Tottea (Te). Pupo alla Notte azzurra: l’uomo e l’artista

L’8 settembre a Tottea, il paese montano nel comune di Crognaleto in provincia di Teramo, si svolgerà l’atteso concerto di Amedeo Minghi. Non è l’unico evento musicale dell’anno, poco dopo ferragosto, il 18 agosto, c’è stata la “Notte Azzurra” con il cantante molto popolare che è anche conduttore televisivo di trasmissioni di successo, Pupo, nome d’arte di Enzo Ghinazzi: ci siamo andati per l’interesse verso l’artista e la persona con le sue vicissitudini ed esperienze di vita.


Carretto abruzzese degli inizi del Novecento

Via Gabriele d’Annunzio ci accoglie a Tottea il 18 agosto con l’arco di ingresso sulla “Notte Azzurra 2010”. E’ un bell’inizio per noi che abbiamo esplorato il profilo interiore dell’“uomo del Vittoriale”. Le sorprese continuano, un carretto abruzzese di un secolo fa troneggia, è il caso di dirlo, all’entrata del paese in una enclave tradizionale dove c’è anche un carrettino d’epoca, nell’ambientazione spiccano altre due sponde di carretto con dipinto Sant’Antonio e un pavone dalle piume azzurre; autore di questa sorta di monumento al passato è Giuliano Masci, persona tutt’altro che di ieri, è titolare di una piccola impresa di trasporto in piena attività, che nel nome ispirato all’ecologia mostra la sensibilità ambientale, la stessa del monumento alla tradizione che in questo paese di montagna richiama i lenti carri trainati dai buoi delle campagne di pianura.

La gente e le autorità presenti alla “Notte azzurra”

Le statue di pietra sparse nei punti critici del paese sono altri monumenti in un’accoglienza che dalle cose si sposta subito alle persone. Tutti si mobilitano dinanzi alla nostra missione impossibile, trovare alunni di un tempo lontano di nostra madre maestra alle elementari di Tottea, un’occasione per conoscere energici e robusti paesani con i volti cotti dal sole e dal vento, fieri di questa festa che esprime la vitalità di un paese immerso nel verde dove si arriva per una lunga erta tortuosa di tornanti inerpicati alla ricerca del cielo.

Tra questi Vittorino Capretti, orgoglioso del suo cognome perché, ci dice, la carne di capretto è la più pregiata trattandosi di un animale che evita di brucare l’erba contaminata da altri animali, siano anche insetti; ci viene additato da molti come il personaggio del paese, lo abbiamo fotografato ai lati di una statua-monumento.

Eravamo già stati a Tottea tre anni fa, allora centro della festa fu il concerto di Al Bano, la congestione stradale dovuta alla grande attrazione ci obbligò a salire a piedi, lo facemmo volentieri pensando di ripetere il percorso di nostra madre Nicolina Argene Paglialonga che a piedi raggiunse la sede di insegnamento agli inizi degli anni ‘30.

La gentile Lidia ci toglie l’illusione che avevamo, dicendoci che la strada di allora saliva da tutt’altra parte, la Tottea che ci si scoprì dopo l’ultima curva al culmine della salita non era quella che vide nostra madre, ma è stato bello averlo pensato e vissuto al momento. Quest’anno si è verificato analogo ingorgo, con le auto parcheggiate per chilometri nella via che sale dalla “strada maestra” a fondo valle, ma siamo venuti per tempo, anche per la nostra “missione impossibile” che è rimasta tale nonostante la generosa mobilitazione dei paesani alla ricerca dei testimoni di allora.

