Venerdi (18 giugno) sera ho deciso di salire ad Atri per visitare le mostre del Festival Reportage, di cui avevo anche sentito parlare in televisione in un lungo servizio del TG8 delle 14. Avendo fatto reportage per quasi 20 anni, ero curioso. Esco di casa subito dopo cena, arrivo verso le 21, parcheggio e salgo nella piazza principale; prendo un caffè al bar del teatro e recupero una copia del depliant dell’evento. Trovo quindi la mappa delle mostre, arrivo alla prima tappa e…chiuso. Chiuso? Si, se vi venisse in mente di andare a vedere le mostre di Atri Festival Reportage sappiate che sono come i gabinetti pubblici: solo diurno.
Che significa? Nulla di offensivo, ma solo che l’orario di apertura non prevede le ore serali. Geniale, verrebbe da dire, in un territorio votato al turismo balneare come questo, dove la gente nei mesi estivi va al mare al mattino e al pomeriggio e, solitamente, è nella serata che concentra le attività di visita ai luoghi e di svago. Ad Atri hanno pensato evidentemente che così non fosse. Le mostre sono state programmate con un orario a dir poco incomprensibile, ma sicuramente anti-turista.
Cito testualmente dal depliant:
dal 18 al 20 giugno: 10-19
dal 21 giugno al 29 agosto: da lunedi a giovedi solo su prenotazione, da venerdi a domenica, mattina su prenotazione e poi 16-20
Il concetto di prenotazione mi lascia perplesso, sia perchè non siamo alla mostra di Caravaggio o Michelangelo, così come non siamo a Roma bensì ad Atri, sia perchè mi metto nei panni del turista in vacanza lungo la costa, che va al bar, scopre la manifestazione e non va certo a leggersi le minuscole diciture dove si specifica che per vedere un po di foto è necessaria tutta questa burocrazia. Penserà invece, a ragione ma sbagliando, che come tutte le mostre estive sia aperta nelle ore serali, dato che in tutte le località turistiche del mondo gli eventi si concentrano, o si estendono, in quella fascia .
E invece no. Se vuole vedere le mostre di Atri dovrà rinunciare a una mattina o un pomeriggio di mare. Eccellente scelta dell’organizzazione, davvero lungimirante.
Ma torniamo alla visita: scoperto questo aspetto sconcertante dell’evento sono sceso sui miei passi e ho ripreso l’auto per tornare a casa. Mentre camminavo ho sfogliato il depliant scoprendo che tutte le manifestazioni erano di fatto concentrate nei primi quattro giorni, alcune programmate anche in ore serali e persino a mezzanotte, mentre nel resto del periodo dell’evento nulla era previsto se non le mostre, quelle su prenotazione, appunto.
Allora ho realizzato una triste verità. Pensavo che questo Atri Festival Reportage fosse finalmente un qualcosa di differente dalle tante feste “di paese” o dalle “occasioni vetrina” che tuttti i comuni si regalano, e invece no. Purtroppo, al di la del nome, è solo una delle tante autocelebrazioni di una amministrazione locale che allestisce una manifestazione per avere due o tre giorni di riflettori puntati addosso, per far si che il sindaco e qualche assessore comunale siano sui giornali, vengano intervistati, abbiano ospite qualche assessore di rango maggiore, provinciale o regionale. Tutto qui. Autocelebrazione all’insegna del “siamo bravi e ci occupiamo di cultura anche noi”. Che peccato, poteva essere davvero una bella occasione di promozione turistica. E invece è una normale “festa di paese”, seppure col make-up da occasione colta, con tanti ospiti dai grandi nomi; sempre e comunque una manifestazione autoreferenziale mirata a fare vetrina nell’ambito del paese. Non ci si faccia ingannare da nomi e presenze importanti: non credo che abbiano scelto Atri per passione e valutazione di merito, solitamente gli ospiti vengono retribuiti o comunque rimborsati. Domanda da giornalista: Capuozzo riceve un pagamento per la sua presenza? Oppure partecipa gratuitamente?
