Pasquale Celommi: le immagini reali della luce

Al Museo Villa Urania di Pescara nel 2008 si è tenuta la retrospettiva pittorica di Pasquale Celommi, uno dei protagonisti del verismo abruzzese.


C’è chi ha bisogno di sogni per creare un’opera d’arte, per appassionare una platea, perfino per inventarsi un’esistenza. E c’è chi, invece, trova nella realtà un serbatoio di situazioni ed incontri troppo vasto, appassionante ed imprevedibile per potersene distaccare. Pasquale Celommi, pittore rosetano ottocentesco, faceva parte di questa seconda categoria. Egli intingeva il pennello nella vita e ciò che di essa è effimero ed impalpabile, fosse solo la sottile rete di luce marina rotta da una lancetta in partenza all’alba od il timido accenno di sorriso di una ragazza che sbuca da un canneto, resta per sempre fissato nella tela.

Un realismo schietto, spontaneo, seppure non privo di umana partecipazione, popola i campi, le spiagge, i cortili con scene popolari, come “La lavandaia”(1891?) in cui i raggi solari si posano con più vividezza sulle mani lucide ed insaponate, o “La pescivendola” (1888) dalla bocca sgranata in un richiamo d’attenzione verso la grande cesta, ricolma di pesci, che stringe a sé con mani contratte dall’artrite.

Sorprendente come i tocchi di luce sottolineino, quasi a piegarlo ulteriormente, il volto corrugato de “L’operaio politico” (1888) colto nello sforzo fisico, oltre che mentale, di leggere un giornale o, viceversa, sfumino i nudi femminili quasi fossero un velo pudico, come questi appaiono nei soggetti esotici, “L’Odalisca” (1880), o in quelli mitologici “ Tersicore” (1910), “Andromeda” (?), che pure non disdegnò.
Tuttavia, fu soprattutto grazie a quadri ritraenti il vissuto che Celommi emerse tra i pittori della corrente verista abruzzese come “pittore della luce”, distinguendosi in tal modo dai più cupi Francesco Paolo Michetti o Basilio Cascella; ad esempio, nelle tele marine, con pennellate fluide e nitide egli rappresenta molteplici sfumature cromatiche e risvolti di vita, dagli idilli alle tragedie, come “Sulla battigia” (1910/20) dove un giovane pescatore ed una ragazza a passeggio incrociano i loro sguardi, incuranti del tempo che sembra scorrere soltanto alle loro spalle, nella lieve tinta di un tramonto che fa tremolare lo sfondo, ovvero la “Burrasca”(1910) in cui l’impasto verde-grigio del mare rivolge il tumulto delle acque e quello intimo delle donne in attesa di un difficile ritorno.

L’ultima sezione della mostra è dedicata al ciclo delle stagioni, le quali sono rese con un realismo meno retinico, meno attento “ai particolari del particolare” (Raffaele D’Ilario, 1932) com’era suo solito, riuscendo ad esprimerne l’autentica atmosfera più con la modulazione dei colori che con le linee di precisione, esemplare è “L’estate” (1901) dove la figura di una donna, che cammina lungo una pietraia fra i campi, sembra dissolversi nell’opalescente canicola che acceca la vista e satura l’aria.

Ad un osservatore attento, poi, pur nello scorrere delle opere da una scena all’altra, non sfuggirà un trait d’union tra questi molteplici soggetti femminili: ora ragazze dalle guance paffute e rosa, ora donne intente ai lavori, strette da briosi corpetti decorati e ingioiellate d’oro e corallo, ora muse diafane e lontane. Sempre lo stesso volto luminoso sembra accoglierci con un sorriso gentile ed al contempo ingenuo, “perché”- come spiega la guida – “ Celommi non coinvolse nella propria attività solo il figlio Raffaello ed i nipoti, che divennero anch’essi pittori, dando vita ad una famiglia d’arte, ma anche la figlia che fu la sua modella prediletta”.

Una ricca e suggestiva esposizione, dunque, organizzata dalla Fondazione Paparella- Treccia nell’ottantesimo anniversario della morte dell’artista, presso Villa Urania a Pescara, inaugurata il 28 giugno scorso e in programma fino al 19 ottobre 2008,

tutti i giorni dalle ore 11:00 alle ore 13:00 e dalle 17:00 alle 21:00, escluso lunedì
prezzo del biglietto intero 6 ?
decurtato per ragazzi, over 65 e soci Touring Club 4 ?

info 085/4223426