Tottea, notte azzurra
Una statua-monumento di pietra con Vittorino Capretti

Non c’è tempo per indugiare sui sentimenti, non si dica che sono sentimentalismi, incontriamo le autorità, l’Assessore provinciale Eligio Romandini e l’Assessore regionale Giandonato Morra, entrambi ai trasporti. Morra ci parla dell’importanza di una presenza diretta in manifestazioni come questa e nella quotidianità per esprimere la vicinanza e l’amicizia alla gente di montagna e aiutarla a risolvere problemi non semplici. Aggiunge che la “strada maestra” – citiamo il nome dato dal Parco nazionale al distretto “interno” servito soprattutto da postazioni di assistenza ai turisti – può essere una rete di servizi diffusi per le esigenze più comuni degli anziani, spesso piccole cose che se affrontate in loco possono attenuare l’isolamento e i disagi evitando lo spopolamento dannoso per persone e ambiente. I livelli istituzionali sono completati dalla presenza dell’assessore del Comune di Teramo allo sport ed agli eventi Guido Campana e dal senatore Paolo Tancredi, non manca un assessore del comune di Crognaleto. Padroni di casa molto indaffarati il presidente della Pro Loco Renato Persia e il sindaco di Tottea LeandroMoretti.

Sorprende la vivacità di un paese completamente isolato in quel comune diffuso che è Crognaleto, del quale descrivemmo a suo tempo l’arcipelago di borghi e paesi su questa rivista nell’estate 2009, dopo aver visitato oltre Tottea e il vicino Alvi, Cervaro e Cesacastina, Senarica e San Giorgio, fino a Frattoli, partendo da Nerito, vicino alla “Strada maestra”, dov’è la sede comunale.

In un certo qual modo Crognaleto è stato un laboratorio di quanto si avrà tra non molto per la gran parte dei comuni di montagna: ne parlano anche gli assessori, si va verso una concentrazione delle strutture amministrative per un sistema a rete che copra un territorio più ampio dei troppo ristretti ambiti comunali.

L’animazione e le musiche, le bancarelle con ogni genere di conforto e di attrazione ci staccano da queste considerazioni riportandoci al clima della festa, nella quale l’attesa per l’arrivo della celebrità di turno si fa sentire anche se il paese è abituato a queste iniziative che hanno visto esibirsi non solo Al Bano ma anche Riccardo Fogli; dopo poco più di due settimane Amedeo Minghi.

Come possa fare un piccolo comune con i problemi dello spopolamento montano a sostenere gli oneri di tali spettacoli è un miracolo, ne parliamo con il presidente della Pro Loco Persia e il sindaco Moretti, sappiamo soltanto che il compenso di Al Bano fu in parte per un quantitativo del suo vino “Don Carmelo” acquistato da un esercizio locale. Persia ce lo conferma e per il resto sia lui che il sindaco dicono che “la volontà e l’impegno possono fare dei miracoli” come in questo caso. Pensiamo alle iniziative culturali annullate per carenza di risorse e ci chiediamo se non si possa prendere esempio da qui.


Pupo nel concerto di Tottea

Si illumina la “Notte azzurra”, è di scena Pupo

La piazza dov’è installato il grande palco con le alte torri e le imponenti strutture che reggono i riflettori semoventi si va riempiendo, cala la sera, alle 22 sarà in scena Pupo, la cui conclamata notorietà di cantante è stata rinnovata dalla sua fortunata attività di conduttore in spettacoli televisivi di vasta popolarità. E’ bella questa commistione tra identità locale e celebrità nazionale: non si deve evitare il confronto da nessuna delle due parti e come è meritorio il paese che non si limita a celebrare le feste con le musiche e i canti della tradizione abruzzese e montanara, così è meritoria la disponibilità dell’artista a venire fin quassù, certamente non soltanto per motivi economici ma anche per una scelta personale di cultura e civiltà.

Ci ripromettiamo di parlarne con la star della serata al termine del concerto, volevamo avvicinarlo prima avvalendoci della cortesia del presidente della Pro Loco che si era reso disponibile, ma l’artista giunge proprio all’ora fissata dal programma dopo essere arrivato a Roma dalla Sardegna nel tardo pomeriggio. Dall’automobile al palco il passo è breve per un uomo di spettacolo navigato come Pupo, fresco come una rosa dopo tanti tornanti al termine di un viaggio infinito. Sprizza energia in una performance scoppiettante di entusiasmo e vitalità ma anche di momenti di riflessione e quasi di introspezione. Lo dice lui stesso nel legare le canzoni del suo ampio repertorio, anche quelle meno note, sottolineando i temi che evocano.

