Giovannino Guareschi: la libertà vigilata (III parte)

Abbiamo rievocato la “prigione senza sbarre” del giornalista scrittore Giovannino Guareschi, condannato dopo una vicenda processuale e una sentenza anch’esse ripercorse nel primo servizio; un uomo libero che ha rinunciato all’appello scontando socraticamente una condanna ritenuta ingiusta a un anno di reclusione per la pubblicazione di una lettera a firma De Gasperi, cui si aggiunse la revoca della sospensione condizionale degli otto mesi di reclusione come direttore di “Candido” per la “vignetta al Nebiolo” di Carlo Manzoni sul presidente Einaudi, altra ingiustizia per il condono negato. Ora finalmente possiamo rievocare la riconquista della libertà sia pure vigilata, dopo un anno un mese e 9 giorni di reclusione che abbiamo visto severa, molto dura.

Giovannino Guareschi
Sera del 4 luglio 1955. Il primo abbraccio della famiglia sulla porta di casa,
10 luglio 1955.

Il ritorno a casa

L’immagine dell’abbraccio con la moglie Ennia e la figlia Carlotta, insieme al figlio Alberto, è più eloquente di un saggio sulla libertà e sugli affetti familiari. Poi, per la festa con gli amici, la semplice torta-crostata con scritto “W la libertà” portata da una famiglia di Busseto, che aveva seguito con affetto la vicenda, per festeggiare il ritorno a casa di Guareschi, fotografato mentre dà il primo taglio al dolce di pasta e marmellata. Si trattava, per lunghi mesi ancora, di “libertà vigilata”, con le prescrizioni contenute nel libretto rosso che mostra appena rientrato nella sua abitazione, il 4 luglio 1955, uscito dal carcere alle ore 17,20. “Candido” del 10 luglio 1955 mise in copertina “Bentornato, Giovannino” a grandi caratteri, e in un riquadro “Guareschi libero vigilato”.

C’è la galleria fotografica del ritorno in famiglia, dopo l’abbraccio corale quello singolo di moglie e figli, che nel “Corrierino delle famiglie” erano Margherita con Albertino e la ”Pasionaria”.

Lo festeggia la “squadra lavori”, gli operai che avevano continuato la ristrutturazione dei suoi vecchi fabbricati rurali anche nel periodo di detenzione; chitarrista lo stalliere, così descritto da “Candido”: “Ha suonato per ore e ore, rinunciando al riposo. Alla 4 del mattino ha smesso di suonare ed è ritornato nella stalla”. Tutto ruspante e genuino come la crostata di marmellata. E poi il cane “Amleto” che gli salta in braccio, sarà il suo omologo nella vignetta sulla libertà vigilata che accompagnerà le sue “Lettere dal carcere”, entrambi con il collare e una catena dal filo lungo.

Le “Lettere dal carcere” cominciano dopo l’uscita dal carcere, in uno dei paradossi così cari a Guareschi: ricordiamo che il suo proclama al momento della scelta socratica della prigione diceva “la via della vittoria incomincia a San Vittore”; in effetti essendo “libertà vigilata”, quindi con restrizioni, continua ad essere assimilata al carcere dando la stura a una serie di bozzetti esilaranti per la comicità e il tono disincantato, ma amari e intensi per il contenuto morale e affettivo.

Giovannino Guareschi
Sera del 4 luglio 1955. Il primo abbraccio della moglie Ennia, la Margherita del “Corrierino delle Famiglie”,
10 luglio 1955.

Il Giovannino fatto d’aria e le braccia tenere e calde

Prima di iniziare le settimanali “Lettere dal carcere”, i due numeri di “Candido” dopo la liberazione fanno sentire di nuovo le sue parole attraverso il dialogo “con l’altro me stesso, il Giovannino fatto d’aria” e poi con una edizione straordinaria del “Corrierino delle famiglie”. La vena umoristica non si era spenta se il primo si intitolava “Colloquio nel bagno”, e il secondo “Le braccia tenere e calde” su cui imbastisce una scherzosa pantomima con la figlia Carlotta.

