José de Sousa Saramago è andato via, è uscito di scena all’età di 87 anni, migrante per tentata censura subita nel 1991 nella sua Lusitania – ad opera dell’allora premier Anibal Cavaco Silva, oggi presidente della Repubblica – e riparato, insieme alla giovane spagnola Pilar del Rio, sua seconda moglie, nel villaggio di Tias, sull’isola di Lanzarote, in quel magico e vulcanico arcipelago delle Canarie, resto forse del mitico Atlantide oltre le Colonne d’Ercole, ricco e splendido continente sprofondato nell’Oceano, regno del dio Poseidone e della sua famiglia, così come descritto da Platone nei Dialoghi dialettici “Timeo” e Crizia”.
José Saramago è morto intorno a mezzodì di venerdì 18 giugno 2010, nella propria casa, assistito da Pilar: a salma ancora calda – cosa assai irrituale e assai poco cristiana – l’Osservatore Romano appena l’indomani, per la penna di Claudio Toscani, tuonava dalle proprie pagine invettive contro chi s’era sempre professato “ateo e comunista”, reo soprattutto di aver pubblicato scritti quali “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” e, di recente, “Caino”, due opere che descrivono personaggi dei Vangeli e della Bibbia quali esseri normali, con proprie passioni e repressioni: «sconcertante semplicismo teologico», è l’epiteto che gli è stato tributato, con l’aggiunta dell’accusa di non aver condannato a dovere i «gulag, le purghe, i genocidi, i samizdat religiosi e culturali».
José non ha fatto in tempo:gli avevo suggerito, attraverso il suo blog, di scrivere un altro Vangelo, quello secondo Giovanni Battista, cugino e coetaneo di Gesù, suo “battezzatore” nelle acque del fiume Giordano, imprigionato e morto decollato su ordine di Erode Antipa all’età di 29 anni, a soddisfazione della moglie di questi, Erodiade – che il tetrarca aveva sottratta al proprio fratello Filippo, commettendo quindi un adulterio – per aver fatto ballare la conturbante figlia Salomé: le scritture sacre non parlano né di una visita in carcere, né di una parola proferita, per salvarlo, da parte del Messia o dei suoi Apostoli; allora, chi è il vero Redentore? Forse Giovanni, a sentire i Mandei.
Ho incontrato Saramago più volte, prima e dopo il 1998, anno del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura. Spesso gli ricordavo che anch’io, nel mio piccolo, avevo contribuito –nell’estate del 1964 e del 1965 – a minare le fondamenta della dittatura del professore di Santa Comba, distribuendo insieme agli studenti ciclostilati contro il lungo e duro regime e rischiando la galera perché fermato dalla PIDE –a Coimbra sotto l’Acquedotto Romano con la statua di San Sebastiano, ma senza le frecce d’argento, al loro posto un cartello lasciato da universitari burloni:«Chega com taõ padecer…»!; e a Lisbona nei pressi del Parque Edoardo VII – preparando così, in qualche maniera, la famosa e liberatoria “Rivoluzione dei Garofani” del 25 aprile del 1974.
José ringraziava, ma sorrideva aggiungendo: «Ti è andata bene, eri uno straniero…Ai giovani portoghesi dissidenti veniva riservato un trattamento ben più pesante»! Gli raccontavo anche che nell’estate del 1969, all’Estadio da Luz di Lisbona, avevo incontrato tutta la squadra del Benefica – Eusébio, Torres, Coluna, Simões…ed il cordiale “treinador” Otto Glória, brasiliano, ai quali avevo portato la tessera di socio ad honorem dell’A. C. Cepagatti, a quei tempi nel Girone d’Eccellenza, cittadina al di qua di Chieti, perciò “cispagusteatis” – e gli ricordavo che, all’epoca, il regime andava orgoglioso delle tre “f” che costituivano il vanto del Portogallo: “Fado” (di Amália Rodriguez) , “Fátima” (l’ultima pastorella, suor Lúcia, sopravviveva in un convento di Coimbra; morirà nel 2005) e “Futebol” (ovvero il Benefica di Eusébio da Silva) . Allora lui, di rimando, mi citava altro motto popolare della sua terra: «Noi portoghesi abbiamo avuto, nel passato, due grandi nemici: uno dietro le spalle, la Spagna, ma abbiamo evitato le guerre facendo imparentare le Case Reali; l’altro, davanti: l’ignoto e sterminato Oceano. Abbiamo scelto di batterci contro quest’ultimo, ed abbiamo vinto: vedi Vasco da Gama che, salpato da Lisbona nel 1497, trova la rotta verso le Indie; le sue imprese sono cantate da Luís de Camões, nel poema epico “Os Lusíadas”; Fernão de Magalhães che circumnaviga il globo nel 1519, accompagnato anche da un cronista italiano, Antonio Pigafetta, estensore del diario di bordo; Pedro Alvares Cabral che nel 1500 scopre il Brasile».