Alla luce di questa verità ho capito quindi il perchè delle mostre aperte solo di giorno. Mi viene da pensare che all’organizzazione interessi più che siano viste dai concittadini (che possono andarci al mattino e al pomeriggio), per aumentare la popolarità e il consenso dell’amministrazione, che non dai turisti…che non votano ad Atri. Semplice e lineare. E ho anche intuito il perchè le mostre sono chiuse la sera: si trovano tutte in edifici monumentali, musei e palazzi pubblici, la cui apertura richiede la presenza di custodi e personale, il che impone il pagamento di straordinari, ossia costi. Non basta quindi ricorrere ai ragazzi volontari a costo zero. E allora, niente apertura serale. Meglio spendere per ospiti e nomi da vetrina, piuttosto che per rendere le mostre fruibili al pubblico. Ma in fondo l’importante è dire alla stampa che ad Atri ci sono x mostre, non che esse vengano viste dalla gente. Che peccato, altra occasione sprecata in questo Abruzzo che non vuole crescere.
Ho letto con interesse il suo articolo del 19 giugno e i commenti dei lettori che si sono succeduti nei mesi scorsi. Ritengo che le critiche, tutte le critiche, sono utili, un pochino meno quelle che si basano su informazioni non verificate o supposizioni. Poiché ritengo di essere direttamente coinvolto nell’organizzazione del festival penso sia utile puntualizzare alcuni aspetti. Gli argomenti sono molti e cercherò di affrontarli uno per uno.
Innanzi tutto l’orario di apertura. Questo è realmente un problema spinoso, per tutti gli spazi espositivi, nel nostro caso in modo particolare.
Nella settimana di apertura, dal 17 al 20 giugno, si è adottato un orario simile a quello di festival strutturati in maniera analoga al nostro, come il Festival di Arles, privilegiando la partecipazione serale agli eventi piuttosto che la visita alle mostre. La notte di sabato 19 poiché l’affluenza è stata superiore alle aspettative le mostre sono rimaste comunque aperte sino oltre l’una di notte, senza però una preventiva comunicazione.
Per i mesi successivi l’amministrazione comunale ha ritenuto che la soluzione della visita su prenotazione fosse la più agile per i giorni lavorativi, anche se estivi, riservando al sabato e alla domenica un orario più strutturato.
La soluzione si è dimostrata effettivamente inadeguata tanto da spingere l’amministrazione stessa a riformulare l’orario in maniera più continuativa (ancora consultabile sul sito). Ciò nonostante si sono verificati dei disguidi come segnalato dalle signore che Le hanno scritto.
In tutti i festival, da quello del giornalismo di Perugia alla Biennale di Venezia, da Arles a Perpignan, la guardiania e tutti i servizi di accoglienza, sono assicurati da uno stuolo di volontari, il più delle volte non pagati.
Anche ad Atri ragazzi volontari sono stati coinvolti nel 2009 (l’orario era allora dalle 16.00 alle 24.00) ma non hanno garantito una continuità di apertura adeguata. Queste le ragioni per cui quest’anno è stata adottata una soluzione diversa, senza purtroppo risolvere il problema.
Come tutti Loro, ritengo che il portone di una mostra chiuso, quando dovrebbe essere aperto, è una pessima pubblicità per la città. E un passaparola negativo è difficile mitigarlo.
La corretta evidenziazione di un problema, successivamente per altro parzialmente risolto, non giustifica comunque la stigmatizzazione dell’iniziativa come “propagandistica”.
Confesso che ho trovato le sue considerazioni sul programma un po’ superficiali e quantomeno ingenerose. E’ curioso constatare che Lei, che presumo così attento alla vita culturale abruzzese non abbia trovato il tempo di partecipare ad un incontro o la voglia di visitare una mostra in programma nell’arco di tre mesi, anche se con un orario un po’ sgangherato.
Torniamo però al programma degli incontri. Come Lei ben sa, tutte le rassegne vivono di un momento iniziale (talune anche finale) durante il quale persone provenienti da città e paesi diversi, spesso molto lontani, si danno appuntamento. Se gli incontri fossero distribuiti in un periodo molto più lungo, questo effetto aggregante si perderebbe.
Anche se Le parrà strano, tutti gli ospiti inseriti nel programma sono venuti a titolo gratuito (e quindi sarebbe stato difficile destinare tale cifra alla guardiania), sicuramente per amicizia o per stima nei confronti di Toni Capuozzo. Inoltre al contrario di Lei, queste persone hanno ritenuto che quei tre giorni di chiacchere, confronto di tesi e di opinioni sul reportage avessero un senso, segno di attenzione verso un giornalismo di qualità.