Al suo “alter ego” ideale con cui parla nel bagno appena tornato a casa, spiega che “con questa confusione di fotografi e di giornalisti era l’unico posto nel quale potevo sperare di rimanere solo con te”. Il colloquio è illustrato da una sua fotografia con i baffi d’ordinanza nella quale mostra l’angioletto di legno intagliato che gli aveva fatto compagnia per due anni nel lager tedesco e per i 13 mesi abbondanti del carcere di Parma. Nel testo, gustosissimo, scrive tra l’altro: “Intanto avevo recuperato il mio angioletto e, vedendolo, il Giovannino fatto d’aria sorrise: – E’ sempre lo stesso che avevamo nel Lager? – Sì, spiegai – Ma in carcere non riusciva a volare. – Nel lager era bello perché, se mancava il pane, riuscivamo a far volare anche gli angioletti di legno…”.

La coscienza si interroga e lo interroga, la sua è la testimonianza spontanea di un giornalista che si è trovato in una detenzione dura in compagnia della propria dignità: “Non ho sogni con me perchè per quattrocentonove giorni i miei pensieri hanno appartenuto all’amministrazione statale e, tre volte ogni notte, le guardie venivano in cella a controllare i sogni che sognavo per conto dello Stato”.

Non erano solo questi i controlli: “L’Autorità Superiore stabilì che un graduato assistesse a ogni mio colloquio col Cappellano del carcere”. Con una benevola concessione: “Se avessi avuto intenzione di comunicarmi, la stessa Autorità era disposta a concedermi, in via eccezionale, di confessarmi senza il controllo del graduato”. E alla domanda del “Giovannino fatto d’aria” se il Cappellano accettasse tutto ciò risponde: “No, Protestò e venne un ispettore ministeriale. Ma l’ispettore gli diede torto”.

Sono i primi giorni di libertà vigilata, che descrive così il 17 luglio nel “Colloquio nel bagno” prefigurando già la testata delle “Lettere dal carcere”: “Amleto è legato alla catena, e la catena finisce con un anello che scorre su un aereo filo di ferro teso attraverso il cortile. Ecco, io sono libero come Amleto. Il mio filo è un tantino più lungo ed è teso fra un muro di casa mia e la muraglia di San Francesco”.

E sulla libertà delle idee dice: “Non basta negare le idee degli altri per avere la libertà di dire: ‘Io ho un’idea’. Non basta dire: ‘Il rosso non va, il giallo non va, il nero non va, ci vuole un bel colore, un colore intonato. Bisogna essere in grado di dire: ‘Ci vuole questo colore’”. Il “Giovannino fatto d’aria” replica: “Non è vero! E’ sufficiente avere idee chiare su quelli che sono i principi basilari: patria, famiglia, tradizione, religione, tradizione, giustizia sociale, rispetto dell’individuo, unione delle forze sane, onestà, disinteresse, dedizione, sacrificio, dignità, rispetto e per i morti, solidarietà…”.

A questo punto lui lo interrompe dicendo: “No! Non basta che il medico dica all’ammalato: ‘Questa cura è sbagliata’”. E neppure che si limiti ad indicare le sostanze da somministrare: “Il medico deve scrivere una ricetta precisa, al millesimo di milligrammo”. E “il medico” è anche il giornalista, non basta comportarsi da “giornalista obiettivo, onesto”, come gli dice la coscienza: “No, amico: non si può limitare l’attività giornalistica all’obiettività. E non è giustificata l’esistenza di un giornale che si limiti a dire onestamente: ‘Questo è bene, questo è male. Occorre avere un’idea precisa da affermare: se manca questa idea precisa nella quale credere onestamente, ragionatamente, non è neppure possibile affermare : ‘Questo e bene… Questo è male’. Perché il concetto di bene e di male è relativo e solo Dio sa, in senso assoluto, ciò che è bene e ciò che è male…”

Giovannino Guareschi
Il bacio della figlia Carlotta, “la Pasionaria”, al padre libero,
10 luglio 1955.

