Abbiamo rievocato la vicenda processuale del “ta pum del cecchino” di Giovannino Guareschi nel 1954, e la sentenza che lo condannò a un anno di reclusione con revoca della precedente condizionale agli otto mesi di condanna per la“vignetta al Nebiolo” di Carlo Manzoni, come direttore responsabile di “Candido”. Adesso vogliamo rievocare la “prigione senza sbarre” per un uomo libero, una reclusione dura senza pubblicare alcunché a differenza di oggi, Sofri docet. Quando la nuova legge sulle intercettazioni in discussione farà scattare le preannunciate misure coercitive che incombono sui giornalisti, la vicenda Guareschi purtroppo potrebbe ripetersi.
Con commozione abbiamo ripreso in mano le annate 1954 e 1955, c’è l’angioletto che gli tiene la palla di ferro al piede, con tante altre immagini piene di tenerezza. Non ci furono appelli dei soliti intellettuali, lo seguì l’affetto dei suoi lettori di “Candido”: diventava reale “Mondo piccolo” in una storia deamicisiana nello squallore del carcere che rinnovava in lui la dura esperienza del Lager.
(Foto di apertura. Mercoledì 26 maggio 1954: Guareschi guarda dall’esterno il carcere di San Francesco a Parma nel quale sta per entrare, 6 giugno 1954)
L’eco sulla stampa e oltre della vicenda di Guareschi.
Seguiamolo, dunque, nel carcere in cui sceglie di entrare dopo il processo per direttissima apertosi davanti alla III sezione del Tribunale penale di Milano il 12 aprile 1954, senza avvalersi di strumenti comunque dilatori, come farà trent’anni dopo Enzo Tortora che rinunciò all’immunità di parlamentare europeo, pur condannato ingiustamente e poi assolto con formula piena in appello; Guareschi socraticamente non attivò neppure l’appello dinanzi alla negazione del diritto alla difesa.
La sentenza viene pronunciata il 15 aprile, così si conclude il resoconto dello stesso Guareschi: “Il Tribunale si ritira in Camera di Consiglio. Esce dopo dieci minuti e scodella la sentenza. Sono le ore 12,35 e tutto va bene. E in me rimane la piena, assoluta, matematica sicurezza che i due documenti pubblicati su ‘Candido’ sono autentici”.
Entra in carcere il 26 maggio, un mese dopo aver salutato i suoi lettori con la vignetta riportata in apertura dell’articolo precedente, e ci piace ricordarla come premessa alla rievocazione della vita carceraria: “Ci appelliam solo alla Storia/ né si offusca il nostro onore/ se la via della vittoria/ ci conduce a San Vittore!”. Il 25 aprile non sapeva che era il carcere di San Francesco a Parma.
Gli restò la vicinanza del proprio giornale con i suoi “ventiquattro lettori”, l’affetto della gente semplice, legata ai personaggi di “Mondo piccolo” e a lui personalmente se lo aveva conosciuto, come il “falegname delle Roncole” al quale Carlo Manzoni scrisse una lettera aperta su “Candido” del 25 aprile dicendogli: “Lei ha portato in quell’Aula, Bontà e Affetto, Speranza, Gioia, Gratitudine. Tutti quei sentimenti che formano l’uomo onesto e semplice. Ne avevamo bisogno. Eravamo da ore soffocati e travolti dall’Odio, dalla Rabbia, dall’Invidia, dalla Cattiveria e tutti quei sentimenti si agitavano nell’Aula attorno ad un’unica persona e su quella si accanivano con furia. Noi eravamo spettatori impotenti e di minuto in minuto sentivamo in noi salire lo sgomento perché ci sembrava impossibile che tutti, proprio tutti, gli uomini avessero nel cuore soltanto odio, cattiveria, gelosia, invidia e rabbia… Lei, soltanto lei, modesto e semplice artigiano, ha portato in quell’Aula zeppa di veleno, la fiducia nei sentimenti migliori degli uomini”.
Il veleno era della grande stampa nazionale, espresso nella vignetta a piena pagina che illustrava il suo resoconto, con un altro paginone sul “soccorso aereo”: il velivolo dell’“art. 16 del Trattato di pace” dal quale si lancia con il paracadute il “colonnello Carter” con la “lettera di Alexander”.