In una cosa posso essere d’accordo con Lei, nessuno di loro è venuto per l’irrefrenabile desiderio di visitare Atri perché, tranne qualche storico dell’Arte, in pochissimi la conoscono. In quei tre giorni gli ospiti del festival hanno avuto modo di scoprirla e apprezzarla. E molti hanno espresso il desiderio di tornare.
Lei ritiene disdicevole riconoscere un compenso al direttore di un festival? In base a quale logica?
Le comunico, in ogni caso, che per l’edizione del 2009 Toni Capuozzo ha rinunciato all’intero suo compenso. Poiché sono atti pubblici, potrà, se vorrà, verificarlo Lei stesso andando al Comune di Atri.
Le posso garantire che è molto più facile criticare, che fare. Se l’amministrazione di Atri avesse voluto fare della facile propaganda, come sostiene Lei, avrebbe potuto ottenere buoni risultati di visibilità locale (spendendo sicuramente meno) noleggiando mostre “decotte”, magari dal nome altisonante, da proporre come decima o quindicesima tappa di un tour internazionale. In Abruzzo sarebbe stata comunque una festa e forse un successo. L’amministrazione si è assunta l’onere di rischiare, con l’ambizione di creare qualcosa di duraturo per il territorio, e non solo per la città, che abbia un respiro internazionale e che nel tempo possa crearsi un pubblico qualificato. E per ambire ad un respiro internazionale non si possono proporre mostre “decotte”.
Quest’anno rappresentanti di quattro università europee (Teramo, Sorbona di Parigi, Complutense di Madrid e Iulm di Milano) si sono dati convegno ad Atri per valutare l’opportunità di creare, a partire dall’anno prossimo, una scuola estiva di reportage (legata alla programmazione del festival) aperta a studenti di giornalismo provenienti dalle quattro università promotrici e probabilmente anche da altre istituzioni straniere. Per quanto io possa sforzarmi, non riesco a immaginare università tanto prestigiose piegate alla vanità degli amministratori di Atri.
L’intervento di un altro signore riportava dei dati di investimento delle due edizioni del festival. Non so proprio dove li abbia scovati, in quanto non corrispondono al vero.
Poiché sono dati pubblici consiglio di consultare i dati di consuntivo presso il comune di Atri.
Infine vorrei segnalare l’intervento dell’unica signora che ha dichiarato di aver visto alcune mostre e di averle apprezzate. In lei il rammarico di non averle viste tutte. In compenso dichiara di aver ricevuto gratuitamente i cataloghi delle due edizioni del festival, anche se malignamente ha sospettato che si trattasse di uno spreco dell’amministrazione. Vorrei rincuorare la signora dicendo che può considerare quei cataloghi un omaggio mio, in quanto editore, e della tipografia che ha sostenuto gratuitamente le spese di produzione del catalogo e di tutti i materiali a stampa del festival. Poiché l’amministrazione comunale non poteva vendere ciò che non possedeva si è pensato di donare i cataloghi ai visitatori. Per quanto riguarda la questione dei biglietti il problema è diverso. Nel 2009 effettivamente esisteva un biglietto cumulativo che consentiva l’accesso a tutte le mostre, considerato un po’ alto per l’Abruzzo.
Il costo di contabilizzazione si è rivelato più oneroso del beneficio apportato. A mio avviso saggiamente, l’amministrazione comunale di Atri ha ritenuto di eliminare in bilancio la voce della biglietteria sino a quando la previsione del numero di visitatori certi sarà superiore. Il consolidamento di un festival presso i suoi frequentatori rappresenta un processo lungo.
La signora inoltre non dovrebbe lamentarsi per la quantità delle mostre esibite, anzi. Provi la signora a immaginare lo stato d’animo, la delusione, di un visitatore non abruzzese, che venisse appositamente ad Atri per vedere le mostre e trovasse proposte consumabili in poche ore.
A questo punto si torna al problema dell’orario di apertura. A mio avviso l’unica legittima, importante critica.