Vengono alla luce in un vero “talk show” inframmezzato dalle canzoni: un inizio accattivante, l’annuncio dei prossimi 55 anni a settembre vero “outing” rispetto alla comune ritrosia sull’età, ricordi personali e motivi generali, come quello della “dipendenza”, un demone da esorcizzare a qualunque cosa si riferisca, e da temere perché resta sempre in agguato, e qui il riferimento a proprie debolezze è stato esplicito.

Ma nulla di pedagogico, il tono scanzonato e il dinamismo dello spettacolo non lo avrebbero consentito, la musica incalzava e spodestava le parole che si prendevano la rivincita nel siparietto successivo. E’ come se ci fossero due artisti in scena in competizione tra loro, il cantante e l’intrattenitore conduttore televisivo. Di qui un dialogo continuo con il pubblico, il ragazzino che si è smarrito tra la folla diventa un fatto di spettacolo, Pupo nel mostrarlo sul palco improvvisa un gustoso siparietto, così con l’emigrata in prima fila e altre spettatrici che fa partecipare a una travolgente versione della canzone molto popolare “Gelato al cioccolato” con tanto di balletto, nessun accenno alle polemiche riguardanti Malgioglio, forse coautore in incognito della canzone.

Nelle rievocazioni autobiografiche non c’è soltanto riflessione, ma anche ilarità, come nella canzone degli inizi nella quale faceva la voce di un vero “pupo”, riesce a farla anche oggi, come il nome gli è rimasta attaccata. O come quando mima – “lo faccio da trent’anni” – la brunetta dei “Ricchi e poveri” nella ammiccante e scodinzolante interpretazione di “Chissà perché ti amo”, di cui è coautore, seguita dai toni gravi del basso del famoso gruppo i cui componenti con la sua canzone “da poveri sono diventati ricchi”. Solo per questa “performance” si è tolto la giacca dell’elegante completo con camicia nella stessa tinta scura del vestito, per poi indossarla di nuovo, una misura e un’eleganza che è un suo connotato caratteristico, pur nella disinvoltura e nella modernità. Eleganza e raffinatezza anche nelle gentili componenti del suo complesso, le cui vesti bianche spiccavano, collocate com’erano ai lati del protagonista con l’abito scuro, la violinista Elisa e la cantante Sabrina. E poi i cinque strumentisti con gli addetti alle luci, al missaggio e all’amplificazione, alla regia e a quant’altro comporta lo spettacolo di Pupo: anche nel piccolo paese si organizza come un grande concerto cittadino, altro segno dei tempi, una volta bastava il solito balcone o tutt’al più un palchetto con l’altoparlante. Va sottolineato che la musica è tutta dal vivo, senza basi registrate, e non è poco rispetto all’andazzo corrente di risparmiare sulla qualità.

Le sollecitazioni dell’artista verso il pubblico sono continue, c’è anche l’invito ad andare a vedere il film da poco uscito nel quale ha dato la voce al cane protagonista, l’ormai celebre “Sansone”, l’autoironia è divenuta palese, ogni artista esorcizza il cane, lui vi si identifica. Il suo è un dialogo nel quale si inseriscono le canzoni accolte con crescente entusiasmo, fino alla discussa “Italia amore mio” che ha suscitato tante polemiche all’ultimo festival di Sanremo, ricordate da Pupo con amarezza, perché crede nella sua canzone; e dimostra l’autenticità dei propri sentimenti nello scriverla dandone un’interpretazione intensa, in cui la voce di Davide, un bravo componente dell’orchestra, ha retto bene al difficile confronto con il tenore sanremese.

