La “solitudine” diventa racconto autobiografico
L’esistenza di un uomo è fatta di molteplici aspetti: è mossa da emozioni, disagi, paure, odio, eppure anche la più spiacevole di queste condizioni s’indirizza verso quella strana realtà chiamata “vita”sulla quale ogni giorno ci s’interroga anche di fronte a piccoli dubbi o per la quale si sorride o si piange. Le insicurezze che ci accompagnano in questo strano percorso ci portano molto spesso a non fidarci di nessuno e dunque ad aver paura degli altri a tal punto che forzatamente o meno ci rifuggiamo in un mondo fatto solo di noi stessi che in alcuni casi si rivela necessaria dunque non è sempre possibile dare un giudizio obiettivo su questa dimensione.
Sicuramente la solitudine impone una indirettamente una “perdita” perché ci porta a dare spazio solo ad un pezzetto di una grandissima realtà , limitandoci nel rapporto con gli altri ,costruendo delle barriere di fronte a degli eventi, eppure la solitudine ci aiuta ad addentrarci in noi stessi per far in modo che possiamo capirci meglio, dando spazio anche un complesso meccanismo di difesa , basti pensare al fatto che molto spesso la vita frenetica tutti i giorni ci sta stretta ed abbiamo bisogno di evadere per cui diamo spazio ad una sorta di “vacanza”interiore, stando a distanza da tutto e tutti.
Ma la solitudine può essere generata anche da un disagio e dunque può rappresentare un muro eretto da chi ha difficoltà a rapportarsi con la società che molto spesso porta l’individuo anche a manifestare un carattere estremamente violento aggredendo gli altri quasi per aiutare l’io a creare il vuoto intorno a se e dunque facilitare il processo di isolamento , dunque non si può considerare la solitudine in ogni caso come una difesa. Felice Marcantonio , il nostro amico e poeta di Pretoro, in questo racconto ci aiuta simpaticamente a capire queste problematiche concentrandosi sull’immagine di un uomo , nato in un piccolo borgo di montagna e proveniente da una famiglia umile.
Polpetta era un buon uomo, vecchio e saggio. Era nato tanti anni fa in un paesino di montagna da genitori contadini, bravi ed onesti.
La sua vita era stata tutta un’ avventura e, come a tutti capita, aveva avuto successi ed insuccessi, gioie e dolori. Non si era sposato, non avendo trovato l’anima gemella. Si rammaricava a volte per questo, avrebbe voluto avere tanti bambini. Ma poi si consolava perché in paese tutti i bimbi erano diventati, per così dire, i suoi nipotini e gli volevano un gran bene ma…Ma i più monelli ogni tanto però, lo facevano anche arrabbiare, un poco s’intende! Che diamine, qualche garbata monelleria non era poi la fine del mondo, anzi…
Così dicevano quei bricconi e giù una bella risata!
Polpetta sapeva tante cose; un po’ per averle lette sui libri, molte altre per averle apprese a contatto con la natura. Osservava ogni cosa con curiosità e passione. Aveva sempre le tasche piene di oggetti, i più disparati, che gli servivano per le sue osservazioni: coltellino multiuso, lente di ingrandimento, binocolo ed altre ancora. Sapeva fare, il buon Polpetta, anche tante cose.
Già Polpetta ! Perché poi Polpetta? Nessuno nel paese l’ha mai saputo.
Il suo vero nome era Alberto, Alberto Ricotta.
Con i vimini di salice o di sanguinello faceva i canestri, con i rami di ginepro o di nocciolo i bastoni. Con i legnetti insegnava ai suoi piccoli amici persino a fare il carbone…E poi sapeva suonare anche il piffero.
Nessun problema per lui riattaccare un bottone o rammendare un calzino o stirare una camicia.
Conosceva tanti uccelli e molti li riconosceva dal canto. Senti, senti diceva, quello è il rigogolo, oppure il merlo, il fringuello, il cardellino. Anche dai nidi sapeva riconoscerli. La ghiandaia, diceva, nidifica di preferenza sulle querce, intrecciando bastoncini di legno leggeri in modo molto approssimato. Non pare ci tenga molto alla sua casa, la sciattona, diceva!
Il cardellino invece, straordinario ! All’ ”opera“ provvede la femmina. Intreccia il nido, di norma, a media altezza, all’incrocio di più rametti, su ogni tipo di albero,. Usa fili morbidi d’erba secca, piccole piume e fiocchetti di lana che, durante il pascolo, i rovi strappano alle pecore ignare. Il maschio intanto sorveglia e protegge…
Posato su un rametto in vista e dolcemente cinguettando richiama su di sè l’attenzione. Quanti viaggi fanno in coppia prima che l’opera sia finita! Sistemata una pagliuzza la femmina lascia con un saltino il nido, avverte con alcune note sommesse, il compagno ed in coppia ora, borbottando insieme, vanno a cercare altro materiale. Seguono la stessa rotta, tante, tante volte fino al compimento di quella casetta, morbida ed accogliente. A questo punto la cardellina, chiamiamola così, vi depone le uova, quattro o cinque, e teneramente le cova fino alla schiusa..
Il maschio nel frattempo provvede a procurare il cibo alla compagna: insetti di preferenza ma anche semi di cardo di cui i cardellini sono ghiotti e da cui traggono il nome.
Quel giorno Polpetta non aveva voglia di uscire, un po’ perché non ne aveva voglia, un po’ perché pioveva a dirotto. Decise così di riordinare la sua casa, di rimettere ogni cosa al suo posto, come faceva almeno una volta alla settimana.
