Arte nella Marsica: Giuseppe Di Cosimo, dal reale al concettuale

Giuseppe Di Cosimo

Assai spesso dinanzi ad una mostra pittorica con opere astratte o concettuali è dato registrare poco lusinghieri apprezzamenti da parte di alcuni visitatori i quali nella loro nescienza affermano di essere loro stessi in grado di produrre opere simili e che quelli che vengono chiamati artisti in realtà sono persone in grado soltanto di imbrattare le tele, non riuscendo a cimentarsi nella figura o nel paesaggio.

Questo luogo comune viene brillantemente sfatato dal pittore marsicano Giuseppe Di Cosimo che dal 18 al 31 luglio 2010 terrà ad Avezzano presso la Scuola Enrico Fermi una sua personale. Egli infatti attualmente è sì impegnato in una ricerca concettuale, però in precedenza aveva dato prova eccellente di pittura figurativa sul versante dell’Iperrealismo che sappiamo essere una corrente artistica sorta in America negli anni ’70, ma che trova numerosi adepti anche nel nostro paese, come Luciano Ventrone che tra l’altro ha uno studio proprio in terra marsicana, precisamente a Collelongo. Definito dal grande Federico Zeri “il Caravaggio del XX secolo”, Ventrone è riuscito a perseguire in modo sommo la finalità della “mimesis” e parimenti a cogliere con una radicale fissità dell’immagine l’atemporalità delle cose, sottraendole quasi allo scorrere del tempo. Il grande maestro romano ha fatto scuola e proseliti in quel territorio abruzzese. Da citare ad esempio Romeo Abruzzo ed appunto Giuseppe Di Cosimo, nato a Massa d’Albe sempre nel territorio aquilano e residente nella vicina Antrosano.

Però il nostro artista ad un certo punto della sua carriera entro il perimetro figurativo che tra l’altro risulta costellata da notevoli affermazioni e da apprezzamento da parte dei collezionisti, entra come in una crisi di identità, in quanto i dipinti prodotti non collimano più con il suo intimo sentire le problematiche contemporanee.

Infatti partito da una ricerca analitica del reale su cui si assommano emozioni cromatiche, entasi formali, splendore luministico, raffinatezza compositiva e saldezza dell’impianto costruttivo, partito – dicevo- da una pittura che viene definita, come detto, iperrealista, intesa quale esasperazione di uno slancio vitale dell’artista verso la realtà esterna che funge da stimolo, egli in questi ultimi tempi è pervenuto ad una totale decantazione del visibile, in preda quasi ad un ascetico sentire del perimetro ove si manifestava lo splendore delle cose.

Si vuol dire che all’iniziale percorso artistico iconico nel quale la totalità delle sue opere era sottoposta ad una costante apologia dello spessore formale, cromatico e soprattutto luministico dei soggetti raffigurati (nature morte, composizioni floreali, frutti, figure, oggetti desunti dalla quotidianità) è subentrata, sotto la spinta di un’acuta tensione ideale e filosofica, la riflessione sul rapporto di interazione tra oggetto e spazio.

Sono state in questo modo eseguite opere profondamente segnate da un dialogo tra i valori spaziali e la luce che era determinante anche in precedenza per estrinsecare una piena felicità percettiva.

Giuseppe Di Cosimo

Questa seconda fase della ricerca di Giuseppe Di Cosimo oltre che superamento dell’esasperazione iperrealista, costituisce anche un progetto di interiorità dell’astrazione. Mi spiego. Da un lato la iperbolica visibilità del reale, scandagliato nel suo “particulare” si attenua , sicché rimangono talora nella composizione soltanto parcellazioni di iconismo naturalistico, dall’altro l’aggancio con l’astrattismo, sulla scia di alcuni illustri protagonisti come Lucio Fontana e Salvatore Emblema, si attiva secondo una declinazione noumenica, ovvero concettuale.

Ma andiamo per ordine iniziando l’analisi della sua produzione figurativa. Impressionano in lui, secondo i canoni dell’iperrealismo i caratteri vistosi dei brani naturalistici raffigurati, siano essi le forme degli oggetti, quali una zucca, delle lumache o dei papaveri, o ancor più i loro colori esclamati con gioiosa provocazione. È una pittura la sua che deve stupire l‘osservatore o meglio deve indurlo ad innamorarsi della natura incontaminata al riparo dall’azione devastante dell’homo tecnologicus. L’approccio ad essa da parte del pittore è lirico, romantico persino, comunque sempre asservito ad un ristoro dello spirito che dovrà nutrirsi di luce e di ideali. Ebbene, scrivendo un lucido saggio sulla pittura del nostro artista, lo scrittore Romolo Liberale ha colto questo profondo suo significato spirituale parlando di “Splendor lucis”. Luce che servirà a promuovere quegli aggiornamenti apportati da Di Cosimo alla poetica spazialista dei due suddetti illustri personaggi che hanno scritto una pagina determinante dell’arte italiana del novecento.