Con “Le braccia tenere e calde” già il 24 luglio torna il clima disincantato tra figli e madre che sdrammatizza l’esperienza carceraria anche se ne sottolinea il duro impatto familiare. Ecco l’inizio folgorante: “La Pasionaria leggeva sulla Gazzetta di Parma la cronaca del mio ritorno. Ad un tratto sogghignò e mi porse il foglio indicandomi un periodo: ‘Guareschi ha aperto lo sportello, è sceso, s’è guardato attorno un po’ titubante: infine s’è trovato addosso le sue creature, il figlio e la figlia che gli si sono avvinghiati con forza e, un secondo dopo, le braccia della moglie, tenere e calde’”.

Mentre Albertino “prese visione del pezzo incriminato, ma lasciò cadere la cosa senza commenti”, la Pasionaria si scatena, come punta nel vivo: “Le braccia le avevo anche me quando sei tornato – replica – Eppure nessun giornalista ha scritto che erano tenere e calde”. E quando lui la rimprovera amabilmente dicendo: “Dovresti rispettare di più una donna che per tredici mesi ha sofferto in silenzio”, la gustosa gelosia della figlia dilaga: “In silenzio! Ma se quella non ha fatto altro che parlare di te e di San Francesco! Sembrava che ne avesse sei o sette di mariti in carcere. Non rimprovero nessuno. Dico semplicemente che quella là ci teneva a fare la vedova provvisoria, mentre me non ho mai fatto l’orfana provvisoria.

Anzi, ha eluso la sorveglianza passandogli un bigliettino con scritto “Saluti e baci, Carlotta”: “Lo avevo preparato prima di entrare, poi, alla fine del colloquio, feci cadere il fazzoletto per terra e, mentre lo raccoglievo, ti infilai il bigliettino nel risvolto dei pantaloni. Fregata la guardia!”. Il padre non manca di fare l’educatore ma la replica è pronta: “Osservai che aveva usato una pessima espressione ma non s’impressionò: – Sarà brutto dire fregata la guardia però fregare la guardia è bello”. E non finisce qui: “- Ma tu potevi mandarmi tutti i saluti che volevi nelle tue lettere!” Perché ricorrere al rischioso sotterfugio? “Le lettere! – esclamò con disgusto – Anche quella là, poveretta, quando ti scriveva era sempre nei guai: ‘Questo non si può dire se no il direttore lo cancella…’. ‘Questo non si può dire se no il direttore ride…’. ‘Questo non si può dire perché sono affari nostri e non li debbono sapere gli altri…’ E continuava a scrivere e poi a stracciare il foglio. Col bigliettino ti ho mandato i miei saluti e li hai letti soltanto tu”. A questo punto lui convinto le dice: “- Bene! E’ stato un colpo formidabile”. Un vero “assist” per l’affondo della “ Pasionaria”: “Niente di straordinario. Comunque, quella là, con le sue braccia tenere e calde, non ci sarebbe mai riuscita”.

Giovannino Guareschi
Alberto, “Albertino”, si stringe al padre tornato a casa,
10 luglio 1955.

Le “Lettere dal carcere”: il ritorno al giornalismo militante

Accantonato il “Corrierino delle Famiglie” dopo quest’edizione straordinaria, iniziano le “Lettere dal carcere”: due pagine settimanali semiserie siglate dalla vignetta che lo vede a fianco del cane Amleto, con uguale catena al collo che scorre su un lungo filo nel cortile dell’abitazione.

