A cinque anni dalla scomparsa, il ritratto di una delle figure di più alto profilo che abbiano frequentato Teramo negli anni Cinquanta e Sessanta, per molti anni pediatra a Teramo e Atri, ma anzitutto coscienza nobile della città.
Cinque anni fa, ottantacinquenne, scompariva a Bologna Giulia Zauli Naldi. Di origini nobili – proveniva da una delle più antiche famiglie comitali di Faenza – giunse a Teramo dal capoluogo emiliano nei primi anni Cinquanta. Divenne parte del ristretto stuolo di collaboratori che il professor Giuseppe Emilio Gaspari, brillante pediatra e fratello del più noto parlamentare Remo, volle con sé per l’attivazione di una sede distaccata dell’Ospedale civile di Teramo in zona Santo Spirito, il cosiddetto “Ospedaletto” di via Taraschi. Fu il primo centro pediatrico attivato in città, nel 1950, dopo l’opera pionieristica svolta da figure come Mario Capuani.
Si trattò certamente di un momento fortunato per la sanità teramana. Gaspari, allievo del senese Gian Paolo Salvioli, apparteneva al fior fiore della scuola medica bolognese, quella stessa nella quale si era distinto, fra gli altri, un altro medico teramano di grande prestigio, Antonio Gasbarrini. Fin dal suo arrivo l’attività di Giulia si distinse per competenza e serietà, che la condussero ad assumere il ruolo di primario all’Ospedale di Atri, dove prestò servizio fino all’andata in pensione.
Abruzzese d’adozione e teramana d’elezione, Giulia non è stata solo un’eccellente pediatra. I suoi interessi per la fotografia e per il disegno, fra l’altro, lo dimostrano: molti dei suoi scatti e fotoritratti, presi anche in caratteristiche località abruzzesi, sono autentiche opere d’arte. Organizzatrice perfetta, amò sempre viaggiare e andare alla ricerca di tutti gli aspetti e le usanze del mondo, che di fatto le riuscì di vedere quasi per intero. Sportiva, atletica, saliva sci in spalla da Pietracamela ai Prati di Tivo quando lassù non c’era nulla, e ancora negli ultimi anni proseguì a spostarsi in bici. Rimasta presto orfana di padre, e poi nubile per tutta la vita, decise di allevare e di tenere come un figlio uno dei suoi pazienti più bisognosi, quello che per tutti era “Gabriellino”, affetto da una rara forma di nanismo congenito. Quanto assolutamente unica fosse questa loro unione è qualcosa che solo chi ha visto può capire. Lei sempre serafica, poco loquace in pubblico e dai gesti misuratissimi; lui estroso e portato alla burla, dalla gestualità irrefrenabile, spesso canterino e clownesco. Sembrava impossibile che tra i due vi fosse quella perfetta intesa che invece vi era e vi fu sempre, fino alla scomparsa di lui. Ma il segreto di quella magica simbiosi aveva origine proprio nel carattere di Giulia: il suo Gabriele, un Peter Pan rimasto per sempre bambino, era in fondo l’alter ego profondo e nascosto della sua personalità.
Questo mi permette di giungere alla ragione vera per cui ho voluto ricordarla. Penso di dovere proprio a Giulia alcune delle cose fondamentali che ho imparato sul come vedere le cose che mi circondano. Nulla le sfuggiva mai. Conosceva sempre tutto di tutti i protagonisti della vita civile e culturale, della teramanità come del mondo intero. Le sue conversazioni erano excursus interdisciplinari di una vastità vertiginosa, e fu, devo aggiungerlo, la prima persona a sollecitarmi a realizzare un documentario sulla figura di Liliana Merlo, sottolineando che era soprattutto alla sua attività creativa che avrei dovuto dare rilievo, quell’attività che in fondo nessuno aveva mai realmente considerato prima. Il fatto è che Giulia amava avidamente ogni cosa fosse fonte di piacere estetico, dalle cose più prosaiche a quelle più elevate. Questo le riusciva naturale perché per lei non esistevano barriere tra vita “privata”, vita “professionale” e vita “mondana”. Le tre cose, quotidiano, lavoro e svago, erano in lei tutt’uno. Ogni cosa le suscitava la stessa attenzione: un bambino da curare, una faccenda da sbrigare, un luogo da fotografare, uno spettacolo o un evento culturale al quale assistere. Per tutto provava sempre lo stesso tipo di interesse, e in tutto sapeva trovare quello che c’era di importante, di istruttivo, andando oltre la sua mera apparenza immediata. Allo stesso tempo era una giudice severa e, quasi in ogni caso, giusta e obiettiva. Non manifestava mai entusiasmo in senso banale, ma sapeva distinguere in ogni occasione il più dal meno, ciò che vale da ciò che no, con infallibile intuito. Nella sua mentalità, il “valore” di qualcosa o di qualcuno aveva un sapore specialissimo, mai generico, in un’accezione che, ritengo, riacquisiva il suo significato essenzialmente militaresco. “Bello” era per lei non solo ciò che era in grado di opporsi alla banalità, al consueto, al facile consenso, a ogni moda o tendenza passeggera, ma anzitutto ciò che sapeva farsi valere per sue intrinseche virtù, al di là di ogni suo aspetto mondano, oltre ogni vacuo clamore. In questo, o meglio anzitutto in questo, ritengo che Giulia sia stata una delle più nobili coscienze della nostra città. Non ha lasciato scritti, salvo i carteggi e lo sparuto numero di pubblicazioni scientifiche per quella carriera universitaria che non le fu dato di percorrere, ma nella coscienza dei molti teramani che a lei si sono rivolti e che hanno potuto conoscerla, essa ha credo lasciato qualcosa di non meno importante: l’indicazione per noi tutti, dettata in modo spontaneo e discreto, sul come restituire alla vita la sua intensità.
(articolo apparso su “Teramani”, n. 64, [luglio] 2010)

Mi chiamo Tito Zauli , sono di Roma , ho 65 anni e ho una parentela lontana con la Signora Giulia Zauli Naldi ,perchè la mia famiglia Zauli, discende da un ramo dei Zauli Naldi venutosi a stabilire a Roma nell’ottocento.
Ma a parte il mio rapporto di parentela, venendo a conoscenza della storia della Signora Giulia, mi sono ritrovato a provare per Lei un senso di grandissima ammirazione ,per le sue esemplari e straordinarie qualità umane.
Vivrò nell’animo sempre il suo ricordo e mi proverò ad avere le sue qualità.