Nella vignetta a piena pagina i maggiori giornali, il “Corriere della sera” e la “Stampa”, il “Messaggero e”Il Tempo”, la “Gazzetta del Popolo” e “Il Gazzettino”, “Il Mattino di Napoli” e “La Giustizia”, “L’Unità” e, naturalmente, “Il Popolo”. venivano riprodotti a formare “l’arco di carta” per il querelante all’ingresso del Palazzo di Giustizia, “un arco di trionfo adeguato alla vittoria” contro il giornalista dalla schiena dritta.
Questo dunque era il clima, diffuso artatamente nell’Aula e nell’opinione pubblica. Con poche eccezioni nella stampa minore e di destra che furono al suo fianco: per tutti citiamo il “Corriere Lombardo”. Non dissimile la coalizione della stampa in veste di colpevolista nel processo Tortora.
Vincenzo Caputo, presidente dell’Associazione Nazionalista Italiana, si dimise dall’albo dei giornalisti con una lettera all’Associazione stampa romana e alla Federazione Nazionale Stampa Italiana nella quale definiva “degno di biasimo il completo assenteismo degli organi responsabili della stampa italiana sul caso Guareschi”, e denunciava “l’atteggiamento di indifferenza della FNSI di fronte ad un arbitrio di eccezionale gravità che ha arrecato offesa alla dignità di tutti i giornalisti”. Ribadiva ancora: “Considero veramente deplorevole l’atteggiamento tenuto dalla Federazione Nazionale che non ha sentito il dovere di spendere una sola parola in difesa di un giornalista che ha dovuto subire una ingiustizia senza precedenti, contro la quale il risentimento degli uomini onesti è stato unanime e spontaneo”.
In una lettera al presidente della FNSI, Caputo esprimeva il “rammarico di veder crollare ogni sua fiducia nell’imparzialità e nella serenità della Magistratura” mentre “il limpido, magnifico comportamento di prestigio di lealtà e di onestà di Giovannino Guareschi non ha avuto, purtroppo, il minimo riconoscimento delle associazioni della stampa italiana, le quali, anzi, con studiata freddezza, hanno inteso dimostrargli la più astiosa delle ostilità”. Come avverrà trent’anni dopo per il giornalista Enzo Tortora. Speriamo che venga sfatato il “non c’è due senza tre”, o forse c’è già stato con l’indifferenza verso il caso Forattini e le altre richieste miliardarie contro i giornalisti per diffamazioni solo presunte; occorre invece che l’organo agisca perché mala tempora currunt.

Il tenero “tornerai” nel isegno del figlio Alberto, l’“Albertino” del “Corrierino delle famiglie”, 11 luglio 1954.
Al contrario la stampa estera fu pronta a denunciare il rifiuto di ammettere prove testimoniali e perizie per una condanna che non faceva onore all’Italia, e ne daremo conto nell’epilogo. La vicinanza delle persone amiche si espresse in modo solo virtuale, perché si trattò di un carcere molto severo: divieto di visita per tutti, a parte la moglie ma solo una volta ogni quindici giorni; divieto di leggere il proprio giornale “Candido”, ammessi solo quelli forniti dal carcere; divieto di pubblicare alcunché, soprattutto vignette e poesie “non consone alla serietà del carcere”. E così via. Non poteva essere altrimenti, nel clima descritto dalla lettera al “falegname delle Roncole”.
“Candido” lo seguì e ce lo fece seguire con le rubriche fisse settimanali “Caro Giovannino”, una colonna a pagina due, e “Prigione senza sbarre”, una pagina dove si riportava l’eco perdurante sulla stampa italiana ed estera; in più la pagina intermittente “Notizie dal carcere”. E con la pubblicazione settimanale prima del “Diario clandestino”, scritto e letto agli altri reclusi nel lager nazista, meno occhiuto ed oppressivo di quello di Parma; poi, esaurito questo scritto tornato di attualità, fu ripubblicato a puntate “Italia provvisoria”, il libro esaurito da anni. Ma quello che colpiva e faceva male ogni settimana era lo svanire della speranza di leggere suoi scritti dal carcere.
Il grande pubblico gli fece sentire la sua vicinanza con il “Premio Bancarella”, che consacra il gradimento dei lettori, a “Don Camillo e il suo gregge”, una bella risposta all’anomalo accanimento giudiziario. E noi lettori sentimmo di vivere con lui le sofferenze di un carcere duro; e ci intenerimmo dinanzi ai teneri messaggi disegnati di Albertino e di Carlotta al padre incarcerato.