Egli, come già il maestro campano Emblema, entra in un territorio concettuale spaziale. Si veda a questo proposito l’opera riprodotta che sembra eseguita da un artista diverso dall’autore delle lumache. Questa concettualità viene posta in essere ancora una volta attraverso la detessitura delle tele che però si struttura con un rigorismo geometrico prevalentemente circolare. Nel retrostante spazio, dalle aperture della tela di iuta diradata è dato percepire emergenze ulteriori di piani dipinti, nonché fonti luminose artificiali attivando le quali si consolida sapientemente una vibrazione cinetica di suggestivo effetto.

Questo appassionato sperimentare dopo la pittura d’immagine rappresenta un codice etico per comprendere la vicenda artistica e umana del nostro autore, il quale, noncurante del successo mercantile di cui aveva goduto con le opere figurative precedenti, si sente in dovere di rispondere o meglio di porsi in sintonia con le sollecitazioni della contemporaneità. E non c’è il minimo dubbio che il nuovo filone di indagine spaziale strettamente in simbiosi col cinetismo, sia quanto di più attuale possa esserci.

Il limite di un’opera d’arte pittorica collocata nello spazio e a suo tempo rilevata dal grande Fontana, è evidente: nell’atto stesso di istituire un dialogo con il fruitore, ne impedisce un altro, ovvero quello con lo spazio retrostante l’opera. Quindi una sorta di mortificazione, di violenza, di sopruso. La visibilità del dipinto e l’invisibilità dello spazio; in chiave storica questa dialettica era stata studiata e per certi versi risolta da Emblema con la tecnica della citata detessitura, a suo tempo esaltata grandemente da Giulio Carlo Argan, che ebbe a codificarla nell’ultimo tomo della sua storia dell’arte .

Di Cosimo si riaggancia a quell’intuizione con la variante non di poco conto di una ulteriore collocazione artistica nel retro e del posizionamento d’una complanare fonte di luce. Una ulteriore riprova del suo spirito innovativo è data da alcuni recentissimi lavori ove l’artista si lascia andare quasi ad una sperimentazione ludica: si intende parlare di certe opere con la tecnica del collage. Sono lavori di struggente nostalgia per un mondo che non c’è più, quindi lontano nel tempo, impossibile a ripristinare nella sua pienezza. Allora i frammenti acquistano la stessa valenza simbolica d’una foto ricordo di persone care, impresse nella mente.

Una mostra, quindi, quella che Di Cosimo tiene ad Avezzano da non perdere. Tra l’altro essa rappresenta un significativo esempio della fertilità per quanto concerne le arti visive del territorio marsicano che, va ricordato, nel recente passato ebbe rassegne di rinomanza nazionale come i Premi Avezzano e Valle Roveto, la Triennale d’Arte Sacra di Celano ed ebbe una pattuglia ragguardevole di artisti che va sotto il nome di GAM (Gruppo Artisti Marsicani) del quale facevano parte tra gli altri Nino Gagliardi, Ermanno Toccotelli, Dante Simone, Marcello Ercole, Pasquale Di Fabio, Cesare Paris. Anche oggi nell’avezzanese, territorio spesso inspiegabilmente dimenticato da studiosi e critici, questa tradizione viene rinverdita da giovani e bravi artisti come Alberto Di Fabio, figlio d’arte, che ormai ha varcato per fama i confini nazionali, Filippo Fazi, Giuseppe Pantaleo, Attilio Salciccia, Fabio De Santis di cui qualche tempo fa si occupò il nostro giornale, ed ancora Mauro Rea di cui dal 19 giugno fino al 4 luglio è in corso una importante ed esaustiva retrospettiva al Museo Civico della Media Valle del Liri di Sora, sua città natale. L’artista, formatosi all’Accademia di Frosinone è ormai da anni residente nella Marsica e quindi abruzzese a tutti gli effetti. Egli si è affermato come una delle voci più autorevoli della ricerca artistica mirata alla valorizzazione delle radici culturali del territorio. Un processo questo quanto mai opportuno allo scopo di arginare quell’esiziale fenomeno della globalizzazione che è divenuta tentazione a cui la cultura occidentale non riesce a porre freni. L’opera del maestro ciociaro evoca alla mente un altro grande protagonista dell’arte italiana contemporanea, ovvero Mimmo Paladino. Entrambi, a me pare, sono impegnati in questo neoumanesimo sapientemente radicato in una tradizione contadina ove i valori dello spirito sono prioritari in quanto apologetici dell’uomo tout court. Nell’uso stesso dei materiali, sovente connotati da una colorazione austera e quaresimale, è dato ravvisare questa connotazione spiritualistica che a buon ragione è in posizione dialettica con la civiltà contemporanea massificata e materialistica.