Per dare un’idea del tono, risponde iniziando “Cara Margherita” le lettere aperte di risposta alla moglie che di volta in volta gli si rivolge con “Mio adorato criminale” e “Mio diletto sovversivo”, “Mio povero redimendo” e “Caro Pericolo Pubblico & Privato”, “Mio vegliardo” e “Mio preoccupante ‘Vigilato’”, fino al più normalizzato “Mio diletto Poeta-Contadino”.

Ancora Carlotta il 7 agosto è protagonista nello scambio di battute tra il “mio adorato criminale” e la “cara Margherita”: “Ho appreso dai giornali la notizia dei dieci pittori che sono convenuti alle Roncole per farti il ritratto. La cosa non ha destato in me nessuna preoccupazione particolare: però ho il dovere di avvertirti che la Carlotta, adesso, mi chiama ‘Milka’ (la moglie del Lollobrigido)”: La risposta segue nella stessa pagina: “Non esiste nessuna analogia tra il fatto dei pittori che hanno ritratto la signora Lollobrigida e il fatto dei pittori che hanno ritratto il sottoscritto”. Spunta l’amarezza: “Sono due avvenimenti completamente diversi: perché, mentre la signora Lollobrigida è una bellissima attrice da tutti indistintamente amata ed ammirata il sottoscritto è un ‘libero vigilato’ odiato e disprezzato da coloro che attualmente reggono le sorti del Paese”. E il riconoscimento: “Epperciò, mentre un raduno pittorico per ritrarre la signora Lollobrigida può essere definito un ‘avvenimento artistico-mondano’, il raduno pittorico per ritrarre il vigilato delle Roncole è qualcosa di assai più serio, virile e positivo”. Perché hanno voluto esporsi rendendogli aperta e forte solidarietà: “E’, per lo meno, una pubblica e clamorosa affermazione di indipendenza in un paese di conformisti e di lustrascarpe”. Poi si torna alla battuta per concludere con una considerazione di grande nobiltà: “Il tuo timore che io partecipi a concorsi di bellezza è – dunque – fuori luogo perché non la vanità mi ha mosso ad accettare la proposta dei dieci pittori, ma il piacere di poter dimostrare che, almeno in campo artistico, esistono ancora uomini liberi”.

Questa lettera al “caro criminale” iniziava con un’affermazione molto seria di Margherita alla quale segue una sua risposta altrettanto seria, con la stoccata finale: “Con immensa gioia ho appreso dai giornali che tu hai deciso di non occuparti più di politica: Bravo Giovannino! La politica non è fatta per te e, proprio a causa della politica, tu hai avuto i maggiori guai della tua vita. Lascia i giornali e occupati di agricoltura. In agricoltura se uno evita di coltivare tabacco e di trafficare col petrolio agricolo, difficilmente finisce in prigione. E poi non è forse pieno di significato il fatto che la tua carriera di giornalista politico sia incominciata in un campo di concentramento tedesco e sia finita in una galera italiana?”.

La risposta inizia con una dissertazione sull’impossibilità di dedicarsi all’agricoltura, e scrive che il 41% della popolazione era nel settore chiamato “primario” ma con un reddito prodotto pari al 22% di quello nazionale, che dice doversi ridimensionare al 10% per la maggiore evasione fiscale negli altri settori: antesignano nello “scoprire” il sommerso precedendo di molti anni lo stesso De Rita. Così prosegue, fino alla orgogliosa stoccata: “Pertanto mi trovo nella dura necessità di continuare il mio lavoro di giornalista, ahimé politico. Ciò avverrà, si capisce, quando avrò finito di pagare il mio conticino con la Giustizia, ma avverrà. E non posso neppure prometterti che farò tesoro della ‘lezione’ che – come mi ha scritto qualcuno – mi è stata data. Perché – Dio perdoni la mia presunzione – io sono sinceramente convinto di non aver avuto una ‘lezione’ ma di averla data”.

Giovannino Guareschi
La testata della rubrica settimanale durante la libertà vigilata,
da agosto al 20 novembre 1955.