L’ultima volta che ci siamo visti, a Penne in occasione del Convegno sulla sua produzione letteraria, presente anche uno degli studiosi più profondi della letteratura luso – brasiliana, Luciana Stegagno Picchio (anche lei scomparsa) , suocera di Rita Desti, traduttrice ufficiale in lingua italiana delle opere del nativo di Azinhaga, e Nello Avella, docente di lingua e letteratura portoghese e brasiliana prima alla D’Annunzio di Pescara e poi a Roma Tor Vergata, abbiamo ricordato anche la figura di Rui Knopfli, suo amico, accanito fumatore e prolifico letterato mozambicano –che avevo commemorato con un articolo su “Abruzzo nel Mondo” – però con radici svizzere (i suoi antenati introdussero in Africa l’omonima macchina da cucire) , combattuto tra due culture: quella europea degli avi e quella d’accoglienza; abbiamo ricordato a tal proposito la massima di Herman Hesse, suo collega Nobel per la Letteratura nel 1946: «Quando due culture collidono, allora è il momento della nascita della vera sofferenza»!
José Saramago amava l’Abruzzo: lo si ricorda assegnatario del Premio Flaiano, ideato da Edoardo Tiboni, nel 1992; ma lo scrittore ottenne, e meritatamente, anche il Premio Scanno 1998 della “Fondazione Riccardo Tanturri”, pochi mesi prima del Nobel, e il Premio Penne “Brioni Roman Style”dai patron Lucio Marcotullio ed Igino Creati.
L’esule a Lanzarote, ove ultimamente aveva invitato a rifugiarsi anche il nostro Roberto Saviano dopo le minacce di morte ricevute dalla malavita organizzata, in sostanza aveva tre nemici: uno letterario, il nostro Antonio Tabucchi, le cui sfide roventi negli anni novanta rimangono pubblicate sul periodico “Jornal de Letras” di Lisbona, e pochi ne parlano; uno politico, anzi tre:Antonio de Oliveira Salazar e, più recentemente, il suo e, ultimamente, il nostro premier; uno religioso: la Chiesa di Roma.
Quegli occhiali così caratteristici, montatura di tartaruga a grande forma quadrata sopra la quale si stagliano sopracciglia crespe a reggere una fronte spaziosa e “careca”, lenti spesse, quasi a voler scrutare minuziosamente ed a fondo – per poi interpretare letterariamente – questo complesso mondo in cui viviamo, rimangono in chi lo ha conosciuto, lo ha apprezzato, lo ha consigliato, l’emblema indelebile di un brav’uomo, di un amico, di un profondo conoscitore della parola, dei segni diacritici, delle metafore e delle allegorie…Ricordiamo, per esempio, la sua riflessione sulla vita del “libro”, così come raccontato a Penne: «Volete mettere…, il “libro” stampato, fatto di carta; lo prendete nelle vostre mani, lo sfogliate, iniziate a leggere le prime pagine…; vi suscita una emozione, magari vi scappa una lagrima, questa cade sulla pagina che l’assorbe, partecipa al vostro stato d’animo…Lo stesso testo lo potete leggere sul monitor di un computer, vi viene la stessa emozione, vi scende una lagrima, questa cade sullo schermo vitreo che non la trattiene, la lascia scolare via…E’ per questo che il “libro” stampato, di carta, non morirà mai»!
