Pochi ricordano oggi,a distanza di 60 anni,la tragedia al pozzo n.6 nella miniera di Mariemont-Bascoup, nel solito Pays Noir belga, proprio dietro il fatidico Bois du Cazier, in località Trazegnies, avvenuta giovedì 11 maggio 1950, a quota 570 m. di profondità sotto le viscere della terra,per lo scoppio del gas grisou, oltre che per la mancanza di idonei sistemi di sicurezza; solo 2 scampati, 39 minatori morti: 21 Belgi; 1 Tedesco; 4 Polacchi; 7 Ukraini; 3 Italiani; 1 Francese; 2 Russi. Da notare l’età di quattro dei minatori scesi nei pozzi: tre preadolescenti, rispettivamente di 14 anni, italiano e belga e di 15 anni,belga; più due diciassettenni,un polacco e un belga. Al conseguente processo, nessuna condanna; si aggiunge un decesso: un ingegnere suicida. Fu un triste e funesto presagio di quella che sarebbe stata la peggiore sciagura della storia mineraria europea, una strage bianca che costò tanto sangue abruzzzese.
Le Vittime: ARMASOKOW Victor, 23 anni, Ukraino – BARBIERET Arnoldo, 38 anni, Italiano – BENDIK Josef, 28 anni, Polacco – BOIDENGHIEN Roger, 47 anni, Belga – BOLOTIUK Josef, 34 anni, Ukraino – BRACKELEER Léon, 54 anni, Belga - CARBONE Filippo, 32 anni, Italiano, CHAPELLE Herman, 54 anni, Belga – CHIRAC Henri, 25 anni, Francese – DASCANIA Renato, 14 anni, Italiano – DAUGE Gustave, 27 anni, Belga – DELHAYE Oreste, 18 anni, Belga – DERAMMELAERE Jérôme, 49 anni, Belga - DESMET Maurice, 32 anni, Belga – DUQUESNE Jean – Baptiste, 43 anni, Belga – HENCKE Arthur, 24 anni, Tedesco – HENNEQUIERE Gaston, 30 anni, Belga – HURKO Yvan, 30 anni, Ukraino – JACUBIN Pietro, 24 anni, Ukraino – KRAWEZENSKI Bogdan, 46 anni, Polacco – KRETSKOWSKY Pietro, 28 anni, Ukraino – KUSNESOW Nicolas, 30 anni, Russo – LESSINES Jules, 57 anni, Belga – MINSKI Yvan, 26 anni, Ukraino – NOEL Goliath, 36 anni, Belga – NOEL Edouard, 43 anni, Belga – NOEL Francis, 15 anni, Belga – ROUCKOUT Fernand, 49 anni, Belga – SHASKERIN Jakow, 36 anni, Ukraino – SIKALAN Marian, 26 anni, Polacco – SOKOLOW Pietro, 35 anni, Russo – STURBOIS Georges, 27 anni, Belga – STANSON Pierre, 29 anni, Belga – TKASSCHOW Yvan, 17 anni, Polacco – VAMBERCIES Emile, 44 anni, Belga – VERMOTTE Léon, 36 anni, Belga – VLEYSSCHMAN André, 55 anni, Belga – YERNAUX Gabriel, 22 anni, Belga. Tre scampati, ricoverati all’Ospedale “Louise” à Morlanwelz : MALFAIT Georges, sposato, di Trazegnies – ROELANDST Julien, 17 anni, di Chapelle – lez – Herlaimont, morto in ospedale – SQTURBOIS Yvon, 14 anni, di Trazegnies.
Pier Paolo Pasolini, nel 1950, dopo la morte in miniera di questi trentanove lavoratori, scrive un racconto, di dolorosa attualità, dal titolo: “Sopra di noi, due chilometri di terra”. Il protagonista è un ragazzo friulano emigrato che torna a casa per qualche giorno. Sei anni dopo, come abbiamo già ricordato, l’8 agosto del 1956, nella sciagurata miniera di Marcinelle muoiono 262 uomini, di questi 136 sono italiani, quasi la metà abruzzesi: eroi del lavoro provenienti da undici nazioni europee. L’Europa di oggi, come sosteniamo da tempo, nasce anche - o forse soprattutto – su quelle storiche memorie.