Evidentemente sta all’amministrazione comunale di Atri, e non certo a lei e ai suoi lettori, trovare per il futuro (se mai ci sarà) una soluzione adeguata.
E non credo proprio che in prospettiva il problema verrà sottovalutato.
La scommessa, in parte riuscita, è stata di creare in Abruzzo un festival, di alto profilo, che potesse misurarsi e collaborare con analoghe iniziative all’estero, potendo ovviamente fare affidamento su risorse finanziare decisamente meno imponenti.
Questo sforzo, profuso dall’amministrazione comunale di Atri e da tutti attori coinvolti, ha consentito al festival di maturare una credibilità reale nell’arco di soli due anni che non ha precedenti in Italia nel settore della fotografia/informazione. Starei attento pertanto a buttare l’acqua sporca con tutto il bambino. Ed è solo per questo che mi sono permesso di replicare al suo articolo.
Cordiali saluti
Mario Peliti
Buongiorno a tutti e dico la mia,
mi unisco al coro per denunciare la totale mancanza di un piano organizzativo legato al festival del reportage che ha, nell’arco di 2 anni, sperperato una cifra da capogiro che a conti fatti viene stimata a quasi 800.000 mila euro, che non dista molto dall’ancora più risonante cifra di 1 milione di euro.
Soldi spesi bene in un contesto diverso, in una città magari dove esiste un target interno oltre ad un indotto veicolato con strumenti promozionali adeguati, mal spesi se destinati a centri rurali, fuori dai circuiti turistici importanti, dove l’arroganza, la superbia e l’ignoranza di politici improvvisati rendono possibile riproporre una sorta di mal costume italiano in tema di sperpero di denaro.
Ho visitato alcune delle mostre e devo riconoscere l’alta qualità del reportage fotografico come anche l’ambizione di quei pochi che vi hanno creduto ma, a cosa serve avere una Ferrari e tenerla parcheggiata in un garage senza gustare la piacevolezza delle suè virtù?
Mi piacerebbe ricevere una risposta a tal proposito soprattutto in merito a questi fantasiosi orari di apertura… come si fa ad aprire di mattina e di pomeriggio, lasciando chiuso il palcoscenico nelle ore serali in cui d’estate soprattutto si concentra il maggior flusso di curiosi?
Gli ingressi erano inizialmente a pagamento per i non residenti, gratuito dietro registrazione nelle varie postazioni per i residenti.
Davano un pass per l’ingresso il quale rappresentava un passpartout per tutte le mostre; dopo pochi giorni questi pass erano sui banchi dei vari bar in centro storico; dopo alcune settimane erano spariti anche da questi banconi e si entrava senza neanche registrarsi.
I volumi fotografici del festival inizialmente avevano un costo di euro 20, negli ultimi tempi venivano regalati e si trovavano perfino i volumi della prima edizione sempre in forma gratuita.
Mi chiedo: chi paga questi volumi?
Si preventivano costi da capogiro e non si stanziano un 1% di spesa da destinare a persone, che diano luce a questi capolavori?
I nomi del festival sono sicuramente di alta fascia come anche i reporter che hanno lasciato i loro scatti per tutto questo tempo ma, l’avranno fatto per amore dei nostri politici e basta?
Chi sta pagando effettivamente questi 800.000 euro di queste 2 stagioni e a cosa sono stati tolti questi soldi a favore di quei pochi che con fierezza si sono fatti immortalare dalla luce dei riflettori?
Quanti eventi minori si sarebbero potuti ideare spendendo meno con risultati diversi per tutti?
E se fossimo pure incolpati di non aver creduto nei loro progetti? Manca solo questo….ma è esattamente quello che penseranno gli ideatori locali ma credo che qualcuno dall’alto ha fatto scuola e i piccoli seguaci hanno prontamente imparato!
Atri è sicuramente una cittadina bella, con una storia che non deve essere esaltata da eventi fini a se stessi, basterebbero persone con esperienza nella COMUNICAZIONE e in attività di MARKETING TURISTICO per farla decollare come merita e tener lontano coloro che vogliono conquistarla.