Il dissidio letterario con Tabucchi è da far risalire alla pubblicazione, da parte di Saramago, nel 1984, del romanzo “O ano da morte de Ricardo Reis”, ove Ricardo è uno degli ortonimi dell’autore di “O livro do desassossego”, l’unico del quale Pessoa dimentica di decretarne la fine: l’autore del fortunato “Sostiene Pereira” e sua moglie lusitana Maria de Lancastre, detentori del cosiddetto “Fondo Pessoa”, una sorta di baule contenente tutti gli appunti di quest’ultimo, sono estremamente gelosi del loro idolo, autore – tra l’altro – de “La pioggia obliqua”, cantata da Roberto Vecchioni, per cui non accettano di buon grado interferenze letterarie sull’argomento. Nemmeno il catalano Manuel Vazquez Montalban, mio coetaneo, pure lui Premio Scanno 1997, sapeva della ragione della contesa:glielo dovetti spiegare durante il pranzo in un ristorante della cittadina abruzzese, portandosi la motivazione, cinque anni dopo, nell’aldilà, colto da infarto all’aeroporto di Bangkok di ritorno da un ciclo di conferenze in Australia.
Qualche problema, José Saramago l’ebbe con l’Unione Italiana Ciechi per via della pubblicazione, nel 1995, di “Cecità” (titolo originario:”Ensaio sobre a cegueira”) , ove descrive i colpiti dal “mal bianco”, in una città senza nome, rinchiusi in un vecchio manicomio ed abbandonati alla sporcizia ed a loro stessi. Gli riferii questa critica, e lui: «ma io intendevo la “cecità della ragione” umana, di questi tempi in preda al cinismo, all’arrivismo, all’arricchimento senza scrupoli…». Dovetti difenderlo con un articolo su “Orizzonti”, periodico edito dalla Sezione di Pescara dell’U. I. C, numero che gli consegnai personalmente, ricevendone i ringraziamenti più sinceri.
Domenico Buccione, già segretario U. I. C. , nel suo recente lavoro: “Florilegio tiflologico” edito a cura dell’Amministrazione Provinciale di Pescara, prefazione di Ezio Sciarra, riporta in introduzione l’emblematico finale di “Cecità”: «Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono». Una copia sarebbe stata inviata a Lanzarote, all’attenzione del Nobel per la Letteratura: non s’è fatto in tempo…
“Ensaio sobre a cegueira”, in effetti, è la metafora contro tutte le barbarie umane, in ogni epoca, come è stata e resta metafora contro i soprusi e le sopraffazioni di persone su altre persone “La peste” del Nobel per la Letteratura 1957, nativo algerino, Albert Camus, naturalizzato francese, morto d’incidente d’auto sulla strada per Parigi nel 1960, or son 50 anni.
José è scomparso, leucemico, di venerdì, al termine della mattinata. Il suo corpo sabato 19 giugno ha raggiunto Lisbona per l’estremo saluto dei propri connazionali. Sarà cremato e l’urna con le povere ceneri sarà tumulata nella capitale, in un piccolo giardino di fronte alla Casa dos Bicos, futura sede della “Fondazione Saramago”, nei pressi di un albero d’ulivo proveniente da Azinhaga , sua città natale, regione del Ribatejo, di una panchina per i lettori occasionali, e con questo epitaffio, tratto dal finale del suo romanzo storico (1982) “Memorial do Convento”: «Mas não subiu para as estrelas, se à terra pertencia… » (Ma non è salito alle stelle, se apparteneva alla terra…) .
Olá, José! Obrigadinho…
di Mario Nardicchia
Nelle foto (cortesia dell’autore): 1969, Estadio da Luz, M.Nardicchia con Otto Gloria (foto in alto) e con Eusébio (foto in basso)



Un bel ricordo del più grande scrittore contemporaneo. E lo era davvero se, alla sua morte, gli avversari del pensiero libero hanno avvertito il bisogno di chiosare, a cominciare dall’intolleranza cattolica.
Obrigados, José.