò che ci cambiano la vita. Già quando sei bambino devi iniziare a scegliere. E la scelta è una caratteristica della vita, non è mai facile decidere ma è indispensabile».

È anche un testo che ambisce a una problematicità: basti pensare allo stato di “crisi” che permea le pagine…

«La crisi è il succo del libro. Il protagonista di nome Giorgio è costretto ad affrontarla e a cercare risposte, a compiere scelte difficili non sempre azzeccate e “giuste”».

C’è un messaggio nel fondo del libro che le sta a cuore?

«Sì, ciò che tutti chiamano “crisi esistenziale” non deve essere ignorata. Se uno è stufo della vita che fa, è insoddisfatto e vuole cambiare lo deve fare».

In che misura, a suo avviso, scrivere equivale a ferirsi?

«Perché ti metti a nudo, ti pugnali il cuore. Lo senti mentre scrivi che soffri, che ti liberi da qualcosa. Questo è un aspetto della scrittura che molti ignorano, ma che è il punto principale di uno scrittore».

Come si è regolato per la “gestione” delle emozioni e dei sentimenti?

«Cercavo di fomentarli, di aumentarli. A volte ascoltavo dei brani musicali. Quando ho sentito che non avevo più sentimenti ho capito che dovevo concludere il libro, anche perché la storia era giunta al punto giusto».

In sostanza, che avventura s’è rivelata la scrittura di questa storia?

«Un’avventura fantastica, era come navigare in un fiume in piena».

In base a questa sua prima esperienza, ritiene che le storie da raccontare vadano assecondate nel loro libero fluire? Oppure ritiene vadano costruite?

«Sì, il non pensare è il punto principale. Gian Battista Vico disse che la poesia è svincolata dall’intelletto e dalla ragione. Anche la prosa è così, le mani devono scorrere da sole».

Scrivere un libro è sempre un mettersi a nudo: dopo che l’ha visto pubblicato, cosa ha provato?

«Mi sono commosso. Quello che avevo scritto da quel momento lo potevano leggere tutti. Ma se una persona compie qualcosa di buono cosa dovrebbe fare? Mi sono reso conto che se si ha questo particolare dono di scrivere va utilizzato non solo per sé stessi, ma anche per gli altri».

È già al lavoro con qualcos’altro?

«Ho tante idee, inizi per nuove storie e romanzi. Ma non è detto che si realizzino. Sto aspettando un guizzo che venga dall’interno e che mi faccia incollare alle pagine vuote di un nuovo libro».

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