Condivido pienamente l’articolo chiaro e lineare del Direttore. Aggiungo la mia esperienza di ieri pomeriggio ad Atri dove una parte delle mostre era chiusa, nonostante fossero ancora le 19.30. Stando agli orari del depliant le mostre dovrebbero chiudere alle 20, e la gentile signorina che mi ha risposto al numero telefonico per le prenotazioni mi ha rassicurata (!) comunicandomi che l’orario pomeridiano è dalle 17 alle 20.30. Aggiungo che ho visto foto molto belle e valide ma che 15 mostre sono davvero troppe per essere viste in una sola volta. Aggiungo che pur non essendo cittadina atriana ho ricevuto il medesimo trattamento dei residenti: non ho pagato. La motivazione? Gli ultimi giorni decidono l’ingresso libero, se le mostre sono aperte, ovvio. Aggiungo che ho ricevuto un doppio regalo. Sono stati regalati a me, al mio amico e alle poche persone che ho incontrato nelle sale del Palazzo degli Acquaviva, entrambi i cataloghi delle mostre, quello di quest’anno e quello dello scorso anno. Sull’ultima di copertina di entrambi i volumi sono riportati dei prezzi chiari: 20 euro. Chi ci ha regalato con tanta ignara generosità i volumi? la Regione, la Provincia, il comune di Atri? non mi pare che le casse degli enti citati godano di ricchezze tali da permettersi tanta generosità.
Aggiungo che se avessi pagato il biglietto di 25 euro, come previsto, mi sarei imbufalita nel trovare uno dei siti in cui la mostra è allestita, chiuso. Mi sarei imbufalita lo stesso se fosse stato aperto perchè è impossibile godere con la giusta attenzione di 15 mostre in un tempo limitato come l’orario di apertuta pomeridiano (17-20.30).
In realtà, mi imbufalisco lo stesso e tanto perchè Atri è un gioiello di città che non viene affatto valorizzata in questo modo, anzi si nuoce alla sua immagine. Si nuoce al serio lavoro fatto da fotografi artisti e professionisti che non possono avere il giusto riconoscimento. Si nuoce ai cittadini atriani ed abruzzesi tutti perchè il Reportage Festival costa uno sproposito, non coinvolge direttamente i cittadini e non porta nulla a nessuno. Neppure agli inetti politicanti che hanno voluto i riflettori su di loro, per pochi giorni, pagando una cifra esagerata per farsi immortalare vicino a nomi importanti del giornalismo e per ricevere solo critiche, più o meno sincere, da tutti. Certo, poi i voti sono sempre un’altra cosa.
monica romani
Sono in accordo con Martina su quanto sostiene in relazione alla gestione delle notizie e dell’informazione da parte di tanti miei colleghi….riciclatori di comunicati stampa, nell’ipotesi migliore, quando non autentici divulgatori di versioni edulcorate pro domo loro.
Caro Direttore,
condivido pienamente le sue riflessioni e il suo disappunto,anch’io giovedi sono andata ad Atri per l’inaugurazione di una mostra di arte contemporanea e desideravo vedere anche il Festival Reportage, ma alle ore 19,30 ho trovato chiuso,peccato.
Mi rivolgo adesso a Martina che oltre a non aver compreso ciò che era scritto nell’articolo, firmato,apparso sulle pagine di Abruzzocultura riguardante l’happening-performance de”La stanza del colore” a Casoli,mostra palesemente “tra le righe”del suo intervento,di non aver gradito l’attenzione mediatica giornalistica e televisiva che questo evento ha riscosso.
Scrive Martina, che quest’anno la Biennale(che preciso non è inerente al mio evento)”si limita a riproporre(come se l’avesse già proposta)la già vista cosiddetta Stanza del Colore…”facendo sottintendere che conosce il valore culturale-sociale di questa operazione d’arte;ma se cosi non fosse,come io credo,l’invito è quello di far parte di uno dei miei prossimi happening e cosi potrà apprezzarne, di persona ,la valenza già ampiamente sottolineata con recensioni, da autorevoli critici e storici dell’arte.
Per amore di verità ,Martina,la informo che il mio happening rientra nel progetto Scuola Estiva,che quest’anno ha registrato l’adesione di ben 40 ragazzi,mentre negli anni precedenti,non ha mai superato i 15 partecipanti.
Dottor Lattanzi,nella sua risposta all’intervento di Martina,lei scrive di essere”perfettamente in accordo”,ma le chiedo:con cosa?
