In questi ultimi giorni abbiamo assistito a continue e incessanti tavole rotonde, tribunali eretti alla meglio per assolvere e condannare, a grandi lettere nomi e appellativi di un mondo talmente lontano da non essere compresi da chi ha vissuto e vive il mondo moderno dell’era digitale.
La comunicazione ha varcato ogni confine superando i limiti dei sentimenti, del dolore e del silenzio, necessario e indispensabile mezzo per comprendere e rielaborare lacerazioni profonde che in molti casi hanno bisogno di essere contenute e arginate dentro il vissuto esistenziale di ognuno.
Il dramma della povera Sara ha fatto di tutti noi investigatori e censori, giudici da inquisizione con un richiamo frequente a quella pena di morte che rappresenta un retaggio di epoche lontane e oscure. Razionalità e istinto si sono scontrati in serrate dispute sul bene e il male nella ricerca di spiegazioni che possano acquietare la coscienza e ridare il giusto valore a quei sentimenti che sono alla base dei legami affettivi primari. Andare oltre le apparenze ci ha dato il potere di giudicare, di costruire e smontare di volta in volta pezzi di vita, di solitudine e di emarginazione, un lavorio continuo in cui tutto sembra essere la verità assoluta e il suo esatto contrario.
E’ necessario, come qualcuno ha affermato a ragion veduta, ristabilire i confini e non mercificare la comunicazione in nome dell’audience, delle notizie che fanno lo scoop di un programma televisivo o di una testata giornalistica. Se ancora non esiste un’etica della comunicazione dobbiamo necessariamente fare in modo che essa possa farsi strada perché la vita e la morte sono eventi così importanti e unici da non poter essere contaminati a dismisura sull’onda di notizie sensazionali, quelle novità che alimentano il voyeurismo multimediale e ci rendono sempre più fruitori dei sentimenti come un prodotto già confezionato e messo in vendita al grande pubblico.