Le due ore di spettacolo sono terminate, è mezzanotte passata, siamo all’apoteosi finale con il cavallo di battaglia “Su di noi” nell’entusiasmo della piazza divenuta una selva di braccia agitate verso il cielo come se si trattasse di giovani “ultras” dei concerti rock, mentre è il popolo dei pochi paesani e tanti villeggianti.

Corsa nel retro del palco, viene fatto infilare nell’auto con Renato Persia che invece di ripartire lo porta nella bella sede della Pro Loco, una ridente palazzina con un salone dove sono gli stendardi. Lì Pupo potrà rilassarsi e fare una rapida cena con lo staff mentre fuori esplodono i fuochi d’artificio. Il programma si è concluso ma non la festa, continua nelle bancarelle e punti di ristoro, mentre si snoda lo smaltimento delle innumerevoli auto parcheggiate lungo la strada di accesso.

La cortesia di Pupo, per nulla provato dal surmenage di una giornata così intensa, ci consente di proporgli l’intervista che il presidente della Pro Loco pensava potesse avvenire prima dello spettacolo se non ci fosse stato l’arrivo in extremis dovuto al lungo viaggio di avvicinamento cominciato nel pomeriggio in Sardegna. Ecco le nostre domande e le sue risposte formulate con la stessa intensità di accenti mostrata nel concerto.


Pupo a Tottea con la chitarra

L’intervista ad Enzo Ghinazzi, in arte Pupo

D. Già ce lo domandammo quando venne Al Bano tre anni fa ma non lo chiedemmo, lo chiediamo ora a lei. Cosa spinge un artista del suo livello, a parte le ragioni economiche, a venire fin quassù, nel paese di Tottea, in un mare di verde sotto il castello di monti che è il nostro Gran Sasso ?

R.. Semplicemente il desiderio di stare a contatto diretto con la gente. Dialogare e cantare guardando da vicino gli occhi del tuo interlocutore è la mia grande passione.

D. Pensa che queste motivazioni siano condivise nel suo mondo oppure ci sono artisti che evitano le contaminazioni paesane quasi fossero di serie B, mentre esprimono identità?

R. Sì, penso che ci siano miei colleghi che, pur facendo questi spettacoli, non ne hanno capito lo spirito e il valore. A volte scappano dopo il concerto, senza nemmeno fare un autografo. A quel punto i loro spettacoli diventano delle vere marchette economiche e perdono ogni senso artistico, ma sopratutto umano.

D. Cosa ha provato nel salire verso Tottea, prima del bagno di folla del concerto, e cosa le è rimasto impresso di più nel lungo viaggio prima che il buio della notte le ha coperto le meraviglie della natura?

R. Ho provato la netta sensazione di essere gradito, amato e desiderato da gran parte del pubblico presente. Tutto questo, per un artista, è di vitale importanza.

D. Prima dello spettacolo ha sentito qualcosa di diverso rispetto alle altre vigilie, lei che è un artista molto sperimentato in tante forme di intrattenimento ma solo in questo agosto ha ripreso il contatto dal vivo?

R. No, niente di fondamentalmente diverso da altre feste popolari. I meravigliosi paesi d’Italia hanno in comune l’entusiasmo di prendere iniziative solidali e di festa che nascono esclusivamente dal cuore e dall’anima della gente.

D. Non possiamo negare che lei rappresenta per noi un interesse particolare, più che tanti altri suoi colleghi per i risvolti anche culturali e socio-antropologici della sua personalità e delle sue vicende. Innanzitutto il nome d’arte, così particolare. Lo chiedemmo quasi venti anni fa a Renato Zero, ci diede una risposta molto complicata sul significato dello zero, cosa significa Pupo dato che lei visto da vicino ha una statura del tutto normale, quindi l’origine non può esserne l’altezza?