Un bel riconoscimento venne anche dal governo americano. Così a piena pagina “Candido” del 7 novembre 1954: “L’ambasciatore americano Luce ha detto: ‘Noi non vediamo e non deploriamo in questo verdetto che la condanna di colui che più e meglio di ogni altro ha fatto sventolare, in Italia, la bandiera della libertà e della dignità nazionale’”. Frase cui ne fece immediatamente eco un’altra, nello stesso senso, di Eisenhower. E ci sembra che questo riconoscimento metta il sigillo sulla questione, venendo dal grande paese che pur essendo stato sempre vicino a De Gasperi, metteva in primo piano libertà e dignità dando una bella lezione di etica politica e giudiziaria.
E’ significativo constatare che l’uscita dal carcere il giorno 4 luglio, alle ore 17,20, corrisponda esattamente alla grande festa dell’indipendenza americana, qualcosa di più di una coincidenza: per cui anche il nuovo Guareschi, come il protagonista del famoso film, poteva dirsi “nato il 4 luglio”.

Il tenero appello alla Madonna “benché disegnata” perché protegga il padre in carcere, nel disegno della figlia Carlotta, la “pasionaria” del “Corrierino delle famiglie”, 20 giugno 1954.
Le “Notizie dal carcere”
C’era stato l’immediato allarme del “Corriere Lombardo” che iniziava così l’articolo del 4 giugno 1954 siglato B. F. con il titolo “Contro Guareschi una vendetta di Stato?”: “Carcere duro per Guareschi. Invano abbiamo atteso, e nel nostro intimo sperato, che una smentita ufficiale venisse almeno ad attenuare le notizie pubblicate martedì scorso dal ‘Corriere Lombardo’. Quelle notizie hanno invece ricevuto piena conferma da dirette inchieste presso la prigione San Francesco a Parma… Ha avuto una cella tutta per sé; ma, nello stesso tempo, gli è stato applicato il completo severo regime della segregazione cellulare… Così, niente penna né carta. E nemmeno una matita per disegnare”.
Passano due settimane, iniziano all’insegna dell’ottimismo le informazioni che noi lettori attendevamo con il cuore in gola da “Candido”. Siamo al 20 giugno: “Notizia importante: ho avuto il mio lapis, la stilografica, una gomma e un magnifico quaderno con duecento timbri! Una sagra di timbri. Come previsto, il periodo critico è durato poco più di una settimana. Adesso sono a posto”. Poi aggiunge: “Sono sempre in attesa che il Ministero, data la concessione del quaderno e del lapis, mi conceda uno sgabello, un tavolino, la macchina da scrivere e la possibilità di mandare al mio giornale dei racconti e dei pezzi non politici”.
Non a caso, dopo l’allarme del “Corriere Lombardo”, la notizia segue di una settimana la pubblicazione, sempre su “Candido”, della lettera a nome dei “compagni dei lager”, del reduce dalla prigionia Sergio Brandazzi, che protesta indignato: “Stamane ho appreso dal ‘Candido’ che a Guareschi non hanno neppure lasciato un foglio e una matita… Ora Giovannino è in prigione ed è come se anche noi fossimo rientrati nei lager insieme a lui. Ma inutilmente aspettiamo che venga ancora a farci sorridere e a farci commuovere, Giovannino non può più parlare. I tedeschi glie lo permettevano, gli italiani no”. E conclude: “Forse non servirà a nulla, però si può tentare, vuoi invitare, a nome di un loro compagno, le migliaia di ex IMI di Beniaminovo, di Sandbostel e di Wietzendorf a chiedere che Guareschi abbia in cella un foglio e una matita per continuare a scrivere?”.
La semplice prospettiva della mobilitazione degli ex internati deve avere fatto il miracolo. “Candido”, nel commentare la concessione di carta e matita, si spinge più avanti: “Non si può negare a uno scrittore di continuare la sua attività. E’ nel suo diritto. Forse il Ministero gli concederà quello che gli spetta. Ma quando?”. E dà una risposta anch’essa venata di ottimismo: “Forse potremo leggere presto i suoi racconti: Giovannino Guareschi ritornerà ai suoi lettori. Questo è importante per la sua serenità”. Concludeva, però, con un segnale che apparve inquietante: “Pochi sono i giornali che il regolamento gli permette di vedere. Tra questi non vi è il ‘Candido’ il suo giornale”.