Poi ci saranno il 2 ottobre la “Lettera a un compagno di galera tuttora detenuto” e il 16 ottobre la “Lettera alla Redazione di ‘Candido’” che comincia: “Nella mia ‘Carta precettiva’ di libero vigilato non figura il divieto di leggere il Candido, e così, io ho preso visione dei 56 numeri di ‘Candido’ che, durante la mia detenzione in San Francesco, non avevo potuto leggere per espresso decreto emanato dal Ministero di Grazia & Giustizia”. Così prosegue: “E mi sono commosso leggendo la lettera che settimanalmente mi indirizzavate dalla prima colonna di pagina due, e che terminava con l’invocazione: ‘Che San Francesco ti protegga’”. Poi si toglie il sassolino dalla scarpa: “San Francesco mi ha protetto tanto è vero che io, oggi, posso scrivervi senza minimamente preoccuparmi del dannato pennellino del Capo carceriere”: infatti interveniva la censura “togliendomi proditoriamente la parola ogni qualvolta, nel censore, sorgesse il sospetto che, sotto apparentemente innocenti espressioni, si celassero pericolose allusioni politiche”.

Vogliamo concludere questa rievocazione fior da fiore con l’ultima sua “lettera dal carcere”, su “Candido” del 20 novembre 1955, dopo 4 mesi e mezzo di “libertà provvisoria” seguito ai tredici mesi e 9 giorni di reclusione, dal numero successivo riprenderà il ”Corrierino delle famiglie”. Ha il titolo eloquente “Lettera all’amico che non saprebbe per chi votare”: “Io sono un soldato della politica: mi occupo di politica perchè giudico sia mio dovere di cittadino occuparmene. E faccio della politica come posso: da franco tiratore. E obbedisco esclusivamente agli ordini della mia coscienza di padre di famiglia, di italiano, di cattolico”. Così termina: “Sono un franco tiratore, un isolato: come tale non posso avere comandanti, non posso essere aggregato a reparti organici, non posso ottenere encomi né promozioni. Posso, tutt’al più, ricevere una pallottola tra le spalle di coloro per i quali ho combattuto”. Dopo questo riferimento alla sua vicenda, duro e sferzante, il messaggio quanto mai attuale: “Dappoichè io obbedisco rigidamente alla mia coscienza e dappoichè la mia coscienza ubbidisce esclusivamente alle intoccabili leggi di Dio e della morale e non può conoscere compromessi, io sarò sempre un alleato pericoloso. E come tale, avrò sempre una vita grama. Guai all’uomo che milita, in campo politico, senza capi e senza ambizioni!”

Da queste parole capimmo che, come Sandokan, la “tigre” era tornata più combattiva di prima. Le “Lettere dal carcere” entravano sempre più nel vivo delle questioni politiche legate anche all’economia – la crisi dell’agricoltura gli stava molto a cuore – fino all’ultima del 20 novembre 1955. Nella quale fa anche appello alla partecipazione e mobilitazione della gente comune rivolgendosi a chi si limita a dire che “così non si può più andare avanti”: “Io non sono che un umilissimo, modestissimo interprete dell’opinione pubblica. Non sono l’opinione pubblica. Io sono una voce isolata. Ed è facilissimo far tacere una voce isolata, isolandola tra le mura felpate d’una galera. Ma nessuno potrebbe far tacere la voce potente di un milione, di cinque milioni di cittadini”.

Non serve aggiungere altro, c’è anche un monito per il giornalismo odierno minacciato dalla “legge bavaglio” di antistoriche restrizioni accompagnate dalla minaccia di pesanti sanzioni fino al carcere per i giornalisti. Ma è un memento per quella classe giornalistica che mentre è pronta ad accorrere alle chiamate corporative non sa fare crociate e neppure semplici campagne per la libertà vera.

Il caso Guareschi docet, come monito e come memento. Ma a tanto si spera non si possa più arrivare!