R. Pupo me lo diede Freddy Naggiar, titolare della casa discografica Baby Records. Non riteneva il mio vero nome, Enzo Ghinazzi, adatto ad un mercato internazionale. Disse che Pupo era perfetto. Ero il primo Pupo della Baby. Era un maniaco del piccolo, adorava identificarsi nelle cose in miniatura. Fece anche una serie di brani chiamati Bimbo mix interpretati da altri cantanti. Pupo per lui era un suono e la mia faccia e la mia statura brevilinea ne confermavano la credibilità.

D. Con questo nome d’arte imbarazzante, glielo dice chi era imbarazzato dal Romano Maria, come ha potuto avere un’affermazione quale tutti le riconoscono? Oppure il nome ne è stato anche un propellente?

R. Non c’è nome che tenga di fronte a ciò che è predestinato. Ho odiato per un periodo il mio pseudonimo, ritenendolo la causa principale dei miei problemi professionali e dei miei insuccessi. Quando ho capito che la causa ero soprattutto io come persona, sono tornato ad amare Pupo. Il nome non conta nulla, può rallentare, in una società fondata sull’immagine, lo sviluppo di un progetto, ma se il tempo e la salute te lo consentono, a prevalere e ad imporsi è sempre e solo la qualità. Io sono nato Pupo e morirò Pupo. Questa è la mia fortuna.

D. Ci può dire ora, proseguendo in questa sua apertura a confidenze spontanee e sincere, quali, nella sua escalation di successi, sono stati i momenti che le sono rimasti impressi maggiormente, e quale ne è stato il culmine, a parte la “second life” televisiva di cui parleremo dopo?

R. Sanremo 1980 con Su di noi è stata la mia consacrazione, ma io devo i miei successi soprattutto alle prime radio private o libere. Nel 1978 la canzone Ciao ottenne un successo strepitoso grazie alle radio private e da quel momento è stata un’inarrestabile escalation di successi (Forse, Gelato al cioccolato, Firenze smn, Cosa farai, Bravo, Lo devo solo a te, Un amore grande…) fino ad arrivare al 1984.

D. E, specularmente, quali i momenti più critici sul piano esclusivamente artistico? Li hanno avuti tanti suoi colleghi, Morandi è l’esempio più eclatante di “uno su mille ce la fa”; aggiungendo lei si direbbe “due su mille”.

R. Il momento più critico è stato dal 1985 fino al 1989. Nel 1990 ebbi una piccola ripresa con la conduzione di Domenica in accanto alla Fenech e poi ci fu una ricaduta nel 1992 con una disastrosa partecipazione al Festival di Sanremo. Nel 2003 ricominciò la lenta, ma decisiva risalita grazie alla televisione e alla messa in onda di una “docusoap” dedicata alla mia vita intitolata “Il Funambolo” che andò in onda in cinque puntate su Rai tre.

D. Abbiamo parlato del piano artistico, ora le chiediamo di parlarci del lato umano e personale. Ci permettiamo questa intromissione nel privato perché lei lo ha ora evocato ricordando le sue confessioni in televisione e vi ha accennato anche nello spettacolo a proposito delle “dipendenze”. Ci riferiamo al demone del gioco, anche se lei ci sembra l’antitesi del “giocatore “ dostoeskiano.

R. Il gioco ha bruciato più di dieci anni della mia vita. Il danno non è stato solo economico, ma soprattutto creativo. Per fortuna, pur soffrendo molto e tenendo sempre alta la guardia, sono riuscito a sconfiggere il demone, che però è sempre in agguato.

D. Sappiamo pure che nelle difficoltà economiche lo ha aiutato la solidarietà di colleghi come Morandi, che gli fa onore in un mondo di invidie e inimicizie, come fa onore a lei averne dato pubblici riconoscimenti, ricordiamo la scena televisiva tra lei e Gianni seduti al tavolino. Ce ne può parlare?