E da allora ogni settimana, per tutti i tredici mesi e più di prigionia, i suoi scritti del passato – il “Diario clandestino” e “Italia provvisoria” riproposti nell’attesa sempre delusa che fossero ammessi i nuovi scritti – erano introdotti dalla medesima premessa: “Anche in questo numero non appare nessuno scritto originale del nostro Direttore al quale, com’è noto, è stata negata ogni possibilità di scrivere per il suo giornale, anche se gli è stato concesso qualche foglio di carta e una matita”. Non si sperava in qualcosa come l’attuale ”Piccola posta” di Sofri, che commenta l’attualità politica, ma almeno in racconti e bozzetti, “Le mie prigioni” alla sua maniera. Nulla.
Ci fu una prima minuscola eccezione allorché una piccola poesia amaramente scherzosa, sottratta al blocco della censura, fu pubblicata su “Candido” del 25 luglio 1954, ricorrenza fatidica nella quale le espressioni di Guareschi sono invece ben lontane dalla politica: “No, non si sente solo/ nella sua cella,/ chi ha un impacco d’ittiolo/ sotto l’ascella.// Ci si contenta di poco in prigionia/ anche un grammo d’unguento/ fa compagnia. // Ed allora, sia lodato/ chi questi foruncoli ha mandato”.
Fu seguita un mese dopo, il 22 agosto, da un “bollettino settimanale” che “il nostro beneamato Direttore ci manda ogni quindici giorni”, nel quale scrive con altrettanta ironica amarezza: “E io sono tanto contento/ Per tutte le belle cose che ho imparato/ oggi so come si organizza un ‘bidone’/ come si trasforma un’auto ‘grattata’/ come, con un asciugamani e un bastone,/si può piegare un’inferriata,/ So come si fa a bucare un muro o un plafone/ e ho imparato i procedimenti speciali:/ so che, per rubare i maiali, /bisogna prima fargli mangiare il sapone./Cos’ero, or son due mesi, appena entrato?/ un fuorilegge, un povero spostato:/ adesso, grazie alla prigione/marciando sto verso la Redenzione”.
In quel periodo miglioravano i servizi igienici e lui scriveva: “Tu te ne vai, bojolo/ e io resto qui solo,/ e sono pieno di malinconia/perché l’igiene uccide la poesia!”. Per concludere: “La squadra è già passata/ a battere l’inferriata./ I ferri sono a posto. Niente buchi nel muro/ E io mi sento più sicuro”.

La testata della rubrica che riappariva saltuariamente insieme a quelle settimanali “Caro Giovannino” e “Prigione senza sbarre”, dal 20 giugno al dicembre 1954.
Altre riflessioni il 2 ottobre, l’embargo sembra allentato: “Ebbene, io sono dello stesso parere di Don Camillo; un Dio c’è! E funziona magnificamente bene da miliardi di secoli, Dio è pigro, ma giusto. Giusto anche se le autorità costituite definiscono pubblicamente ‘ingiuste’ le decisioni di Dio”. Poi un rischioso giudizio politico: “Ma la ‘verità vera’ è che io mi sento come chi sta nella stiva di una nave che affonda. Non è un’ondata di pessimismo questa che mi travolge, ma un’ondata di sincerità. O si cambia l’equipaggio e si chiude la falla, o la barca andrà a fondo”.
Il 24 novembre “Candido” pubblica notizie sulla vita carceraria che lui stesso dà, da par suo: “Stoltissima cosa è voler vivere da carcerato pensando da ‘uomo cosiddetto libero’. E così ho trovato la famosa ‘chiave’. Libertà è dovunque è un uomo che si sente libero. Se posso fare a meno della cosiddetta ‘Libertà’ posso fare a meno anche della cosiddetta ‘stufa’. Quindi anche pel problema del ‘mio’ inverno non se ne parli più. La mia spettanza di freddo me l’amministro io”.
Nello stesso mese di novembre scrive: “Talvolta, qualche soffio di nostalgia dei cosiddetti pascoli s’insinua fra le sbarre della finestra e abita nella cella, e la solitudine pesa al carcerato”. E, ancora: “Ho ritrovato nella mia vicenda carceraria una stupefacente analogia con l’altra del Lager: mi sento infatti cittadino di un altro mondo, come allora”. E qui scappa il giudizio politico: “Vorrei dirvi qualche parola di conforto. Vorrei potervi dire che gli italiani ritroveranno la via della dignità. Ma come dirvi questo se, ogni giorno di più, gli italiani si allontanano dalla retta via? Come vi ho detto, nella mia cella è sempre primavera”. “Libertà è dovunque è un uomo che si sente libero” richiama il finale di “Furore” di Steinbeck, il protagonista saluta la madre con parole ispirate non dissimili.
