Santo Stefano di Sessanio (Aq) e il “simbolo” della ricostruzione
Scritto da Achille Giuliani il 25 agosto 2010
Certo, scivolerò nella banalità ma Santo Stefano di Sessanio oltre a essere uno dei borghi più belli del comprensorio aquilano è sicuramente tra i più affascinanti d’Italia, un fascino antico dove natura è sopravvivenza, dove storia è turismo e tutto s’intreccia in dolce armonia. Un borgo medioevale che sembra scolpito nella roccia, animato dalla roccia, dove le scalinate abbracciano le casette fin sopra l’uscio e le donne fanno a gara con i loro coloratissimi gerani, dove il profilo slanciato della torre spicca(va) in lontananza, a memoria di un lontano passaggio di consegne fra l’austera matrice dell’incastellamento aquilano e le raffinate architetture sospinte dall’infeudazione medicea: loggiati e portali, archi e bifore.
Qui ho sempre voglia e piacere di tornare, e di portare gli amici di fuori perché da queste parti nulla si è perduto e tutto ha il gusto del buono: le immagini, i suoni, i profumi, i volti. Qui ho sempre cibato la mente di quello strano senso di protezione che può infondere solo il vivere “chiuso” con le (mie) vette a far da mura … che impagabile senso di libertà.
E così vi ho rimesso piede, in agosto, ed è stata la prima volta dopo il sisma che il 6 aprile dell’anno corso l’ha resa orfana della sua bella torre tondeggiante, sbriciolata sotto il peso di un anello in cemento armato che non sapeva difenderla … destino crudele comune a tanti altri paesini, colpiti a morte dall’uomo e non dalla Terra. Le sue ferite aperte (forse) non paiono così brutte, e profonde, perché il trasformare il borgo in un albergo senza trasformare però gli elementi umili di una civiltà contadina, montana e transumante, l’ha salvato prima dall’oblio e poi dal terremoto, perché lo spirito di chi ha trovato qui il suo posto nel mondo è impavido, e non trema. Non può e non deve farlo.
Con il fiatone, ma con un rinnovato piacere, ho scarpinato su per i vicoletti, chiassosi di lingue e dialetti tanto diversi, come ricordavo. E poi fino in cima, dove la gabbia metallica (ri)disegna nel cielo i merli della torre, dove quel gatto all’uncinetto dà sempre le spalle, pronto a fuggire sui tetti con uno scatto di puerile fantasia.
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