Giovannino Guareschi
Un allegro disegno dalle “Lettere dal carcere”
, 21 agosto 1955.

Una conclusione che è un appuntamento

Ci siamo chiesti come concludere questo ricordo che sentiamo come un omaggio a chi ci ha dato le forti emozioni della condivisione convinta di una battaglia ideale, da novello Cyrano con la sua “piuma bianca”. Le immagini del ritorno alla libertà abbiamo voluto culminassero con l’abbraccio dei due figli Alberto e Carlotta, che mantengono viva la memoria dell’illustre genitore, con la Casa museo a Roncole di Busseto Verdi e l’Associazione dei “ventitrè lettori”, il ventiquattresimo è Lui che li segue dall’alto.

Siamo andati a trovarli alcuni anni fa, è stato emozionante il contatto con i luoghi, sia pure trasformati, del “Corrierino delle famiglie”, i cimeli semplici ma fortemente evocativi di Guareschi, che prima di essere un personaggio era una persona e lo ha dimostrato sulla sua pelle: nei due lager nei quali è stato internato a distanza di dieci anni, quello tedesco del 1945 e quello italiano del 1955; e nella sua attività giornalistica coraggiosa e di scrittore popolare ispirato.

Della visita ricordiamo quando la commozione dinanzi a tanti ricordi, che muovevano i sentimenti personali della nostra lontana giovinezza, si stemperò in un sorriso poi divenuto risata: lo suscitarono i quadretti appesi al muro con le vignette fatte nel Lager insieme a un compagno, una surreale sfilata di moda con didascalie esilaranti, nel linguaggio dei commentatori mondani a magnificare i materiali degli “abiti” presentati e degli “accessori”, dalla tela di sacco allo spago e fil di ferro, ci piacerebbe poterne disporre per pubblicarli a godimento dei nostri lettori, come lo fu per noi. Il “castigat ridendo mores” di Guareschi era così: autentico e genuino, con il tocco dell’artista.

Pur se già avevamo provato l’emozione del “ritorno” ai pensieri di un tempo passato, ripercorrere la sua vicenda ci ha messo in uno stato d’animo ancora più partecipe e nostalgico: quello con cui si rivivono i momenti più commoventi nel “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore.

Giovannino Guareschi
Un disegno come un autoscatto dalle “Lettere dal carcere”
, 30 ottobre 1955.

E allora abbiamo anche noi il “collage” da visionare alla fine rivedendo con i capelli incanutiti la “bobina” confezionata nel segno della nostalgia. La nostra “bobina” è l’equivalente dei baci negati al pubblico di “Nuovo Cinema Paradiso”; sono i commenti negati al pubblico italiano, pubblicati sui giornali stranieri e settimanalmente riproposti da “Candido” nella loro interezza. Noi, come per i baci, ne abbiano tratto l’essenziale: li scorreremo insieme a voi con lo stesso sorriso triste, la stessa commozione di Jacques Perrin prima che sullo schermo comparisse la scritta: “The END”.

La “bobina” della nostalgia la forniremo presto per questa moviola dell’anima da visionare con i lettori. Sarà l’epilogo, poi anche sulla nostra rievocazione calerà la scritta “The END”.

Ph. Da “Candido”, annata 1955, precisamente dai numeri delle date indicate, tutte.

Un commento

  • Sacha Emiliani scrive:

    Ho letto con piacere i tre articoli sulla triste vicenda passata da Guareschi. Sono tutti molto ben scritti e ben documentati. Purtroppo questa storia, colma di ingiustizie e di cattiveria, la sanno solo poche persone. Io nel mio piccolo ho cercato di rendere onore alla figura di Guareschi scrivendo due anni fa la mia tesi in diritto penale proprio sul processo De Gasperi – Guareschi. Ancora oggi devono essere tirate fuori molte verità sull’argomento. Grazie per aver scritto questo preziosissimo articolo.

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