R. Il rapporto con Gianni è un raro rapporto di amicizia fra colleghi. Lui ha capito che io avevo bisogno di aiuto, ha pensato che fossi una persona che meritava di averlo e mi ha sostenuto. Io, dal mio canto, non l’ho deluso. La nostra, adesso, è un’amicizia ancora più forte.

D. La sua esperienza può essere istruttiva ed evitare cadute ben più rovinose della sua, dalla quale è riuscito a risollevarsi e a riprendere alla grande aggiungendo nuovi stimoli. Ma non c’è solo il gioco alle carte o al casinò, c’è il gioco borsistico e persino quelli di lotto, superenalotto e lotterie che possono essere un piano inclinato altrettanto pericoloso. E’ importante la parola di un testimone come lei. Nel concerto si è riferito a“tutte le dipendenze”, vuole aggiungere qualcosa?.

R. Il gioco più pericoloso è quello a portata di mano, sotto casa. Giochini e grattini che svuotano il borsello degli italiani rendendoli, a loro insaputa, indigenti. La gente si rovina giorno per giorno, inseguendo un sogno quasi impossibile, senza neanche accorgersene. Io non ho mai giocato con le slot, le odio e le combatto.

D. Ed ora cosa ci può dire della sua “second life” televisiva, cominciando dal gioco delle scatole su Rai uno, quando con le bretelle impersonava i fantasmi della sua vita? Come si è trovato a gestire questa sorta di gioco d’azzardo casalingo, con le famiglie al bivio tra la fortuna epocale e una delusione altrettanto epocale che può essere distruttiva? Come ha vinto il ritorno dei fantasmi e cosa pensa delle “alternative del diavolo” che poneva ai concorrenti senza averne nessuna colpa?

R. Il gioco si chiama Affari tuoi e conducendolo sono tornato sul luogo del delitto, ma dall’altra parte della barricata. Sono tornato per riprendermi, attraverso l’esperienza maturata emotivamente con il gioco, un po’ di maltolto.


Un’altra immagine del concerto di Pupo

D. Dobbiamo dire che il clima creato da lei era proprio quello tipico del gioco d’azzardo con le sue logiche spietate, il suo era un approccio diverso dallo stile irridente di Bonolis, casareccio della Clerici, umano-giocoso e partecipe dei conduttori successivi . Lei riusciva ad elevare il tono di quella che resta la ripetizione dei giochi paesani con le buste, le offerte e il miraggio del premio: era una bicicletta nei tempi lontani nei quali lo ricordiamo nella principale piazza di Teramo.

R. La ringrazio, effettivamente quello che mi riesce meglio è creare la giusta tensione. D’altronde, imparare mi è costato caro.

D. Si è parlato di una “second life” anche nella sua vita familiare, ciò che non ha sorpreso in Mastroianni e Gassman, Tognazzi e compagnia, ha scandalizzato in lei i cosiddetti benpensanti, vuol dire loro qualcosa?

R. Niente da dire, la mia è una vita sentimentale che non ho cercato e programmato, è andata così e per amore e con molti sacrifici sia io che Patricia ed Anna, per ora, abbiamo deciso, meglio che distruggerla, difenderla.

D. Dopo queste domande personali alle quali ha dato risposte sincere di cui la ringraziamo, una ben più distensiva sul suo doppiaggio, per così dire, del cane cult “Sansone”. Dalla sua sollecitazione al pubblico ci è parso di capire che si è trattato di un’esperienza significativa che si aggiunge alle tante sue vite, e non la deve considerare “vita da cani”. Com’è stata quest’esperienza, che cosa vi ha trovato di nuovo, in particolare rispetto al suo precedente doppiaggio dello scoiattolino Hammy, intende proseguire?

R. E’ stato molto impegnativo, più che doppiare lo scoiattolino, ma a me le sfide difficili piacciono, sono un vero curioso e adoro sempre rimettermi in gioco.

