Esce per le Edizioni Noubs di Massimo Pamio la nuova raccolta di versi del poeta abruzzese.
Da quando Tonia se n’è andata, la sua assenza – fatto di per sé irrimediabile – pesa come un macigno dentro la vita e la poesia di Peppino Rosato. Altro non può cantare, dire, pensare: “Adesso quel pensiero ad uno ad uno/esclude tutti gli altri se si sporgono/ a domandare udienza…”.
Non che il senso struggente della fine non si fosse fatto strada nell’opera precedente, ma è solo alla luce di questo recente sentimento di orfanezza, di privazione inesorabile, inaddomesticabile, che Rosato sembra potersi consentire nuovi versi o recuperare versi di un tempo, scritti sempre per lei. E’ il caso di questa “La traccia di beltà” che reca, come sottotitolo “L’amore, la memoria, versi 1953-2007”.
L’operazione di assemblaggio, però, è sua, è lui che organizza questo Canzoniere, costruito a posteriori. E ogni silloge ha sempre, anche quando non sia dichiarata, una volontà. Quale quella di “La traccia di beltà”? Quanto l’autore dice di Tonia e della sua beltà e quanto di sé, rispetto a bilanci, ripensamenti, rivisitazione di un tempo lungo e felice vissuto insieme, ma anche, forse, di occasioni perdute, di parole mancate, di montaliani “binari che paralleli slittano”?
E’ un’unica stagione quella che compare nei versi, è sempre inverno, è sera, è crepuscolo, come se rivisitata oggi, nel presente, la loro storia, la loro relazione simbiotica non potesse collocarsi su altri fondali, entro altre cornici. E l’inverno è la stagione dell’intimità, del tepore, della casa. In “La traccia di beltà” si dipana, nel corso di cinquant’anni, un lunghissimo discorso amoroso, un canzoniere – appunto – che, come un puzzle, ci racconta di due, dall’avventura iniziale agli anni della maturità e, poi, al momento del distacco e del dopo.
Tonia é un vocativo, sempre taciuto nel nome reale, ma che sottostà ad ogni verso. Tonia festa vissuta e rebus, assenza tagliente e dura da portare dentro, compagna sempre protesa alla vita perché Peppino dice: “ Tanto, poi…” e Tonia: “ Ma intanto…”. Tonia che portò “paglie e morbide piume” al visco cui il compagno contribuì (crede) con “solo stecchi con tosco”. Questi o quelli li legarono di più? Rosato non ha risposta sa solo che in quel visco “tutto […] vi si avvenne/ e l’avventura […] ancora dura”.
Una vita di con-fusione, di con-sonanze e dis-sonanze, infine di distacco e perdita. Sembrerebbe inevitabile un approdo al silenzio, anche per la parola poetica e invece Tonia chiama. Con l’ala delle ciglia, col corpo steso sull’erba, al balcone col nipotino in braccio a replicare altra ‘nonnità’, col suo sguardo dietro i vetri ad ascoltare l’arrivo dell’inverno. E si dipana un film intero, i fotogrammi un po’ mescolati, “ un addio al lungo sogno/ dove il viaggio continua”.Ecco, forse l’affermazione che porta Traccia di beltà è questa: che il viaggio continua. Perché la parola poetica preme, chiede udienza, non può ( e chi più di un poeta lo sa?) essere spenta da un dolore, anche quando questo appaia ineffabile, alla lettera. Anzi, da quello prende e pretende autorizzazione e via per esistere.
(Giuseppe Rosato, “La traccia di beltà”, Noubs, 2008, Euro 15)