Meno di un mese dopo, su “Candido” del 26 dicembre si legge: “Ormai il periodo ‘polemico’ è definitivamente superato e io leggo i giornali come se parlassero di cose di un altro mondo e anche alla mia vicenda io guardo come se si riferisse ad un altro. Ve l’avevo detto: ho ritrovato lo spirito del Lager. Come allora, anche adesso mi persuado che ho perso la guerra e che devo pagare e poi ricominciare tutto daccapo”.
Sono le ultime “Notizie dal carcere”, e vedremo poi il perché, riportiamo le sue parole, come sempre esemplari, e mancano più di sette mesi alla libertà: “Quante cose dovrò ricordare il giorno in cui ritornerò tra la gente a ‘piede libero’. Ma ho buona memoria per quanto riguarda le cose essenziali. Invece per le altre cose ho una memoria debolissima: per esempio, non ricordo più né chi mi ha mandato qui, né il perché io sia qui. So semplicemente che sono qui e che debbo rimanerci fino a quando non mi manderanno fuori”. E ancora più chiaramente: “Qualcuno, forse, credeva che io mi sarei gonfiato di odio e aspettava di vedermi uscire con la bava alla bocca. Sbagliato anche questo calcolo. Se Dio ha stabilito che io esca di qui, io ne uscirò sorridendo e col cuore leggero”.

La “Letterina di Natale” di Guareschi, 2 gennaio 1955.
La “letterina di Natale” e l’embargo successivo
Inizia l’anno 1955, “Candido” intitola “Natale in ‘San Francesco’” la rubrica dal carcere del 2 gennaio (e quella del 16): il calore della gente per lui si esprimeva in “sacchi (non metaforici) di posta: migliaia di lettere, cartoline e telegrammi. Pare che l’ufficio censura di San Francesco fosse ingolfato: ancora la mattina di Santo Stefano c’erano alcune centinaia di telegrammi da evadere”.
A noi lettori un grande regalo, la “letterina di Natale” di Guareschi inviata alla moglie Ennia dal carcere, sottratta “con la inconsapevole complicità di Alberto e Carlotta, strumenti ignari delle nostre macchinazioni di giornalisti”. E’ disegnata come le tradizionali letterine, c’è tutta la sua arguzia unita al sentimento: gli angioletti lo aiutano a celebrare il Natale reggendo le sbarre, lui è trasformato in albero natalizio, i suoi baffi creano l’abete, la palla di piombo simbolo della reclusione diventa la fragile sfera decorativa, la catena il festone argentato, il “bojolo” è il vaso per l’albero. Quello fu per noi lettori affezionati l’albero di Natale che rimase impresso nel nostro cuore, come le sue parole: “I meravigliosi doni del ricordo e dell’affetto” e “il mio cuore pieno di dolcezza”, “questa mia gioia” e “nella mia cella è sempre primavera”.
I dipendenti dell’ufficio vendite della “Rizzoli” gli fecero pervenire come dono natalizio la centomillesima copia del suo “Mondo Piccolo” con le loro firme di solidarietà e di augurio.
Poi, un lungo silenzio, “Candido” non pubblica più la pagina “Notizie dal carcere”, neppure con descrizioni indirette. Noi lettori facevamo le ipotesi più diverse finché il 13 marzo 1955 viene fornita l’attesa spiegazione in un riquadro nella pagina settimanale “Prigione senza sbarre” con l’eco del carcere in Italia e soprattutto all’estero.

“La firma di una delle ultime lettere di Guareschi, dopo l’annuncio della revoca del condono”: incanutito con stampelle e goccia al naso, ma l’angioletto di Don Camillo gli regge la palla al piede della condanna per De Gasperi, il diavoletto di Peppone la bottiglia di Nebiolo al piede della condanna per il presidente Einaudi, 21 novembre 1954.
Sotto il titolo “Cosa fa Guareschi?” ” si leggeva: “Il carcere di Guareschi è il più uguale a quello di tutti gli altri detenuti e ogni mese che passa è ‘sempre più uguale’. Vogliamo dire che il Regolamento, nel caso di Guareschi, è applicato alla lettera con uno scrupolo e una premura si può dire senza precedenti nella storia carceraria italiana”.