Si sa, in casa c’è sempre molto da fare, specie se si è soli. E poi c’era da sistemare la stalla ; i primi freddi erano alle porte e bisognava ricoverarci le galline ovaiole che Polpetta si divertiva ad allevare fin da quand’era ragazzo. Non molte per la verità, una diecina all’incirca. Gli piaceva avere a disposizione qualche ovetto fresco, da bere magari ancora caldo , o per farci gustose frittatine con teneri di luppolo o con asparagi selvatici in primavera o con altre erbe o formaggi molli nel resto dell’anno.
Bere l’uovo fresco direttamente dal guscio era quasi un rito per Polpetta.! Aveva contratto l’abitudine da ragazzo, in tempi di carestia, durante la guerra. C’era poco cibo e tanta fame allora!
Una vecchia zia, di nome Mara, voleva a Polpetta un bene dell’anima; abitava nella stessa casa ed ogni mattina, di buonora, si recava nella stalla e dopo poco tornava con una o due uova appena deposte dalle ovaiole. Se polpetta tardava a svegliarsi, la zia conservava quelle uova nel suo seno, per tenerle calde, diceva. Su, bevi, che ti fa bene, era il ritornello consueto. E Polpetta, praticato un buchetto sulla punta del guscio, cercava di succhiar…ma che fatica!
Solo col tempo imparò il segreto per gustare facilmente quel boccone così prelibato. Occorreva, difatti, forare anche la base del guscio perché l’aria potesse sostituire il contenuto dell’uovo. Bastava ora un piccolo risucchio per sentire in bocca la fragranza di quel tuorlo appena franto!
Che sferzata di energia…!
Intanto aveva smesso di piovere.
Un vento gelido sfioccava le nuvole diradandole. Da uno sprazzo di sereno fece capolino il sole, basso a occidente.
Polpetta decise di uscire; staccò dal chiodo dietro l’uscio il suo vecchio mantello militare, si coprì le spalle e, subito dopo, si ritrovò tra le pozzanghere della strada. Era già buio ormai e non si vedeva in giro anima viva. Qualche finestra, debolmente illuminata, era il segno che nel paese qualcuno viveva. Non c’erano altri rumori attorno se non quelli prodotti dal vento che sibilava furioso, ancora saturo d’acqua.
Polpetta ora camminava tranquillo, assorto nei suoi pensieri. Assimilava forse i sibili del vento a voci indistinte di genti lontane…Intanto ad ogni folata oscillavano i lampioni che precarie cordicelle metalliche sostenevano al centro della carreggiata.
Si stava recando, come faceva ogni sabato, alla botteguccia di zà Teresa, per la spesa della settimana. Cercava camminando di ricordare ciò di cui aveva bisogno ma, ogni qualvolta entrava nel cono di luce di un lampione, lo distraeva il gioco delle ombre che la sua persona produceva.
Ne restava addirittura affascinato, come avveniva ormai da molto tempo, fin da quando era ragazzo.
Nei pressi d’un lampione camminava, per qualche tratto, con la testa girata per vedere accorciarsi, man mano, la lunga ombra che lo seguiva, fino a svanire al perpendicolo della lampada.
Ma eccola di nuova, davanti questa volta, diventare sempre più lunga fino a svanire nei tratti bui della strada.
Intanto era arrivato nei pressi della bottega per raggiungere la quale si doveva percorrere una stretta viuzza, pavimentata con due file parallele di lastroni di cemento. Ogni lastrone era lungo circa mezzo metro. Polpetta camminava sulla fila di destra e, come sempre aveva fatto in occasioni simili, fin da bambino, cercava,divertendosi nonostante l’età, di non calpestare le giunture tra una lastra e l’altra, allungando o accorciando i passi con meticolosa attenzione.
Pur sapendo che era aperta, bussò con garbo all’uscio della bottega, come per annunciarsi, ed entrò riaccostando la porta col gomito. “ Buonasera, Teresa, disse con un sussurro e poi, con tono più marcato. “ che tempaccio oggi e che vento” aggiunse., liberando le mani dal mantello.
“ Buonasera, Alberto, buonasera rispose Teresa alzandosi dallo sgabello dov’era seduta e, ponendo sul bancone il libro che stava leggendo: “ brutto tempo davvero”, conclude.
Teresa guardò a lungo il mantello di Polpetta, ormai lucido e sdrucito. Si ricordò d’averglielo visto addosso, la prima volta, quand’era tornato dalla guerra di Libia, alla quale aveva, volontario, partecipato per fame. Allora era grigioverde ma la madre di Polpetta non sopportava quel colore. Le ricordava le troppe sofferenze patite durante i due anni in cui il figlio era rimasto lontano. Un bel giorno perciò lo immerse in un mastello di acqua bollente entro cui erano state a decotto una ventina di noci immature col mallo ancora verde.
E così divenne d’un bel nero lucente!
Teresa, o meglio, zà Teresa, era ancora una bella donna, nonostante i suoi sessantenni suonati.
Tutti i giovanotti del paese si erano innamorati di lei quando aveva ventenni o giù di lì.
Anche Polpetta se n’era innamorato ma Teresa non volle mai sposarsi e nessuno nel paese ha mai saputo perché.
Guardava ora Polpetta con dolce tenerezza; le sue rughe, la sua malinconia la commuovevano; trattenne a stento un accenno di pianto.
Si strinsero forte la mano, guardandosi a lungo negli occhi, senza parlare. Poi Polpetta guadagnò la porta, uscì e dileguò verso casa nel buio della notte…
Racconto meraviglioso,sopratutto per il retropensiero.Meraviglioso
Racconto meraviglioso
Grazie,Alessà…sarei contento se qualche nonno lo leggesse ai nipotini…