D. Ed ora parliamo direttamente dello spettacolo di questa sera, è planato come da un’astronave in questo borgo così vitale immerso nel verde dove nell’intero pomeriggio prima del suo arrivo sono risuonate le sue canzoni nel bar posto appena prima dell’arco di ingresso nella “Notte azzurra”. La gente riconosce i suoi successi alle prime note, è l’universalità delle televisione, la globalizzazione si è unita alla forte identità scolpita in questo paese nel cuore della montagna, nei paesani e nei villeggianti. Cosa ha provato nel rivolgersi di continuo agli spettatori chiedendone anche la provenienza quasi in un sondaggio in diretta?

R. Ho provato normalità. Io sul palco a fare un mestiere fantastico e la gente di sotto che, legittimando il mio ruolo, mi stava ad ascoltare e partecipava.

D. Rispetto allo spettacolo, com’è andata dal suo punto di vista, ha trovato quello che si attendeva o qualcosa di diverso? Dal nostro possiamo dirle che l’abbiamo sentita emozionata e nello stesso tempo felice, come fosse partecipe di un evento che va oltre lo spettacolo e il fatto meramente artistico. E’ stato per il ritorno allo spettacolo dal vivo, come ha sottolineato nel concerto?

R. Avete avuto la giusta sensazione, ero emozionato e felice, ma nella maniera giusta, non c’era l’emozione negativa che ti sega le gambe e abbassa il livello della prestazione, ma c’era quella vera che esalta ed alza il livello.

D. Dato che si parla di aspetti umani, quali le sono sembrati emergere maggiormente nella gente plaudente e in lei così impegnato e immedesimato?

R. La gente mi è parsa soddisfatta e serenamente entusiasta per aver trovato ciò che tutti si aspettavano. In pratica, credo che non siano rimasti delusi. Probabilmente, l’immagine mia che esce dalla televisione è la stessa che il pubblico ha rivisto dal vivo.

D. Torna con qualcosa di più dentro di lei dopo questo bagno nella “Notte Azzurra” di Tottea?

R. Un arricchimento naturale che deriva dall’aver svolto bene il mio ruolo che, mi creda, in un mondo di ipocriti e millantatori, è già un fatto artistico.

D. Vuole dire qualche parola ancora alla gente che ha assistito al suo concerto, in particolare ai paesani di Tottea, o vuole aggiungere delle considerazioni per concludere questa conversazione?

R. Tottea è un luogo incantato, ricco di una natura che ne determina un campo magnetico positivo e pieno di vita. Grazie per l’affetto e per la buona energia che mi avete dato e questa, credetemi, rimarrà per sempre.


Dopo il concerto, Pupo nella sede della Pro Loco di Tottea: alla sua sinistra il sindaco Moretti e alla sua destra il presidente Persia con il collaboratore D’Egidio

Non possiamo che ringraziare l’artista Pupo e soprattutto l’uomo Ghinazzi di quanto ci ha detto. Apprezziamo la vivacità intellettuale di una personalità che riesce a scolpire con poche efficaci parole situazioni e giudizi anche complessi senza nascondersi nei luoghi comuni ma rivelando sensibilità e carattere, sempre più rari in un mondo virtuale fatto di finzioni. Una persona autentica e sincera, di buoni sentimenti, vissuti con intensità nel segno di una storia personale tormentata con il lieto fine della sua volontà e determinazione nel quale ha contato l’amicizia: valori positivi che spiccano in un esempio ricco di utili moniti e di positivi insegnamenti. Spicca anche come sente il contatto con la gente e con i “meravigliosi paesi d’Italia” e come questo sia per lui “normalità”; e come abbia tratto dal “campo magnetico” di Tottea una “buona energia” che rimarrà per sempre.

Ora la musica è finita, gli amici se ne vanno…. Non per Tottea, l’8 settembre si ricomincia, è di scena niente meno che Amedeo Minghi. Dopo la “notte azzurra” di Pupo la festa continua…

Ph Romano Maria Levante, tutte.

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