Espressioni improntate a cautela, per non dire che un carcere così duro era inusitato nella nostra storia recente. Se ne comprende subito il motivo: “Per esempio, si è notato che avendo noi riportato su ‘Candido’ qualche frase estratta dalle lettere di Guareschi, qualcuno si è preoccupato. E questa è la ragione per la quale da quasi tre mesi abbiamo volontariamente rinunciato a pubblicare le ‘Notizie da San Francesco’. Non vogliamo creare situazioni critiche e imbarazzanti per nessuno. Si sa che di certi detenuti sono stati pubblicati diari, lettere, racconti e perfino canzoni. Per Guareschi anche pubblicare una sola frase può provocare penose situazioni”. Fino ad affermare: “Nessuno però ci può censurare se rispondendo ai lettori che ce lo chiedono, affermiamo che Guareschi, dopo oltre nove mesi di galera, è in eccellenti condizioni fisiche e morali. Ha avuto i suoi guai (disturbi causati dalla vecchia affezionata ulcera, foruncolosi, influenza e raffreddori) ma si sa bene che per un tipo come lui sono bazzecole”.
Un giornale come il “Candido” di Guareschi non poteva rinunciare al colpo di coda finale, riportando degli stralci dall’ultima lettera del 26 febbraio 1955: “Novità N.N. E’ poco, lo capisco, d’altra parte io, qui, mi limito ad accettare di buon grado ciò che succede senza poter interferire nelle deliberazioni altrui. E, siccome non succede niente, posso semplicemente dirvi che non è successo niente”. Per concludere: “Adesso nevica ma nella mia cella è sempre primavera”. Sembra l’orgoglioso grido di “Papillon” indomito nonostante i tentativi di fiaccarne la resistenza.
Continueranno “Prigione senza sbarre” e “Italia Provvisoria” oltre a “Caro Giovannino”, ma non le “Notizie dal Carcere”. Finché il 29 maggio 1955, mentre gli veniva negato il diritto ad avere condonati gli 8 mesi della condanna per la vignetta su Einaudi considerata “vilipendio al Capo dello Stato”, avemmo la soddisfazione di vedere l’articolo a piena pagina di Giovanni Durando, “Il diritto di Guareschi all’immediata libertà”, illustrato con la ripubblicazione della “vignetta al Nebiolo” di Manzoni dal titolo “Il Quirinale” e didascalia “I Corazzieri”, e delle due successive di Guareschi “Traditori al muro!” e “In attesa del famoso processo” con la didascalia ”La bottiglia di Damocle”: fu un godimento per la vista e per lo spirito, una rivincita della creatività e dell’ironia sull’ottusa repressione, quasi un anticipo della vicina liberazione.
Dopo poco più di un mese, il 4 luglio alle ore 17,20, l’uscita dal carcere nel giorno dell’indipendenza americana, lo abbiamo sottolineato. Ma il colpo di coda dell’ottusa repressione si farà sentire. Si trattava di libertà provvisoria con le ben note restrizioni, soprattutto agli spostamenti, che non gli impedirono di scrivere finalmente le “Lettere dal carcere” fino ad allora proibite. Ne parleremo prossimamente, l’odissea di Giovannino Guareschi non è ancora finita.
Ph. Da “Candido”, annate 1954 e 1955, precisamente dai numeri delle date indicate, tutte.

Il 15 aprile Guareschi fu condannato in primo grado a dodici mesi di carcere e non presentò ricorso: « Non voglio rivangare vecchie storie (…) né voglio rivedere posizioni che non possono essere mutate in quanto assunte per solo suggerimento della coscienza. Voglio soltanto rendere omaggio alla verità e riconoscere che, al confronto dei campioni politici d’oggi, De Gasperi era un gigante. »
Così ha scritto sul suo “Candido” Giovannino Oliviero Giuseppe Guareschi (1908 – 1968), il 17 maggio 1957
La coscienza di essere innocente impone DI RICORRERE IN APPELLO, & ONORE AL COLPEVOLE CHE ACCETTA LIBERAMENTE! Guareschi fu il primo giornalista a scontare interamente la pena inflittagli per diffamazione, forse l’unico e certo l’unico a lodare il diffamato appena uscito da un carcere in cui gli avevano vietato ogni libera espressione.
…sono orgoglioso di essere Guareschiano…