Mi preme inoltre sottolineare che per l’happening in progress”La stanza del Colore”da me realizzato io non ho percepito alcun compenso.E’un regalo che ho voluto fare a Casoli per amore dell’arte e per un progetto in cui credo fermamente.L’opera realizzata dal titolo “Energie atriane”m.3,30×2,20 è stata donata alla scuola Mambelli Barnabei di Atri.
Gli artisti,si sa’,sono un pò pazzi….e personalmente credo che l’invito che mi è stato rivolto sia stato ben ripagato sia dalla numerosa partecipazione dei ragazzi e sia dall’attenzione che i meedia hanno dato a questo progetto e quindi a Casoli.Non le pare?
Con la stima di sempre,la saluto con cordialità
Anna Seccia
Ho letto con molta attenzione l’articolo di Lattanzi che poi è il direttore di questa meravigliosa rivista telematica e condivido il suo disappunto: stessa cosa è toccata a me che mi ero recata ad Atri dopo cena per vedere le mostre del festival tanto reclamizzate.Tutto chiuso, unica cosa da fare gustare un bel gelato e chiedere alla signorina del bar di queste manifestazioni ivi compresa CASOLI PINTA. Risposta sibillina: ” Le elezioni ci sono già state, quest’anno al posto di Casoli Pinta ci saranno tanti ragazzi che prenderanno il posto dei pittori”. Come mai l’amico turista greco Kaleidos era a conoscenza che la Biennale era stata rinviata? I mass media ne hanno parlato?
Tina
L’articolo dovrebbero leggerlo, con attenzione, tutti i nostri amministratori che non hanno ancora capito cosa è il nostro Paese.
Atri è una bellissima cittadina che può vantare notevoli trascorsi culturali (il simposio internazionale sulla scultura, il concorso lirico, ecc). Quest’anno ha voluto presentare un nuovo modo di esprimersi attraverso l’arte ed i colori. Le performance che Anna Seccia fa, su invito, in giro per l’italia, sono la dimostrazione della validità della scelta.
se Martina chi? sa fare di meglio, noi siamo pronti a vedere ed eventualmente anche congratularci.
dott. Lattanzi, i suoi articoli sono sempre interessanti, mi piacerebbe scambiare due parole con lei.
la saluto
rosetta montuoro rossini
gentile Martina,se avesse letto con più attenzione l’articolo apparso su queste pagine e riguardante l’happening in progress”de la stanza del colore di Anna Seccia”a Casoli,si sarebbe sicuramente accorta che questa operazione artistica non fa parte della Biennale Casoli Pinta(attualmente sospesa) ma della Scuola Estiva.
cordiali saluti
Perfettamente in accordo. Sa quanti soldi ha preso Atri di contributo regionale? Chissà perchè acuni eventi meritano attenzione e altri no, a parità di contenuti…..
Mi fa proprio piacere e mi complimento con l’autore di questo articolo che ha il coraggio di denunciare le assurdità di organizzatori di eventi culturali che lungi dal giovare all’immagine delle città ove si svolgono,la danneggiano. Questo è vero giornalismo professionistico e non quello di coloro che si limitano a riportare i vari comunicati stampa ovviamente redatti dagli interessati all’evento. A proposito di Atri, città impareggiabile per testimonianze architettoniche soprattutto, ho letto l’altro giorno proprio qui su “Abruzzo cultura” che verrà proposta una nuova edizione di “Casoli Pinta” che nel passato ha visto presenze di artisti eccellenti che hanno lasciato preziose testimonianze di muralismo (ultimo Gigino Falconi). Ebbene quest’anno la biennale, forse per mancanza di fondi, si limita a riproporre la già vista cosiddetta “stanza del colore”, in pratica l’esecuzione di un grande pannello da parte di persone comuni (studenti o semplici passanti) che magari non hanno mai toccato un pennello sotto la direzione della pittrice Anna Seccia. Capisco le difficoltà economiche degli enti pubblici, ma non sarebbe stato meglio rinviare la manifestazione che ha reso Casoli di Atri nota a livello nazionale? Mi piacerebbe sapere se l’autore dell’articolo che suppongo ami Atri come gioiello del nostro Abruzzo, è d’accordo con me.
Martina