«”Le gallerie”, diceva Davide all’Enal di San Giovanni, “si stendono parallele una sopra l’altra, a circa cento duecento metri di distanza, e sono messe in comunicazione fra loro da tanti budelli scavati nella roccia e alti non più di un quaranta centimetri. Ci si passa solo strisciando.
Noi si discendeva in una squadra a mille o duemila metri di profondità, e dalla galleria ci infilavamo strisciando su per i budelli con la lampada e tutto il materiale occorrente così che stando distesi ci si poteva muovere appena. Traforavamo la roccia che sgretolandosi scorreva giù per il cunicolo lungo una specie di cunetta. Sulla testa, in alto, c’erano le scarpe del compagno, che si arrampicava ventre a terra puntando contro la roccia, verso la galleria superiore. Sopra di noi, due chilometri di terra.”
Il friulano di Davide, risuonante di accenti francesi o fiamminghi, era massiccio come quei due chilometri di terra… Allora Davide doveva avere un quattordici anni, certo non più di sedici. Ma io lo ricordavo ancora più giovane.
Mi veniva in mente, tra le sue parole, la faccia che aveva nel ’43: una faccia scura e bionda, celliniana come il suo nome. Era domenica, di notte, verso le due… vidi un’ombra esile e ferma. Era Davide ubriaco, coi suoi quattordici anni dipinti come se fossero d’oro sul viso e sui calzoni lunghi e leggeri.
Lo salutai, egli venne avanti lungo il ciglio dello stagno e mi diede la mano, sorridendo. Era troppo ubriaco per parlare.
Anche ora, all’Enal, è piuttosto ubriaco: ma il vino, il vecchio refosco friulano, o il bacò delle vigne materne, o il clinto del mezzogiorno domenicale, trova nel linguaggio di Davide reazioni diverse. Ci sono di mezzo i vent’anni e la birra fiamminga.
Il viso è rimasto giovanissimo, imberbe: gli occhi trasparenti, d’un azzurro così chiaro che non si distingue la cornea dalla pupilla. Eppure com’è invecchiato. C’è presso la bocca una ruga – la ruga dei duemila metri di terra, dei caffè di Charleroi, delle meretrici nordiche. Una ruga stampata in Davide come un’ombra, un’infiammazione, una piaga. Parla con confidenza e larghezza, già serio come un vecchio emigrante, rotto, bruciato. Dentro di lui l’estero giganteggia, dalle Alpi al Mare del Nord.
Il Belgio si è sovrapposto al piccolo Friuli succhiandone la vita.
Ora questa licenza, questo breve ritorno al paese non è che una concessione: quello che conta è ormai ciò che è al di là delle Alpi, la miniera.
Fra pochi giorni sarebbe ripartito.
Alla stazione di Casarsa, seppure non con la solennità della prima volta, i suoi compagni lo scorteranno tra risa e manate sulle spalle.
E Davide valicherà di nuovo le Alpi.
1950: il destino di Davide è incallito. Se mai lo rivedrò sarà fra molti anni, quando saremo senza gioventù da consumare, con una vecchiaia da rimpatriati…. se mai lo rivedrò… perché dei trentanove morti di Charleroi, tre sono italiani.
Ricordo il giorno in cui sono partiti. La stazione di Casarsa era piena di gioventù. Quelli di San Giovanni erano i più allegri: splendidi come pioppi avevano attorcigliato intorno ai colli i fazzoletti rossi e viola e reggevano i bagagli come aratri. … Bruno Cesarin e Davide, vicini di casa e ora probabilmente vicini di posto nel treno, rivolti torvamente alle immense distanze che li aspettavano, la Lombardia, la Svizzera… Se ne stavano tutti in gruppo, una trentina, davanti alla stazione bombardata, con intorno un nugolo di amici, e più in disparte, le donne ammutolite».
Pier Paolo Pasolini